Suggerimenti e tecniche per narrarsi online.

La violenza sulle donne parte anche dalla comunicazione

Non servono grandi proclami se non cambia il modo di intendere la donna come oggetto. E deve cambiare anche nella comunicazione: ideologismi e prese di posizione politica rimangono e sono FUFFA. Parliamo con le persone, con il linguaggio delle persone. Perché l’istinto triviale che ci porta a commettere violenza si forma, cresce e promuove anche su questo humus fertilissimo che è la COMUNICAZIONE, ovvero la cornice di contesto con cui intendiamo il mondo.

L’ennesimo esempio di una pubblicità davvero brutta, per la quale vale la pena di scrivere allo IAP. L’azienda è la Bioexen e chi si è occupato del video (non so se anche del cartaceo) Emme Comunicazione

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Narrare la propria identità online

Le slides del mio intervento di lunedì 12 novembre 2012 presso l’Informagiovani del Comune di Bologna.

Obiettivo: raccontare ai giovani che si affacciano sul Mercato del lavoro (età 20-28 anni) come definire la propria identità online in modo da costruire una narrazione di se efficace per valorizzare i propri punti di forza.

Ho messo in gioco la mia esperienza, il modo in cui io stessa ho costruito e narro la mia storia, affinché sia un curriculum in progress che definisce i miei valori e le mie peculiarità di persona e professionista (anche attraverso le mie umanissime imperfezioni).

Ho messo a frutto anche i miei studi letterari: credo infatti che la Teoria della Letteratura sia un ottimo punto di vista per decodificare la comunicazione web e che Propp, Calvino e il web abbiano molte cose in comune.

Ecco qua le slides (formato smart rispetto a quelle usate a lezione)

Nativi digitali: il ruolo della generazione dei nati negli anni 70

Premetto che la definizione “nativi digitali” tanto quanto quella di “immigrati digitali” mi è sempre stata un po’ stretta perché presuppone una cesura generazionale che viene marcata in maniera eccessiva e che può risultare ancora più ghettizzante per gli uni e per gli altri.

Detto questo, ormai è un fatto che se si parla della relazione tra tecnologie e giovani generazioni, si parla di nativi digitali.

Come professionista che si occupa di web, mi è sempre sembrato importante collaborare al discorso e impegnarmi in prima persona sul tema dell’alfabetizzazione digitale, perché credo sia alla base di una innovazione sociale necessaria.

Immersi nella rivoluzione culturale di Internet, la forbice generazionale tra “prima” e “dopo” sembra ancora più evidente che in altri momenti storici: è cambiato il modo di pensare e vivere la realtà, stiamo costruendo nuove dimensioni in cui percepire il nostro essere e per chi ci è arrivato adulto,  l’adattamento non è sempre agile.

Per contro chi nasce oggi naturalizza un modo di guardare al mondo, di percepire se stesso e gli altri e di usare gli strumenti che è completamente diverso da quello con cui la mia generazione (i nati nel decennio 70) ha fatto i conti durante l’infanzia e l’adolescenza. I nativi digitali hanno dalla loro velocità e modelli ma proprio per questo sono spesso inconsapevoli  delle opportunità e dei rischi  della Rete.

Il gap è biunivoco ed è prima di tutto legato all’approccio con cui usiamo il mezzo (gap culturale prima che tecnologico), più che allo strumento.

Siamo nel bel mezzo di una rivoluzione vera e propria.

Digito ergo sum

Noi però siamo anche stati i primi ad avere attraversato questa rivoluzione. Siamo arrivati prima del cellulare, lo abbiamo avuto da adulti, ma non eravamo abbastanza vecchi per sentirlo lontano. Ci ricordiamo di Pac Man al bar e di Frog sul vecchio Mac di papà. Siamo rimasti a bocca aperta ricevendo la prima mail e qualcuno conserva ancora pile di floppy disk o cd per riavviare il computer.

Internet e gli hyperlink ci hanno cambiato, piano piano, la vita. Eravamo all’Università e se fino all’anno prima facevamo ricerche bibliografiche percorrendo chilometri a piedi da una biblioteca all’altra, l’anno successivo usavamo gli Opac.

Siamo stati i primi ad avere un personal computer e a usarlo per lavorare.

Alcuni di noi si sono innamorati di Internet. A me è successo all’Università dove per curiosità ho frequentato un seminario di Informatica Umanistica e html. Ho deciso di sposare questo nuovo approccio al mondo (che volete – ho fatto una tesi sul doppio e la moltiplicazione dei punti di vista, potevo non rimanere affascinata da un luogo da cui potenzialmente puoi prendere infiniti percorsi attraverso un clic?) e di farne una professione.

Altri lo usano per informarsi, alcuni per fare shopping, la maggior parte per gestire la propria posta personale e professionale.

Condivido ergo sum

Poi sono arrivati i Social Network e il cambiamento si è sedimentato, perché non aveva più a che fare solo con il nostro rapporto personale con lo strumento, ma con le relazioni tra le persone. Si è sedimentato ma ha cominciato anche a marcare il passo tra un modo e un altro, una generazione e un’altra.  [Su Storify ho raccolto qualche spunto interessante dalla Rete per capire come si parla e quali sono i dati d’uso legati al tema degli adolescenti nell’uso dei Social Network].

Eppure in tutto questo percorso, chi lo ha attraversato ha dalla sua dei vantaggi che non possono essere sottovalutati e vanno usati per un dialogo proficuo con i nostri figli, per una “traduzione” che permetta al prima di connettersi con il dopo, prendendo il meglio di due modelli di pensiero, due modi di relazionarsi al mondo e alle persone.

Perché se i più giovani hanno una naturale predisposizione al multitasking, alla connessione e condivisione, noi abbiamo dalla nostra lo spirito critico necessario per un approccio consapevole alle fonti e alle relazioni, nelle mille sfumature che il virtuale appiattisce e rende ugualmente appetibili tra loro.

E’ un dovere, il nostro che dobbiamo esercitare. Specialmente se abbiamo figli (ma non solo), dobbiamo imparare a usare i mezzi, a sperimentarli con loro. Dobbiamo entrare nel gioco per capirlo. Siamo la cornice culturale all’era digitale.

Per questo motivo sto investendo molte energie nella formazione, perché credo che sia l’unico modo per rendere davvero efficace quello che ho imparato in questi 14 anni di web (credo di avere avviato il primo browser nel 1998 o poco prima). Per questo motivo bisogna puntare su genitori e insegnanti, perché è rendendo meno inadeguati coloro che si occupano dell’educazione delle generazioni più giovani che possiamo innescare un cambiamento condiviso che sia anche innovazione sociale. Ecco perché il nome del mio corso: Gioco di squadra. Perché si, sono convinta che per fare rete, serva un buon gioco di squadra tra le generazioni.

Ne ho parlato anche con Radio Città del Capo e Coop Voli di Bologna che insieme stanno avviando un interessante progetto sulla cittadinanza digitale dei più giovani che si chiama Stati generali per i nativi digitali.

Ecco l’intervista che mi hanno fatta e che è stata proiettata il 30.10.12 a Smart City Exhibition

Per saperne di più sui miei corsi: il progetto Tessere la Rete

[foto in copertina scattata e ritoccata da mia figlia con l’Ipad all’età di 5 anni]

Blogger, digital P.R, strategie Social: spiegare questo lavoro a mia nonna

L’allenamento migliore è stato tentare di raccontarlo a mia figlia. La domanda “che lavoro fai?” mi ha messo in crisi per anni, difficile spiegare alla nonna che lavori con l’internet. La riflessione più seria l’ho fatta chiacchierando con un’amica che fa un lavoro molto simile e che una volta ha detto: “In fondo quello che facciamo noi è pubblicità, la puoi raccontare come vuoi, ma quello è!”.

Ci ho messo mesi per elaborare la tagline di questo blog, spiegare in pochissime parole il cuore della mia professione. Ora però voglio spingermi oltre e cercare di mettere in fila (come se lo spiegassi a mia suocera) cosa significa fare la blogger professionista e occuparsi di Digital P.R e Strategie Social. Continua a leggere

#ufficioincasa ovvero la mia vita di homeworker

Tutto è nato un po’ per caso. Oppure no. E’ da qualche tempo che ci penso, che bisognerebbe parlare un po’ di più di chi lavora da casa, come me. Perché spesso dietro all’#ufficioincasa si celano molte mitologie, sia in positivo che in negativo.

Così stamattina – che è pur sempre venerdì – mentre come al solito mi aggiornavo su twitter, ho notato un hashtag che mi è sempre stato molto simpatico: #vitainufficio e mi sono detta che avevo voglia di raccontare anche io qualche aneddoto legato alla mia vita da homeworker e che mi avrebbe fatto piacere sentire anche il racconto di altri.

Ho lanciato l’hashtag #ufficioincasa mentre sorseggiavo il secondo caffè della giornata.

Incredibile ma vero, in meno di mezz’ora quell’hashtag è finito tra i temi di tendenza di Twitter, ovvero tra i temi più seguiti.

Il mio IPAD ha cominciato a scottare, era tutta una suoneria tra quello e il telefono: non facevo in tempo a leggere una menzione che ne arrivava un’altra.

Le persone hanno cominciato a raccontare aneddoti, punti di vista, chi sogna di lavorare da casa, chi – nel caso si suiciderebbe, chi pensa che il lavoro da casa sia roba per disoccupati, chi non riuscirebbe più a entrare in un ufficio.

E’ evidente che il tema è di stringente attualità, che siamo in tantissimi (e in tanti usiamo twitter per rimanere connessi con il mondo “fuori”) che lavoriamo dalla nostra abitazione, chi per scelta, chi per strategia, chi perché altro non ha.

Ho tentato di riassumere tutto su Storify.

Qualche mito da sfatare

  • Lavorare da casa non significa rimanere tutto il giorno in pigiama;
  • un homeworker non è necessariamente un disoccupato o un precario: io per esempio ho fatto una scelta precisa;
  • se lavori da casa non lavori di meno o di più: dipende da come ti organizzi;
  • gli homeworkers non sono asociali convinti e possono avere un’appagante vita di relazione con gli altri anche se non li incontrano in ufficio;
  • la casa non è una prigione: esistono le riunioni, gli eventi, i meeting (o anche dei banalissimi caffè) dove incontrare altri professionisti, discutere, FARE rete;
  • non tutti possono lavorare da casa: dipende dal tipo di lavoro, dal tipo di inclinazione personale, di carattere e di attitudine.

Le mie regole e strategie di lavoro

  • Disciplina: anche se siamo a casa, c’è un orario di inizio e uno di fine del lavoro. Nel mio caso avere una bambina che va a scuola aiuta a darmi dei tempi entro cui lavorare, occuparmi di lei, gestire un tempo libero di qualità. In ogni caso se lavoro molte ore di seguito (a seconda dei progetti e dei periodi può succedere), poi faccio in modo di avere più ore di riposo per occuparmi di me stessa.
  • Strumenti: rendiamo efficace la nostra giornata senza disperdere energie. Io ho trovato un valido alleato in Google Calendar: segno qualsiasi impegno di lavoro lì. Con “impegno di lavoro” non intendo solo gli appuntamenti ma anche gli step di progetto, gli aggiornamenti fissi settimanali, le cose che devo fare per promuovere la mia professionalità, le idee che devo sviluppare, i post che voglio scrivere sul mio blog. Mi sono creata calendari ad hoc, tra cui quello “lavoro” in cui pianifico e “commesse” con cui contabilizzo le ore giornaliere durante le quali ho lavorato su un determinato progetto. Questo secondo calendario mi permette di capire in maniera abbastanza precisa quanto tempo investo su un progetto, capire se l’ho sottostimato o al contrario scivola via più veloce di quanto non pensassi.
  • Strategia settimanale: se l’homeworker è anche una persona che il lavoro se lo deve procacciare, è fondamentale che nell’arco della settimana si occupi del lavoro presente ma anche di pianificare la direzione in cui vuole andare, i possibili clienti, i potenziali progetti imprenditoriali. Se l’homeworker è anche un wwworkers, le sue giornate sono fatte anche di formazione, relazioni. Occorre tessere reti per rimanere sempre in linea con l’ecosistema di riferimento e il web si evolve velocissimo.
  • Percezione del proprio lavoro: non lasciamoci MAI convincere da quanti (e sono tantissimi, si nascondono anche tra parenti e amici) credono che perché lavoriamo da casa in fondo non lavoriamo davvero. Siamo noi i primi a dover gestire la nostra consapevolezza del valore di quello che facciamo e del tempo che dobbiamo dedicarci. La spesa può aspettare – a meno che non ci faccia comodo andare a farla quando gli altri sono in ufficio – e quando la nonna telefona possiamo dirle che la richiameremo più tardi perché stiamo lavorando. Sta a noi definire i limiti.
  • Diamoci dei traguardi: non lasciamo che tutto scorra sempre uguale a se stesso, evolviamoci nel nostro lavoro, fermiamoci e chiediamoci se è quello che vogliamo e se lavorare da casa è la direzione più giusta. Potremmo anche decidere che siamo cambiati e che ora abbiamo bisogno di altro.

I miei progetti di Homeworker

Da qualche tempo collaboro con la mia vicina di sotto: per un caso fortuito della vita facciamo lavori simili. Mi piace molto questa evoluzione dell’#ufficioincasa verso l’#ufficiocondominiale. Ci siamo abituati a comunicare con persone lontanissime ma troppo spesso ci dimentichiamo di ascoltare chi ci sta più vicino e capire se possiamo rendere il nostro rapporto virtuoso. Lei ed io ci stiamo provando. Non abbiamo spese d’ufficio ma condividiamo qualche idea in maniera fluida e collaboriamo su alcuni progetti. Io sono donna di quartiere (oltre che di mondo ;-)) e mi piace credere che le energie vadano messe in circolo.

Considerazioni di fine giornata

Mica lo avrei mai pensato che questo #ufficioincasa piacesse tanto eh? A fine giornata ci ho guadagnato la partecipazione al Freelance Barcamp (evento che ho scoperto con l’occasione), una menzione su Panorama, sul Fatto Quotidiano  e un invito a una trasmissione di una tv locale (rigorosamente in collegamento su Skype così posso stare in mutande ;-)).

Se fossi stata in ufficio, probabilmente sarei stata licenziata dopo la prima ora di adrenalina da Twitter: a casa me la sto cavando con una serata di recupero del lavoro 😉

 

Adotta una blogger e mandala al Salone del Libro di Torino, sabato

Mi piacerebbe molto andare al Salone del Libro di Torino, sabato.

Ma diciamo la verità: i treni costano e io in questo periodo devo risparmiare.

Metto allora all’asta la mia professionalità.

Se sei un giornale, una libreria, una piccola casa editrice, una tv locale o altro ti propongo uno scambio estremamente conveniente:

tu mi paghi i biglietti del treno alta velocità (Bologna-Torino e ritorno), nella giornata di sabato, il biglietto di ingresso al Salone più le spese per i pasti e io seguo (con livetweet ed eventuale aggregazione contenuti successiva) 1 evento/presentazione per conto tuo e quando torno scrivo anche un articolo per il tuo sito/magazine su quello che ho visto al Salone durante il mio giro libero.

Ovviamente promuoverò il post e la nostra collaborazione di mutuo scambio.

L’iniziativa “Adotta una blogger appassionata di libri” fa parte della campagna #proposte anti crisi: un modo creativo per stare al mondo.

Nessun blogger è stato maltrattato per la realizzazione di questa iniziativa.

Se vuoi aderire alla campagna scrivimi a: francesca.sanzo@gmail.com

 

La social content curation e Storify

E’ il mio pallino da un po’: da quando grazie ai social media l’informazione da gestire è diventata un flusso che ognuno di noi deve riorganizzare per potere avere una panoramica completa di una notizia, ha ancora senso duplicare contenuti identici, nello stile “comunicato stampa”?

Non è forse meglio seguire la notizia e diffondere i punti di vista, anche divergenti che produce?

Come blogger, quando mi arriva un comunicato stampa, arriccio sempre il naso perché alla piattezza di un testo preferirei una serie di link che rimandino a sito web, eventuale hashtag o profilo su twitter e pagina su facebook. Preferirei “seguire” l’evento e la notizia, piuttosto che lanciarla.

La protagonista della comunicazione ai tempi dei social media non è più la mano che tira il sasso, ma i cerchi nell’acqua che il sasso produce.

Il compito di chi si occupa di Online Media Relations o di chi – come me – fa un lavoro reputation-oriented più che marketing-oriented e che quindi ha il compito di studiare strategie che valorizzino i contenuti e la reputazione di un marchio o di un progetto, è di misurarsi quotidianamente con la social content curation: la cura dei flussi di contenuti prodotti on line, sui social media e non.

Contenuto è un articolo di approfondimento, ma contenuto è anche il dibattito che vede nascere un hashtag su twitter, una discussione su Facebook o una serie di post tematici che rispondono l’uno all’altro.

Oggi realizzare un contenuto informativo intorno a un progetto, un’idea, un momento storico o un evento culturale e/o politico ha un costo in termini di tempo da dedicargli e il valore aggiunto non è più fare lo scoop, ma approfondire al massimo l’inseguimento del flusso di reazioni che suscita un contenuto.

Realizzare una storia on line –  quando è condivisa in tempo reale e ci riguarda tutti, come può essere anche un meraviglioso doppio arcobaleno su Bologna –  non significa necessariamente (o solo) scrivere qualcosa di nuovo ma anche raccogliere e aggregare l’esistente.

Da qualche tempo uso in maniera strategica per il mio lavoro ma soprattutto per la mia crescita personale e professionale, Storify.

Storify permette di aggregare contenuti diversi (da twitter, facebook, instagramm, blog, ecc) e riproporli in una forma accattivante, costruendo rapidamente il flusso di quanto è stato scritto, detto, montato. Sta poi al lettore esplorare le infinite possibile che offre un post su Storify (lettura consequenziale che diventa cronaca o approfondimento verticale esplodendo le proposte contenute).

Storify è diventato per me uno strumento indispensabile.

Se partecipo ad un evento, faccio la cronaca su twitter (stando ben attenta a riportare brevi frasi di senso e non solo di contesto), scatto qualche foto che rilancio attraverso Instagram e quando torno a casa ricostruisco il mio lavoro (completandolo con quello di tutti coloro che hanno seguito l’evento su twitter o attraverso post sui loro blog o video e foto) su storify per creare una cornice che contenga la notizia e permetta a chiunque di ricostruire il contesto dall’informazione e non viceversa.

Io ho imparato a usare Storify usando questo video tutorial  e leggendo questo articolo di Alessandra Farebegoli.

La Content Curation è la prospettiva con cui guardo al mio lavoro, uno degli aspetti più qualificanti di una professione come la mia. Ecco allora che proprio grazie a Storify ho raccolto qualche interessante punto di vista sul tema.

Torna le nuove professioni delle donne: 14 aprile 2012, Bologna

La rete, il web e il digitale possono diventare delle vere opportunità professionali?

In che modo le donne hanno incontrato e si sono messe in gioco grazie alle professioni legate all’ITC e alla comunicazione web? Ce lo racconteranno le relatrici di le nuove professioni delle donne per una testimonianza diretta a persone fisiche, associazioni e enti interessati a comprendere concretamente come si possa fare business e sviluppare idee imprenditoriali al femminile, grazie a questi mezzi.

Le relatrici invitate sono:

  • Lidia Marongiu: consulente nell’ambito della comunicazione e del marketing strategico
  • Annalisa Uccheddu: dopo la laurea, ha deciso di investire nella sua passione per i libri creando una casa editrice di e-book che si basa su progetti e contatti sviluppati online. Dall’editing, allo scouting, fino alla vendita, ha creato una vera e propria azienda
  • Alice Reina: attrice, storyteller e creativa grazie alla rete sviluppa idee per i prossimi laboratori e spettacoli di teatro sociale. Crea decorazioni personalizzate per torte e ne racconta su Bologna In Torta. I suoi sitiassociazionehecate.net + bolognaintorta.it
  • Lisa Ziri di Nemoris start-up al femminile nata nel 2011, ideatrice insieme a Silvia Parenti di ILexis, un software semantico di archiviazione automatica.

Vi aspettiamo a Bologna, sabato 14 aprile 2012, dalle 10 alle 13.30 in via Pietralata 60, Quartiere Saragozza.

Potete iscrivervi su Eventbrite.

L’evento fa parte del progetto No Digital Divide ed è organizzato in collaborazione tra

GGD Bologna, Articolo37 e Francesca Sanzo

Hashtag su Twitter: #NPDonne

Dibattiti su twitter e facebook

Sto seguendo con interesse alcuni dibattiti on line legati a twitter e in particolare sull’efficacia del suo uso per fare informazione e opinione pubblica.

Ho cercato di riassumere alcuni punti di vista interessanti su Storify.

Mi piacerebbe anche conoscere il punto di vista di chi li usa tutti i giorni, per passione, svago, per tenersi informato o promuovere il proprio lavoro.

Twitter e il giornalismo (come ne scrive, come cambia ai tempi di)

Il dibattito è riassunto qui: Twitter e il giornalismo (come ne scrive, come cambia ai tempi di)

Un questionario on line

Per chi ha voglia di partecipare al questionario può compilare il FORM sottostante. Le risposte saranno visibili qui.

[foto in copertina di JefferyTurner in licenza CC su Flicrk.com]

Blogger VS Giornalista: ha senso contrapporre?

Quando racconto che scrivo anche su un blog de Il fatto quotidiano o che per lavoro mi occupo di contenuti per alcune testate e blog aziendali, subito mi chiedono: “Ma allora sei giornalista?” come se l’assioma fosse immediato.

No, sono blogger.

Non ho tesserini, non ho frequentato la scuola di giornalismo e quello che mi interessa è soprattutto il web.

Ovviamente non mi farebbe schifo scrivere anche per la carta, ovviamente il lavoro di giornalista lo trovo affascinante fin da quando avevo 8 anni e scrivevo finti reportage di finti viaggi in Africa, usando l’enciclopedia come fonte.

Ma io faccio la blogger e sono due professioni diverse, con regole proprie, anche se questo non vuole dire contrapposte.

Da tempo, in molti si interrogano su questa dicotomia “blogger o giornalista?” e su cosa abbia più o meno autorevolezza. Per l’opinione pubblica il giornalista è certamente più autorevole del blogger: c’è di mezzo un esame, un tesserino, un Albo e una professionalità definita da qualche secolo di pratica consolidata. Il blogger comincia oggi ad acquisire dignità professionale: non si sa da dove arrivi e a volte nemmeno dove voglia andare, come se lo status di blogger sia un intermezzo per raggiungere qualche altro obiettivo (diventare giornalista, scrittore, opinionista televisivo).

Eppure forse, alla base di questa dicotomia c’è una percezione di immutabilità professionale poco realistica in un mondo del lavoro fluido e non lineare come quello della comunicazione.

Alla base del lavoro del  blogger, così come di quello del giornalista c’è la stessa cosa, ovvero una storia, una notizia, qualcosa da raccontare.

Differenze di processo

  1. Il giornalista documenta una notizia in maniera [presumibilmente] oggettiva, il blogger approfondisce (e/o) commenta in maniera esplicitamente soggettiva;
  2. L’identità virtuale del giornalista è veicolata dall’identità della Testata per cui scrive [nella maggioranza dei casi], il blogger scrive per una Testata perché si è costruito una forte identità virtuale, diventando un personaggio riconoscibile e accreditato su alcuni temi o ambiti;
  3. Un giornalista deve sempre accertarsi della veridicità delle fonti e [quasi mai] pubblica prima un pezzo, il blogger può prendersi il lusso di narrare anche la costruzione della notizia, in post successivi.

Differenze di stile

  1. Il giornalista ha una fede indissolubile per la carta stampata e cerca di declinare le medesime regole on line, pur provando un sentimento di amore/odio (quasi perverso) per tutto ciò che è Social e 2.0. Il blogger predilige la paratassi, i paragrafi che fanno respirare il testo, i grassetti e i link/fonte e scrive pensando anche a come il proprio post verrà indicizzato: titoli Calembour che sulla prima pagina del quotidiano che compri in edicola accattivano e incuriosiscono, sul web rischiano di “far sparire” il tuo articolo.

La relazione con il marketing

Su questo punto, potremmo dire che sia giornalisti che blogger, seppur in modo diverso, hanno una relazione conflittuale con il marketing. Arriva sempre, nella vita di entrambi, il momento di chiedersi come e se si vuole scendere a patti. Per mangiare bisogna un po’ farlo, ma il come segna la differenza.

Si può essere giornalisti e blogger rompimaroni e questo potrebbe cozzare con alcuni aspetti della professione che si è scelta. D’altronde – e lo dice una grandissima rompimaroni – il blogger ha forse una maggiore libertà d’azione nel far confluire nel suo ruolo pubblico anche questa caratteristica, trasformandola in un valore aggiunto e in una bella sfida professionale (sia per lui che per chi lo assume).

Se volete approfondire l’argomento ho estratto qualche articolo spunto interessante: