Suggerimenti e tecniche per narrarsi online.

Raccontare un evento con i Social Media. Save the date!

Sto collaborando con Face Creative Link nella promozione di un Contest (a cui chiunque può partecipare!) dedicato a Bologna e all’acqua e che si chiama #Bolognawater e che culminerà con una mostra durante la manifestazione Bologna Water Design.

Nell’ambito di questa iniziativa Face Creative Link mi ha proposto di tenere un piccolo speech in cui offrire qualche consiglio sui mezzi e i modi di seguire un evento con i Social Media.

Sono molto contenta di annunciare che sabato 28 settembre 2013, a Bologna presso i suggestivi chiostri dell’ex Maternità in via D’Azeglio  alle 17.30 sarà possibile partecipare al mio intervento [vedi programma in dettaglio].

Subito dopo di me sarà la volta di Giampiero Riva (“guru” di Instagram da cui spero di imparare qualcosa visto la mia scarsità come fotografa digitale ;-)) e a seguire l’attesa premiazione di #BolognaWater.

Ecco qui il dettaglio:

17:30
RACCONTARE UN EVENTO CON I SOCIAL MEDIA. Buone prassi per raccontare un evento social: twitter, facebook, il blog, gli hashtag, la rete degli Opinion Leader, l’aggregazione dei contenuti. Incontro, a cura di Face Creative Link, con Francesca Sanzo che si occupa di contenuti e strategie per web e social media e dal 2005 ha unblog dove fa storytelling e racconta la città e gli eventi più interessanti di Bologna.

18:00
FOTOGRAFIA E SMARTPHONE: COME STA CAMBIANDO LA FOTOGRAFIA.  Incontro, a cura di Face Creative Link, con Gianpiero Riva, ingegnere elettronico, uno degli italiani più seguiti su Instagram, autore del libro “Fotografia Smartphone – Scatta, elabora, condividi” e membro del Consiglio Direttivo dell’associazione nazionale Instagramers Italia; fondatore della startup JewelGram – trasforma la tua foto in un gioiello.

19:00
Premiazione PROGETTO CONTEST #bolognawater a cura di Face Creative Link.  Intervengono Instagram Bologna e il Centro di Poesia Contemporanea dell’Universita di Bologna.

A seguire, reading con il poeta Davide Rondoni.

21:00
FESTA DI CHIUSURA. Anteprima del festival roBOt dal titolo ‘digital vertigo’. Intervento progettuale di artisti sul tema dell’acqua.

 

Lavorare con l’IPad: si può?

Lavorare con l’IPad: quando non si possiede un buon portatile come la sottoscritta, in certi momenti diventa un’esigenza. Io che di mestiere devo scrivere molto, sia per la mia attività di contenuti che di progettazione, ho perfezionato al massimo l’uso del tablet perché possa venire incontro alle mie esigenze. Pesa poco, sta in qualsiasi borsa (anche nel mio microzainetto) e me lo posso portare ovunque.

Ecco come.

Prima di tutto mi sono procurata una tastiera Bluetooth acquistata su Internet. Si chiama Mobile Bluetooth Kayboard for IPad 2 e attualmente su Amazon costa 38 Euro.

La mia è una tastiera americana per cui i caratteri speciali non corrispondono sempre ai caratteri digitati, ma poco male perché sono una scribacchina compulsiva e conosco la posizione a memoria.

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La tastiera funziona anche da Case e può essere una valida aiutante per il trasporto e protezione dell’IPad.

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Si monta con facilità e occupa pochissimo spazio:

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Il mio IPad non ha connessione 3G e così ho preso un router che mi costa 10 Euro al mese ma che trovo molto più utile perché permette la connessione simultanea (tramite wifi) di ben 8 dispositivi. Quando siamo insieme lo usiamo contemporaneamente sia io che il mio compagno.

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Ed ecco quali sono le APP che utilizzo per scrivere, gestire i miei blog e per recuperare e indicizzare fonti che mi sono utili.

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Pages e KeyNote mi servono per scrivere (anche quando non sono collegata alla Rete) e hanno il vantaggio di poter salvare i documenti in formato standard.

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In linea di massima per scrivere e gestire documenti (anche report di riunioni e fogli di calcolo) utilizzo Google Drive (la suite di Google) in modo da avere sempre il materiale allineato su tutti i dispositivi che utilizzo.

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Per censire fonti tematiche (un pezzo importante del mio lavoro di pianificazione editoriale) uso FlipBoard per monitorare la Rete: questa App compone una rivista personalizzata in base alle chiavi di ricerca immesse. I contenuti sono prelevati dal web oppure da Twitter o altri Social Media.

Tutto ciò che non ho il tempo di leggere immediatamente o che voglio tenere perché potrà servirmi per scrivere articoli in futuro o per ricerche approfondite, viene salvato su Instapaper e Evernote: entrambi molto validi e che utilizzo in maniera specifica.

Per poter gestire i canali social, uso le APP di ogni singolo social network. Con quella di Twitter mi trovo davvero molto bene, anche perché permette la gestione multiaccount contemporanea, con notifiche push. Quella di Facebook, lo sanno anche i bambini, è un po’ più faticosa e ogni tanto, per operazioni specifiche, apro il browser e mi connetto direttamente al sito.

Con l’Ipad in certe situazioni tendo a concentrarmi di più, perché paradossalmente, incentiva il monotasking. Non è possibile avere contemporaneamente aperte più finestre e la fatica di chiudere una APP per aprirne un’altra mentre lavoro disincentiva il passaggio, tenendomi più a lungo “sul pezzo”.

L’IPad (o qualsiasi Tablet) non è un sostituto di un buon portatile, ma in mancanza di altro, personalizzandone l’uso e procurandosi una tastiera, permette comunque di lavorare con una certa efficenza.

In questi giorni che sono spesso in giro e non devo lavorare 8 ore al giorno, ecco cosa mi porto dietro: IPad, tastiera, router mini, carica batteria per questi 3 oggetti e molta voglia di leggerezza!

Spero di avere condiviso informazioni utili per quanti fanno un lavoro simile al mio e come me, hanno a disposizione un tablet.

Genitori e adolescenti: fare Rete insieme

Il 37,2% della popolazione italiana non si è mai connessa ad Internet. Un dato che fa riflettere se accompagnato da quello che in Europa:

gli italiani detengono la più alta frequenza di accesso (oltre il 91% accede regolarmente ogni giorno, mentre la media europea è del 79%)” e in cui le classi di età che più hanno usato internet nell’ultimo anno sono quelle comprese tra i 15 e i 19 anni.

[fonte Orizzonte Scuola da  Agcom]

Il 71% delle connessioni nel nostro paese avviene in famiglie con un minorenne.

Dati del genere sembrano indicare un trend: il divario digitale tra adulti e adolescenti è più alto che in altri Paesi ma l’uso delle tecnologie da parte di chi le ha introiettate è massiccio.

Nel mio lavoro di formatrice ho constatato un cambio di rotta, negli ultimi 2 anni: sempre più adulti vogliono capire cosa e come i propri figli usano i device (lo smartphone prima di tutto) e come stanno online. I sentimenti dei genitori nei confronti della presenza online dei figli sono contrastanti e senza mezze misure, si passa da una vera e propria paura che il web possa costituire un pericolo (prima di tutto per le frequentazioni, ma anche per il tempo che i figli passano online) a una sostanziale estraneità rispetto al fenomeno. Molti ragazzi, in particolare preadolescenti, accedono alla Rete e ai Social Network presto, con l’avvallo dei genitori e non devono seguire nessuna regola familiare per l’utilizzo degli smartphone, dei tablet e dei Social Network.

Conosco persone che hanno deciso di aiutare il proprio figlio ad aprirsi un profilo su Facebook, prima dei 13 anni, età in cui la policy della piattaforma permette l’iscrizione. Dichiarano di monitorare l’uso che il figlio fa della propria bacheca e i contatti, ma di fatto ne hanno avvallato una prima e apparentemente innocua “infrazione”, perché la data di nascita dichiarata è diversa da quella reale.

Ci sono poi i genitori che ammettono di non avere un buon rapporto con le tecnologie e in particolare con Internet, si sentono decisamente meno esperti dei propri figli e hanno deciso di lasciare loro carta bianca.

Quando, durante uno dei miei corsi, chiedo agli adulti se hanno dato regole d’uso ai ragazzi, molti si giustificano dicendo che non sapendone nulla, non si sentono adeguati a dare regole e che comunque, proprio perché l’accesso a internet è dislocato tra molti dispositivi, per lo più mobili, pensano che sia impossibile darne di efficaci.

Non sono così convinta che i nativi digitali ne sappiano più di noi in toto. Sono naturalmente predisposti ai veloci cambiamenti tecnologici e d’uso, sono propensi a provare e a sperimentare piattaforme e tecnologie molto più rapidamente, ma l’aspetto tecnologico, nell’uso della Rete c’entra solo fino a un certo punto.

Oggi il web, grazie ai Social Media, è uno strumento prevalentemente relazionale e identitario insieme.

Può diventare un’occasione creativa per i nostri figli e anche per noi, così come ugualmente può trasformarsi in un’enorme perdita di tempo.

Credo che il salto culturale che la mia generazione (e quelle prima di me) deve fare è pensare alla Rete come a uno strumento ATTIVO: non è la televisione, non basta dire che va usata con moderazione, bisogna imparare a usarla bene perché può trasformarsi in un’opportunità.

In quest’ottica, prima di invocare un uso positivo della Rete da parte dei nostri figli, dobbiamo essere noi i primi a trovare la giusta via.

Capire che il web (anche quello sociale) non è fatto solo di gattini o petizioni su Facebook, ma anche di strumenti di condivisione di saperi e messa in circolo di creatività. Imparare a discernere tra il significato di “amicizia” per come viene inteso sui social network e il significato più profondo della relazione con gli altri.

Siamo nell’era della narrazione collettiva, imparare a usare strumenti efficaci per narrare progetti, idee, professioni potrebbe essere un buon modo per appropriarci di un modo, nostro, di usare la Rete e per condividere con i nostri figli quello che impariamo, impararlo insieme e grazie a loro.

Ci sto pensando da molto tempo, credo che solo in una co-creazione di idee, progetti, contenuti tra le generazioni, si possa invertire un trend che blocca l’innovazione umana e sociale del Paese, innovazione che non passa solo dal digitale ma che non può certamente prescinderne.

Il punto di vista di un Liceo sul diritto in Rete

Si chiama Diritto in Rete ed è il blog creato da alcuni ragazzi e professori del Liceo Leonardo da Vinci di Casalecchio di Reno (Bologna).

Quest’inverno – nell’ambito di una collaborazione con Corecom Emilia Romagna – sono stata al Liceo Da Vinci per un percorso di orientamento all’uso consapevole di web e social media [le mie proposte formative per adulti e adolescenti sono disponibili sul sito dedicato al progetto Tessere la Rete]. Il nostro incontro era inserito in un progetto più ampio che la scuola ha voluto fortemente, realizzato grazie al programma Lucilla che coniuga diritti e web, la scuola ha fatto quindi un percorso articolato su questi temi insieme a Letizia Atti – psicopedagogista e formatrice  – con cui mi auguro di poter collaborare in futuro per le numerose affinità.

Diritto in Rete è un blog interessantissimo perché esprime il punto di vista sulla Rete e sull’uso della Rete dei ragazzi che oggi frequentano la scuola superiore. Ecco come loro stessi presentano il proprio lavoro:

DIRITTO IN RETE perché oggi per i nativi digitali è naturale comunicare e diffondere le loro immagini, esperienze, sensazioni condividendole direttamente sulla rete o trovarsi, anche contro la loro volontà, scaraventati in rete.

Ma DIRITTO IN RETE ci ricorda anche che, anche se siamo in un “luogo virtuale”, questo non ci esenta dal dovere rispettare il diritto degli altri (alla privacy, alla riservatezza, alla propria reputazione, all’immagine etc.) e dalla giusta pretesa di vedere rispettati i nostri diritti.

Durante i miei percorsi in classe e anche con i genitori sostengo che il blog è ancora una forma felice di appartenenza alla Rete che rispetto ai social network attiva possibilità più articolate, mettendo in gioco creatività, ricerca, abitudine a una scrittura pubblica e capacità di definire un filo rosso, un’identità editoriale che ci aiuta a capire meglio come gestire il nostro profilo digitale. Perché – come scrivono giustamente i ragazzi – ormai essere in un “luogo virtuale” presuppone diritti e doveri analoghi ai luoghi “reali”. La distinzione tra virtuale e reale è infatti obsoleta e ha perso completamente di senso: il noi digitale non è che una parte del noi/tutto con cui viviamo il mondo oggi.

I temi della Rete sono trattati con estrema competenza su questo blog e analizzati con gli occhi di chi vuole capire. Ci sono post – come per esempio quello dedicato al furto d’identità online – che offrono una panoramica e una casistica articolata e in cui viene messo a disposizione anche un glossario.

Progetti come questo sono un buon punto di partenza, quotidiano e in costante evoluzione, per ridurre quel digital divide intergenerazionale abbattuto il quale – ne sono sempre più convinta – si potrà dare un’enorme spinta in termini di innovazione al nostro Paese e al suo sviluppo.

E’ nato CoderDojo #Bologna

Dopo questo articolo  rilanciato su facebook e in particolare in Sana e robusta comunicazione sono successe delle cose belle. Barbara – che avevo intervistato per conoscere l’esperienza milanese – mi ha messo in contatto con Carmelo, che vive a Bologna e che voleva portare anche qui l’iniziativa (senza scopo di lucro) per avvicinare i bambini alla programmazione e contemporaneamente da parte dello staff di Iperbole Bologna  e di alcuni professionisti del settore, l’idea è stata raccolta con entusiasmo.

Grazie alla bella rete sinergica che contraddistingue gli attori che si interessano di digitale a Bologna, dal dire si è passati immediatamente al fare e la bravura e entusiasmo di Carmelo si sono trasformati in un progetto concreto. L’11 maggio 2013 presso l’Urban Center si è tenuto il primo CoderDojo bolognese che ha fatto subito il sold out.

Ho voluto intervistare Carmelo perché fosse lui, direttamente, a raccontare il progetto e i suoi sviluppi.

Ci tengo a ringraziare non solo lui e tutti i Mentor volontari che si stanno prestando a questo progetto, ma anche chi ha voluto scommetterci in sede istituzionale, in particolare Milena e Michele che hanno subito raccolto la palla.

Carmelo: presentati e raccontaci brevemente come sei entrato in contatto con Coder Dojo

Ho cominciato ad appassionarmi all’informatica a 6 anni, quando mio padre mi regalò il primo PC e mi lasciò libero di sperimentare (e di metterlo fuori uso ogni settimana!). Oggi ne ho 30, sviluppo app e da qualche tempo mi occupo anche di formazione, che ho scoperto essere un’attività estremamente gratificante. Così, quando ho letto di CoderDojo per caso su Internet, ho subito scritto ai ragazzi di Milano che stavano organizzando un evento, chiedendo di poter partecipare come osservatore. Due giorni dopo ero da loro a fare da mentor, imparando Scratch insieme a un bimbo di 6 anni.

E’ stato così entusiasmante che alla fine dell’incontro non avevo dubbi: dovevo provare a farlo partire anche a Bologna. Grazie alle persone che mi hanno subito affiancato (una delle quali mi sta intervistando ;)) devo ammettere che è stato più facile del previsto.

CoderDojo Bologna: ci racconti se l’esperienza del primo incontro è stata vicina alle tue aspettative di organizzatore?

Il primo evento non poteva andare meglio, Sala Borsa è un posto meraviglioso e dal punto di vista logistico è filato tutto liscio!

I bambini ci hanno stupito con le loro creazioni e la loro velocità di apprendimento: mentre spiegavamo come far muovere i primi passi a un gattino virtuale, vedevamo animali di tutti i tipi sfrecciare sui loro schermi! E soprattutto pare si siano divertiti, visto che non volevano più tornare a casa!

Anche i genitori sono entusiasti, ci hanno dato ottimi feedback e tanto incoraggiamento per andare avanti.

E infine i mentor, nonostante fosse la prima volta per loro, hanno subito capito lo spirito di CoderDojo, si è creata una bella squadra, sono stati fantastici!

Uno sguardo ai piccoli programmatori: la maggioranza di loro che età aveva, che tipo di attitudini, ecc. Se dovessi delineare un profilo del piccolo programmatore, quale sarebbe?

Il gruppo era molto eterogeneo, la maggior parte intorno ai 9 anni ma si andava dai 7 ai 13. Tutti hanno una grande confidenza con i computer, si muovono con una naturalezza che lascia stupiti.

I piccoli programmatori, poi, sono prima di tutto dei piccoli giocatori: da un lato hanno ben chiare le dinamiche che rendono un gioco interessante, per cui li sanno fare bene; dall’altra vedono la programmazione stessa come un gioco, perciò si divertono!

Maschi e femmine: interesse per cose diverse o grande apertura, a dimostrazione che la programmazione non ha sesso?

Programmare è un po’ come disegnare, è un’abilità che non dipende in alcun modo dal sesso. Sia i bambini che le bambine hanno dimostrato di saperci fare allo stesso modo.

Quello che cambia, magari, è il soggetto del loro gioco o l’ambientazione che scelgono. Per esempio, è più facile che un maschietto provi a creare un gioco di calcio rispetto a una bambina, mentre tutti sembrano apprezzare gli animaletti come protagonisti.

I Mentor: che ruolo hanno?

I mentor sono dei facilitatori più che degli insegnanti veri e propri. Il loro compito principale è quello di incoraggiare i ragazzi e aiutarli a trovare autonomamente la strada per risolvere le difficoltà che si presentano, senza paura di sbagliare.

Sugata Mitra lo chiama il metodo della nonna. I mentor fanno proprio come farebbe una nonna che, pur non conoscendo la tecnologia, sa essere d’aiuto semplicemente incoraggiando, riconoscendo e ammirando i risultati raggiunti dai nipotini.

Un altro compito fondamentale è quello di stimolare l’interazione e l’aiuto reciproco tra i ragazzi, favorendo la diffusione della conoscenza tra di loro, modalità molto più efficace rispetto al classico rapporto insegnante-studente.

Come si rimane aggiornati sulle attività di CoderDojo Bologna e quali le prossime in programma?

Vista la grande richiesta abbiamo organizzato il secondo evento appena una settimana dopo il primo (il 18 maggio) anche per festeggiare lo Scratch Day, riservandolo ai bambini che non avevano ancora partecipato.

Contiamo di organizzarne un paio anche a giugno, ma non abbiamo ancora fissato le date, perciò consigliamo ai genitori o ai bambini interessati di scriverci una mail a coderdojobo@gmail.com per poter essere avvisati appena abbiamo novità a riguardo.

Potete seguirci attraverso il sito, la pagina Facebook o su twitter .

 

Mutti: una storia che è già marketing narrativo

Sabato sera a Bologna c’è stata la #GGDBO13 dedicata al green e alla relazione tra agricoltura, orti urbani, sostenibilità e web. E’ stata una serata bellissima di cui abbiamo fatto un report su storify e  di cui potete guardare  le foto che ha fatto la bravissima Silvia Storelli.

E’ stata la prima GGDBO a cui ho partecipato come parte dello staff e mi sono divertita molto. Abbiamo ricevuto l’adesione di molte donne impegnate su questi temi e che hanno trovato nel web un valido alleato per diffondere i propri progetti. Continua a leggere

Cultura digitale e senso dell’Altro: ricetta per una buona vita online

Ultimamente si fa un gran parlare di “regolamentazione del web” contro l’aggressività dilagante e l’incapacità diffusa di gestire una conversazione online (specialmente con politici o Opinion Leader) basata sul dialogo costruttivo e non sulla critica fine a se stessa che spesso sfocia nell’offesa. Concordo con Arianna Ciccone quando – su Valigia Blu – dice che quello di cui c’è più bisogno è la diffusione della cultura digitale.

Aggiungo che la cultura digitale deve essere accompagnata da una percezione dell’Altro che per tanti motivi va sempre più sfumando. C’entra di sicuro anche la Rete che viene spesso usata come un enorme megafono di tutto quello che ci passa per la testa e che molto meno viene percepita come un luogo di confronto.

L’autoreferenzialità in cui tutti siamo caduti almeno una volta è una medaglia a 2 facce: la creazione di contenuti online è ormai alla portata di tutti (e con tutti ovviamente intendo coloro che possono e hanno i mezzi per avere una connessione ad Internet) e ha di fatto abbattuto il muro tra chi produce e chi fruisce di una notizia, un testo, un video. Questo è il lato bello.

L’aspetto negativo di questa facilità di pubblicazione è che possiamo dire TUTTO ciò che ci passa per la testa, mettere nero su bianco frustrazioni, entusiasmi, punti di vista assoluti e non sempre teniamo conto di chi non la pensa come noi o – quando lo facciamo – è per alzare la voce un po’ di più.

Il fatto di avere uno schermo che ci separa dagli altri spesso non agevola la capacità critica e se siamo abituati a passare molto tempo online – magari nella solitudine della nostra stanza – il meccanismo a un certo punto si inceppa e l’opportunità di conoscenza che ci offre il web diventa minoritaria rispetto alla sua capacità di fare da cassa di risonanza ai nostri malumori.

La cultura digitale che deve essere intesa come capacità di cogliere il meglio di ciò che ci offre la Rete, acuendo il nostro spirito critico e la nostra curiosità e non il nostro egocentrismo.

Ma in che modo si avvia questo processo, specialmente nei giovani che tanto tempo passano online?

La rete non è (o non è più) un luogo altro dalla nostra vita “reale”: potenzia le nostre relazioni e le nostre fonti ma chi tesse reti sociali o impara cose nuove siamo sempre noi, non un concettuale Avatar che non ha nulla a che fare con il web.

Siamo noi che scriviamo, siamo noi che commentiamo, siamo noi che esprimiamo pareri sulle cose, siamo noi che possiamo scegliere di imparare dagli altri.

Siamo noi che dobbiamo prenderci la responsabilità di ciò che diciamo, di come lo diciamo e dell’effetto e conseguenze che avrà.

Proprio per questo motivo è fondamentale che questa benedetta cultura digitale si diffonda. Senza cultura digitale non ha senso parlare di digitalizzazione delle P.A. . Senza cultura digitale le generazioni più giovani si troveranno a possedere mezzi che non sanno utilizzare  se non come megafono, per l’appunto e i loro genitori e insegnanti continueranno a sentirsi inadeguati di fronte alle opportunità offerte dalla Rete, guardando solo a quello che spaventa.

Succederà lo stesso anche ai nostri politici o ai giornalisti che parlano di Web, si iscrivono ai social network ma non hanno sempre la chiara percezione che stanno usando un mezzo orizzontale e aperto.

Senza cultura digitale molte persone si vedranno sfumare lavoro. Non solo perché ciò che fanno inconsapevolmente online potrebbe tagliare le gambe alla propria reputazione pubblica, ma anche perché non sapranno cogliere strumenti efficaci, sostenibili e in grado di produrre innovazione professionale.

Sono fermamente convinta che la diffusione della cultura digitale sia il motore di innovazione personale di cui in molti abbiamo bisogno: penso alle donne – soggetto particolarmente debole sul Mercato del lavoro – per esempio.

Se tutte coloro che sono professionalmente in sofferenza si sedessero a tavolino e pensassero alla propria idea, quella che ognuno di noi coltiva e sembra spesso irrealizzabile e partissero con il provare a darle una forma online, si accorgerebbero quanto è tutto sommato semplice mettere in gioco la propria professionalità sul web se c’è una solida e consapevole cultura digitale.

Non servono restrizioni e non c’è bisogno di essere coercitivi con il web: dobbiamo cominciare a usarlo bene e a prenderci, ogni momento, la piena responsabilità di quello che ne facciamo e di come ci relazioniamo agli altri anche in questo luogo.

Ricordandoci che tessere reti sane è l’unico modo per vivere bene. Sia online che offline.

[Credit photo: http://bit.ly/11Cpl7m]

Al via Invasioni digitali! Anche a Bologna

#Invasionidigitali: ovvero una case history digitale [in corso] che sta dimostrando grandi potenzialità. Un progetto culturale e di aggregazione sociale, un esperimento di storytelling del Patrimonio Artistico. Inizia domani la settimana dedicata alle Invasioni del Patrimonio Artistico italiano.

Una settimana in cui sono stati organizzati più di 300 eventi in tutta Italia, come testimonia la pagina facebook del progetto. Tutto nasce dalle persone (per lo più blogger e smanettoni della Rete) che hanno accolto l’invito di Fabrizio Todisco a organizzare un’invasione nella propria città.

L‘idea:

Nella settimana tra il 20 e il 28 Aprile 2013, con il tuo aiuto siamo pronti ad organizzare le #INVASIONIDIGITALI, un progetto ideato daFabrizio Todisco in collaborazione con la Rete di travel blogger italiani di #iofaccioreteOfficina turisticaInstagramers italia e l’Associazione nazionale piccoli musei. 

L’iniziativa  prevede l’organizzazione di diversi mini-eventi (invasioni) presso musei e luoghi d’arte italiani e si rivolge a blogger,instagramer, appasionati di fotografia e a qualsiasi persona attiva sui social media.

L’obiettivo è quello di diffondere la cultura dell’utilizzo di internet e dei social media per la promozione e diffusione del nostro patrimonio culturale

Ogni invasione sarà organizzata secondo la formula del blogtour e sarà possibile partecipare ad una delle invasioni in  programma o organizzarne liberamente una, tutti i partecipanti potranno realizzare i loro contenuti utilizzando il tag #invasionidigitali, saranno utilizzati i seguenti canali social: Facebook, Twitter, Instagram, Pinterest & Youtube, tutti i contenuti realizzati saranno aggregati su questo portale.

[Gli hashtag per seguire e raccontare tutto l’evento: #invasionidigitali #liberiamolacultura]

Anche a Bologna ci siamo dati da fare con alcune iniziative (tutte gratuite) per contribuire a questa iniziativa che non si esaurisce con l’evento: sarà interessante vedere infatti come verranno raccolti e aggregati i contenuti prodotti durante le invasioni, per creare una narrazione a disposizione di tutti dei luoghi d’arte coinvolti.

Per gli interessati, ecco gli eventi in programma (compreso quello che ho voluto organizzare anche io in collaborazione con il Museo del Patrimonio Industriale):

Per partecipare è necessario iscriversi a ogni singolo evento (seguendo il link). Scaldate i polpastrelli e preparate i vostri account su Twitter e Instagram. [il post dedicato all’evento su Panzallaria]

[gli eventi al Museo del Patrimonio Industriale  e in Certosa sono aperti anche ai bambini] 

L’importanza di stare accanto ai nostri figli quando usano web e social media

Da un paio d’anni mi capita spesso di tenere corsi o laboratori per genitori, insegnanti e adolescenti sull’uso consapevole della Rete e dei Social Media. Nel tempo l’interesse verso questi temi è – giustamente – aumentato. Le scuole cominciano a sentire il tic tac incessante di un “orologio biologico” che preme: la forbice tra il modello di sapere che abbiamo tramandato per generazioni e un nuovo approccio alle cose di chi cresce oggi si sta decisamente allargando.  E’ di pochi giorni fa l’ultimo rapporto OCSE  su tecnologia e scuola e ci dice che

il Piano per digitalizzare le scuole avanza troppo lentamente. Solo 6 pc ogni 100 studenti. 15 anni di gap con la Gran Bretagna

Il Gap non è solo strumentale ma anche culturale: secondo Eu Kids Online i genitori italiani sono poco consapevoli dei rischi che corrono i propri figli in rete senza una guida e regole chiare.

Siamo il popolo degli smartphone e dei tablet [10 Rapporto Censis/Ucsi sulla comunicazione]:

I telefoni cellulari sono ormai utilizzati dall’81,8 per cento della popolazione italiana, con un numero di utenti che è cresciuto del 2,3 per cento, anche grazie agli smartphone (+10 per cento in un solo anno), la cui diffusione è passata tra il 2009 e il 2012 dal 15 per cento al 27,7 della popolazione. Il rapporto sottolinea inoltre che gli smartphone si trovano tra le mani di più della metà dei giovani (54,8 per cento), i quali utilizzano anche i tablet (13,1 per cento) più della media della popolazione (7,8 per cento).

Eppure non abbiamo ancora chiaro in che modo affiancare i nostri figli per accompagnarli a un uso consapevole (e proficuo) della Rete.

Durante gli incontri con i genitori e gli insegnanti, quello che mi preme sempre, oltre a analizzare i rischi connessi (cyberbullismo, sexting, dipendenza, ecc), è parlare di quelle che sono le opportunità offerte da un buon uso della Rete: sono convinta che se sia noi che i nostri figli riescono a  individuare obiettivi creativi, di cittadinanza, di formazione partecipata, si disinnescano molte mine.

In Rete prima ancora di navigare dobbiamo imparare a nuotare per stare a galla, convivere con un rumore di fondo spesso assordante, selezionare le informazioni e prenderci cura del nostro profilo digitale perché cresca e prosperi a lungo.  La cultura digitale, così come l’ha definita Henry Jenkins in Culture partecipative e competenze digitali, Media Education per il XXI secolo, Guerini Studio, 2010 è:

un termine che taglia trasversalmente le pratiche educative, i processi creativi, la vita di comunità e la cittadinanza democratica. Il nostro obiettivo dovrebbe essere incoraggiare i giovani a sviluppare le competenze, le conoscenze, i quadri etici e l’autostima necessari per partecipare a pieno titolo alla cultura contemporanea

Ecco allora quali sono – a grandi linee – i passaggi importanti da compiere insieme ai propri figli per gettare qualche semino e aiutarli a sviluppare queste competenze:

Profilo digitale

Da un grande potere derivano grandi responsabilità

(cit. Spiderman)

Settiamo le impostazioni di privacy dei social network che frequentiamo, monitoriamo ciclicamente la nostra presenza su Google per capire se siamo consapevoli di quello che gli altri vedono di noi, non facciamo ad altri quello che non vorremmo fosse fatto virtualmente a noi.

Condividiamo saperi

I nostri figli saranno pure degli “smanettoni” in grado di capire subito come funziona un tablet o come si imposta la suoneria dello smartphone, ma noi abbiamo un po’ di saggezza dovuta a esperienza, età e modello culturale “verticale” (siamo più abituati ad approfondire meno cose, mentre loro probabilmente hanno una capacità di saltare da una cosa all’altra 100 volte meglio della nostra). Mettiamo insieme questi ingredienti differenti per ottimizzare il nostro modo di stare in Rete. Loro possono sperimentare gli strumenti, noi possiamo coinvolgerli nello studio critico delle fonti per orientarci un po’ nel mare magnum delle informazioni online e loro veridicità.

Mettiamo delle regole

Il nostro senso di inadeguatezza tecnologica non deve sottrarci al nostro ruolo di genitori e si sa, i genitori sono anche quelli che stabiliscono le regole (di uscita, uso del telefono, uso del motorino, compiti e ANCHE uso del web).

Con l’avvento di tablet e smartphone vale poco la regola di tenere il computer in un luogo centrale e di passaggio della casa: ormai quel vecchio mastodonte serve solo a fare i compiti, non certo a gestire le relazioni online sui social media! Anche tablet e smartphone devono essere soggetti a un patto.

Tempi d’uso: Importante allora sapere che esistono sistemi di parental control per dispositivi mobili che ne consentono l’uso solo per un tempo determinato e che inibiscono certi tipi di navigazione o l’approdo a siti a pagamento, per esempio.

Accordo: Personalmente ho trovato geniale l’idea di una blogger americana che – al momento di regalare lo smartphone al figlio quindicenne – ha redatto un contratto con lui. Sono 18 regole d’uso e relative “sanzioni”

 

Io credo che questi siano alcuni semplici suggerimenti che possono davvero cambiare il nostro modo di vivere un momento fondamentale nella vita dei nostri figli, ovvero quello in cui diventeranno ANCHE dei cittadini digitali (e avverrà prima di quanto non succeda fuori dalla Rete!).

Noi possiamo rimanere in disparte o decidere di vivere con loro questo momento, aiutandoli con quello che abbiamo imparato (e il fatto che ci sentiamo poco alfabetizzati a livello digitale non è necessariamente sminuente, la Rete è prima di tutto un luogo dove esercitare le competenze acquisite nella vita).

Possiamo pensare che non ci riguardi perché ormai per noi i giochi sono fatti e preferiamo di gran lunga leggere un libro che passare il pomeriggio su facebook, oppure possiamo metterci in gioco e scoprire che anche attraverso facebook (tanto per citarne uno) possono succedere delle cose che hanno a che fare con la cittadinanza, con la possibilità di conoscere cose nuove (magari grazie alla Serendipity ) e con la nostra formazione continua, passando attraverso la condivisione.

E’ in atto un cambiamento ed è sotto gli occhi di tutti, per poter partecipare occorre conoscere e oggi per conoscere occorre anche sviluppare un buon livello di cultura digitale.

Per conoscere la mia offerta formativa, ecco il progetto Tessere la Rete con tutti i corsi per genitori, insegnanti, adolescenti e anche aziende. Contattatemi per info

Blog: opportunità, luoghi morti o voci dal passato?

Da circa un anno e mezzo ho cominciato a occuparmi di formazione, sia per libero professionisti e aziende che nelle scuole e con i genitori degli adolescenti.

Posso dire di avere conosciuto un discreto numero di giovani tra i 12 e i 16 anni e di avere raccolto testimonianze molto interessanti circa il loro uso della Rete.

Ciò che porto nei laboratori in classe, dedicati a “opportunità e rischi di web e social media“, si è evoluto e modificato proprio in base a queste testimonianze.

Nei primi tempi davo per scontato che sapessero che cos’è un blog:  molti di loro invece non ne avevano idea e ho dovuto cambiare registro, spiegare, approfondire il tema.

Ciò che fino a 4 anni fa ERA il web sociale, oggi non è che un décalage un po’ arrugginito della bacheca di Facebook.

Ho cominciato a domandarlo a loro che cosa pensano sia un blog e le risposte che mi hanno dato sono state davvero illuminanti.

Il blog è come facebook solo fuori da facebook.

 

Il blog è il vecchio sito

Hanno 15 anni e vivono la Rete molto diversamente da me che – ogni giorno online – sono abituata a riflettere consapevolmente sul mio uso dei Media.

E’ diverso il loro approccio o è cambiato il web e i mezzi con cui lo fruiamo? 

Sono un po’ vere entrambe le affermazioni e si contaminano tra loro.

Quello che prima era il centro di una rivoluzione silenziosa di punti di vista sul mondo, spesso personali e personalistici, d’inchiesta o semplicemente auto narrazione, ha mutato il proprio ruolo, acquisito diversi significati.

Il blog – inteso come “diario”, come racconto del se’ o narrazione aneddotica con un pubblico affezionato di lettori – non esiste quasi più.

E non perché ora tutti sono su facebook, ma semplicemente perché è diverso il modo in cui percepiamo e veniamo a contatto con i contenuti.

I blog oggi sono luoghi specialistici anche quando nascono come narrazione: il blogger è consapevole di esserlo o volerlo essere ancora prima di aprirlo il blog, lo progetta, lo costruisce con obiettivi specifici e il suo essere blogger diventa, fin da subito, un’etichetta universalmente riconosciuta.

Abbiamo tutti un profilo digitale, una nostra identità sul web fatta di tutti i pezzi che disperdiamo su twitter, pinterest, facebook, flickr, youtube, ecc e quando decidiamo di aprire un blog, se lo facciamo è perché abbiamo un obiettivo.

Il darsi un obiettivo (sia anche solo “far divertire”) e costruire un’immagine coordinata consapevole, sono elementi di profondo cambiamento rispetto a quanto succedeva per la maggior parte fino a pochissimi anni fa.

Oggi non abbiamo più bisogno di una casa virtuale per parlare delle nostre emozioni: rapidamente lo possiamo fare su twitter; se vogliamo una piazza raccolta di “amici” virtuali  abbiamo facebook.

Il tag ad un’immagine diventa nodo di contenuto, un video condiviso su youtube ci identifica più di un lungo post e quando leggiamo, lo facciamo perché un rilancio sul social ci ha incuriosito, perché un autore di cui abbiamo fiducia ha condiviso un post o semplicemente perché seguiamo un argomento attraverso un hashtag.

Il pubblico dei blog è cambiato, la comunità si è spostata di casa e anche il blogger ha evoluto il suo ruolo, ha spostato i luoghi della riflessione o – semplicemente – ha vocato la sua passione a fini professionali.

C’è chi ha nostalgia di una presunta “età dell’oro” dei blog, quando eravamo tutti più giovani, più ingenui, più belli e i link della nostra blogroll, il numero di “lettori fissi” e le relazioni con altri blogger erano il patrimonio più prezioso di cui disponevamo.

C’è chi punta il dito contro facebook o twitter, imputando a loro l’avvento della brevitas e della frammentazione.

Io credo che la direzione presa fosse quasi inevitabile: i blogger della prima ora hanno colonizzato la Rete dimostrando di essere i primi “sperimentatori”, lo hanno fatto con l’innocenza tipica della curiosità, senza sapere in che direzione li avrebbe portati aprire il proprio spazio, hanno cominciato a scrivere con il brivido di sapere che la loro scrittura – spesso privata prima – aveva ora un uditorio e che poterla condividere era tutto sommato molto semplice, si sono inventati nickname di fantasia, location tra il reale e il narrativo e soprannomi per coprotagonisti delle loro avventure, dando per implicito che quello del blogger doveva rimanere, per lo più, un vizio privato in un mondo altro rispetto a tutte le sfere della vita pubblica.

Ad un certo punto il web “fatto dal basso” ha allargato le proprie maglie, è diventato cosa di tutti (tutti quelli che possono disporre di un accesso alla Rete) GRAZIE a strumenti come Facebook e le paure legate alla propria privacy sono state lasciate alle spalle dalla voglia di costruire un proprio profilo digitale: era passato abbastanza tempo dalla prima connessione globale per avere introiettato il concetto di realtà moltiplicata, abbandonando l’idea che esista un “mondo reale” dicotomico rispetto a un “mondo virtuale”.

Il blog è diventato così un plus, qualcosa di cui si può fare a meno senza per questo rinunciare a contribuire con uno status o un tweet alla produzione di contenuti online e piano piano il blogger ha perso la sua specificità come persona/blogger acquisendone contemporaneamente come professionista/blogger.

Il blog non è più il luogo dove tessere relazioni, se mai è quello dove approfondire, coltivare il proprio profilo digitale o una passione, dove fissare la nostra opinione. Era nato come luogo fluido, oggi è il luogo del personal branding, della scrittura come esercizio e dell’opinione “depositata”.

Siamo cambiati noi che ci scrivevamo e sono cambiati coloro che ci leggono.

L’urgenza della scrittura fine a se stessa, quando la nostra esperienza è stata continuativa e fonte di professionalizzazione (come nel mio caso con Panzallaria) si è fatta scrittura che ha obiettivi e si evolve, declinandosi in altri luoghi dove possiamo esercitare (magari pagati) il nostro privilegio di venire considerati “opinionisti” autorevoli per qualcuno, su qualcosa.

Eppure il blog è –  e per il momento resta – la vera palestra in cui rafforzare il proprio profilo digitale, farlo crescere e aiutarlo a prosperare bene: per i più giovani un’occasione per mettere in gioco creatività, per noi il luogo dove sentirci liberi ma allo stesso tempo fare sedimentare quello che impariamo e vogliamo condividere con altri.

Il blog non è morto, è semplicemente cambiato.

Tra i tanti contributi che circolano sull’argomento, invito a leggere Leonardo di cui cito un estratto che mi ha colpito forse perché in qualche modo riguarda un po’ anche me:

Non è neanche una questione di soldi, che sono sempre veramente pochi, così pochi che discuterne, oltre che ineducato, è persino ridicolo. Il 2012 è stato l’anno dell’arrivo in Italia dell’Huffington Post, che peraltro io leggo poco e anche voi; ma non importa: importa la filosofia che l’HuffPo sottende, e che si può sintetizzare in “scrivi gratis e ringrazia”. Io non ce l’ho con chi scrive gratis, ci mancherebbe altro. Non credo che la produzione di opinioni gratis su internet possa abbattere il giornalismo, quello vero, fatto di inchieste sul campo. Sono ancora il primo a meravigliarmi che alcune mie opinioni, in determinati contesti, possano avere un prezzo. Non è una questione di soldi, è un tentativo di sembrare, dopo tanti anni, un po’ professionale in quello che faccio. Mi pare che ancora non ci siamo. Però la strada è questa.

Concludo citando invece un post in cui la nostalgia per i tempi in cui la Rete era prevalentemente dei blogger di AxelWeb non perché lo condivido in toto ma perché lo trovo molto indicativo di un sentimento che si percepisce forte:

Quindi? Quindi l’anno che si è appena concluso è stato indubbiamente l’anno di Twitter, di Pinterest, di Instagram e ovviamente di Facebook, tanto odiato e tanto amato.
La gente è tutta lì e a differenza degli esordi della blog mania (circa 10 anni fa) è gente normale, è un popolo che dialoga e non è una micro élite che parla di cose tecnicose e difficili. Infondo è quello che volevamo tutti, tutti meno l’élite forse (anche se a parole ci prodigavamo in frasi tipo “manca la massa critica” oppure “dobbiamo rendere il blog un fenomeno di massa”, ma non ci credeva nessuno).
Ora siam qui, in un limbo un po’ strano, con i nostro blog sopravvissuti (quello che state leggendo è nato su Splinder (defunto a inizio 2012) a maggio del 2003 per poi migrare nella forma attuale nel 2005). Siamo una specie di tribù di sopravvissuti che si legge nel loop degli status di Facebook o nei link di Twitter. Una cosa un po’ buffa, un po’ paradossale.
Ci chiuderanno in una riserva, saremo in pochi e continueremo.
E la frase sarà: “una volta c’erano i blogger, tanti anni fa e bloggavano liberi nelle praterie del web, senza sapere cosa fosse un like o un +1.

 Foto in copertina: Copertina di Internet News (maggio 2003). Nel numero un approfondimento sui blog molto interessante di Giuseppe Granieri