Nativi digitali: il ruolo della generazione dei nati negli anni 70

Premetto che la definizione “nativi digitali” tanto quanto quella di “immigrati digitali” mi è sempre stata un po’ stretta perché presuppone una cesura generazionale che viene marcata in maniera eccessiva e che può risultare ancora più ghettizzante per gli uni e per gli altri.

Detto questo, ormai è un fatto che se si parla della relazione tra tecnologie e giovani generazioni, si parla di nativi digitali.

Come professionista che si occupa di web, mi è sempre sembrato importante collaborare al discorso e impegnarmi in prima persona sul tema dell’alfabetizzazione digitale, perché credo sia alla base di una innovazione sociale necessaria.

Immersi nella rivoluzione culturale di Internet, la forbice generazionale tra “prima” e “dopo” sembra ancora più evidente che in altri momenti storici: è cambiato il modo di pensare e vivere la realtà, stiamo costruendo nuove dimensioni in cui percepire il nostro essere e per chi ci è arrivato adulto,  l’adattamento non è sempre agile.

Per contro chi nasce oggi naturalizza un modo di guardare al mondo, di percepire se stesso e gli altri e di usare gli strumenti che è completamente diverso da quello con cui la mia generazione (i nati nel decennio 70) ha fatto i conti durante l’infanzia e l’adolescenza. I nativi digitali hanno dalla loro velocità e modelli ma proprio per questo sono spesso inconsapevoli  delle opportunità e dei rischi  della Rete.

Il gap è biunivoco ed è prima di tutto legato all’approccio con cui usiamo il mezzo (gap culturale prima che tecnologico), più che allo strumento.

Siamo nel bel mezzo di una rivoluzione vera e propria.

Digito ergo sum

Noi però siamo anche stati i primi ad avere attraversato questa rivoluzione. Siamo arrivati prima del cellulare, lo abbiamo avuto da adulti, ma non eravamo abbastanza vecchi per sentirlo lontano. Ci ricordiamo di Pac Man al bar e di Frog sul vecchio Mac di papà. Siamo rimasti a bocca aperta ricevendo la prima mail e qualcuno conserva ancora pile di floppy disk o cd per riavviare il computer.

Internet e gli hyperlink ci hanno cambiato, piano piano, la vita. Eravamo all’Università e se fino all’anno prima facevamo ricerche bibliografiche percorrendo chilometri a piedi da una biblioteca all’altra, l’anno successivo usavamo gli Opac.

Siamo stati i primi ad avere un personal computer e a usarlo per lavorare.

Alcuni di noi si sono innamorati di Internet. A me è successo all’Università dove per curiosità ho frequentato un seminario di Informatica Umanistica e html. Ho deciso di sposare questo nuovo approccio al mondo (che volete – ho fatto una tesi sul doppio e la moltiplicazione dei punti di vista, potevo non rimanere affascinata da un luogo da cui potenzialmente puoi prendere infiniti percorsi attraverso un clic?) e di farne una professione.

Altri lo usano per informarsi, alcuni per fare shopping, la maggior parte per gestire la propria posta personale e professionale.

Condivido ergo sum

Poi sono arrivati i Social Network e il cambiamento si è sedimentato, perché non aveva più a che fare solo con il nostro rapporto personale con lo strumento, ma con le relazioni tra le persone. Si è sedimentato ma ha cominciato anche a marcare il passo tra un modo e un altro, una generazione e un’altra.  [Su Storify ho raccolto qualche spunto interessante dalla Rete per capire come si parla e quali sono i dati d’uso legati al tema degli adolescenti nell’uso dei Social Network].

Eppure in tutto questo percorso, chi lo ha attraversato ha dalla sua dei vantaggi che non possono essere sottovalutati e vanno usati per un dialogo proficuo con i nostri figli, per una “traduzione” che permetta al prima di connettersi con il dopo, prendendo il meglio di due modelli di pensiero, due modi di relazionarsi al mondo e alle persone.

Perché se i più giovani hanno una naturale predisposizione al multitasking, alla connessione e condivisione, noi abbiamo dalla nostra lo spirito critico necessario per un approccio consapevole alle fonti e alle relazioni, nelle mille sfumature che il virtuale appiattisce e rende ugualmente appetibili tra loro.

E’ un dovere, il nostro che dobbiamo esercitare. Specialmente se abbiamo figli (ma non solo), dobbiamo imparare a usare i mezzi, a sperimentarli con loro. Dobbiamo entrare nel gioco per capirlo. Siamo la cornice culturale all’era digitale.

Per questo motivo sto investendo molte energie nella formazione, perché credo che sia l’unico modo per rendere davvero efficace quello che ho imparato in questi 14 anni di web (credo di avere avviato il primo browser nel 1998 o poco prima). Per questo motivo bisogna puntare su genitori e insegnanti, perché è rendendo meno inadeguati coloro che si occupano dell’educazione delle generazioni più giovani che possiamo innescare un cambiamento condiviso che sia anche innovazione sociale. Ecco perché il nome del mio corso: Gioco di squadra. Perché si, sono convinta che per fare rete, serva un buon gioco di squadra tra le generazioni.

Ne ho parlato anche con Radio Città del Capo e Coop Voli di Bologna che insieme stanno avviando un interessante progetto sulla cittadinanza digitale dei più giovani che si chiama Stati generali per i nativi digitali.

Ecco l’intervista che mi hanno fatta e che è stata proiettata il 30.10.12 a Smart City Exhibition

Per saperne di più sui miei corsi: il progetto Tessere la Rete

[foto in copertina scattata e ritoccata da mia figlia con l’Ipad all’età di 5 anni]

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