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#giocodisquadra a Castelnuovo Rangone: no digital divide intergenerazionale

Grazie alla collaborazione con Modena Bimbi sabato 16 novembre porterò il mio progetto Gioco di squadra a Castelnuovo Rangone: l’incontro è aperto a tutti ma si rivolge in particolare a genitori, insegnanti e educatori per un accompagnamento consapevole a web e social media di adolescenti e pre adolescenti.

Quali sono gli obiettivi di Gioco di squadra?

La riduzione del DIGITAL DIVIDE generazionale e l’accompagnamento a un buon uso del web e dei Social Media (Facebook, Twitter, messaggistica) da parte dei ragazzi sono gli obiettivi di questo progetto.

I giovani devono entrare in Rete sapendo che hanno alle spalle una squadra affiatata e in grado di supportarli: quando un adolescente comincia a usare il web e i Social Media (Facebook, Twitter, messaggistica) in autonomia, i suoi genitori devono conoscere gli strumenti, i pericoli ma anche i VANTAGGI di un uso consapevole della Rete.

L’incontro si terrà presso la Sala delle Mura, via della Conciliazione, Castelnuovo Rangone (Mo)  dalle 9 alle 13.

E’ consigliata l’iscrizione scrivendo a eventi@modenabimbi.it

Vi aspetto!

 

Adolescenti, smartphone, privacy e whatsapp

Una ricerca del Pew Internet & American Life Project effettuata su un campione di 802 adolescenti in età compresa tra i 12 e i 17 anni ha evidenziato alcuni dati interessanti sulla consapevolezza d’uso e impostazioni legate alla privacy delle applicazioni per smartphone e tablet negli Stati Uniti.

  • Il 58% dei ragazzi intervistati ha scaricato autonomamente APP sul proprio dispositivo
  • il 51% ha scelto di cancellare o non usare APP di cui avevano l’impressione che violassero la loro privacy
  • il 26% degli intervistati ha cancellato una APP che utilizzava, dopo essersi accorto che stava raccogliendo informazioni personali
  • il 46% ha rifiutato di abilitare le funzioni di monitoraggio richieste da alcune applicazioni perché preoccupati della propria privacy

Se combiniamo questi dati a quelli di una precedente ricerca condotta sempre su un campione di adolescenti (tradotta in Italia da Bambini.info) da cui emerge che:

  • il 74% ha revocato l’amicizia su Facebook
  • il 59% ha cancellato o modificato un contenuto pubblicato in passato
  • il 53 % ha cancellato commenti altrui dal proprio profilo
  • il 45% ha eliminato un tag a proprio nome da una fotografia
  • il 31% ha cancellato o disattivato il suo profilo o account
  • il 19% ha pubblicato contenuti dii cui si è poi pentito

[in articolo Bambini.info]

sembra proprio che, rispetto a qualche anno fa, gli adolescenti stiano affinando la propria percezione di privacy come qualcosa da tutelare.

In Italia siamo forse un po’ più indietro, complice l’enorme divario digitale tra le generazioni a livello di utilizzo delle tecnologie. Spesso i giovani usano quotidianamente device verso i quali i loro genitori nutrono ancora un enorme senso di inadeguatezza che li rende un po’ inconsapevoli delle possibilità di gestione delle impostazioni di sicurezza e privacy. Eppure anche qui le cose stanno velocemente cambianto e sempre più giovani sono consapevoli che la prima cosa da fare, non appena ci si iscrive a un social network o si usa un’applicazione è quella di capirne il funzionamento a livello di privacy e accordi generali.

In questo percorso è giusto e importante che anche gli adulti comincino ad usare attivamente le potenzialità dei mezzi per tutelare al massimo la propria (e quella dei propri figli) privacy.

Un esempio: WhatsApp Messenger

Penso alla celebre (tra adolescenti e adulti) e usatissima WhatsApp: durante i miei workshop “Gioco di squadra” dedicati ai genitori per l’orientamento all’uso consapevole di Web e Social Media, molte persone hanno lamentato il fatto che gli allegati multimediali (foto) condivisi tramite la chat vengano automaticamente salvati sul rullino fotografico di tutti i profili coinvolti nella discussione.

Si tratta ovviamente di una questione da non sottovalutare: il veloce scambio permesso dalla piattaforma facilita l’invio rapido di contenuti (a volte senza che chi li stia inviando conti fino a 5 prima di farlo 😉 con l’illusione che una foto mandata a pochi amici attraverso un sistema di messaggi venga sostituita velocemente da altro. Gli amici con cui stiamo condividendo la foto invece potrebbero ritrovarsela sul proprio telefono, insieme a quelle che hanno scattato personalmente.

Eppure, come nella maggior parte di questi casi, esiste la possibilità di modificare le impostazioni dell’applicazione per tutelare le persone con cui abbiamo a che fare.

Basta utilizzare la barra di navigazione in basso e entrare in “Impostazioni“. Da qui bisogna selezionare “Impostazioni chat” e togliere il flag da “Salva file ricevuti“. E’ semplice e non solo evita problemi di privacy alle persone con cui scambieremo battute e foto, ma anche di intasarci la memoria del telefono 😉

Ovviamente, visto che non possiamo obbligare i nostri amici a fare altrettanto, prima di inviare una foto ricordiamoci che potrebbe rimanere su quel telefono (e da lì essere condivisa a nostra insaputa) e condividiamo il più possibile questa informazione, in modo che si diffonda cultura digitale e senso di responsabilità e rispetto dell’altro. E se questi concetti fossero troppo teorici, ricordiamo al nostro gruppo di contatti che la memoria del telefono non è infinita e quando sovraccaricato di immagini, potrebbe andare a rilento 😉

CoderDojo arriva a Milano: piccoli smanettoni crescono!

Un progetto del genere non poteva che intrigarmi parecchio: credo molto nella tecnologia come opportunità creativa e sono convinta che valorizzare questo aspetto anche con i bambini sia abilitante per un loro uso consapevole della Rete e del digitale in generale. Il mio motto è: raccontiamo gli usi creativi e stimoliamoli per sviluppare anticorpi a un uso negativo del mezzo e favorire la vera innovazione culturale di questo Paese. 

Ecco allora Coder Dojo, un progetto internazionale che è sbarcato anche in Italia e che avvicina i bambini dai 7 anni alla programmazione. Per la serie “baby smanettoni del mondo unitevi!”, un’idea senza scopo di lucro e completamente volontaria a cui anche i Media tradizionali stanno riservando grande attenzione. Ho avuto l’onore di poter intervistare i fondatori dell’iniziativa milanese. Ecco cosa mi hanno raccontato.

Il progetto CoderDojo in breve

Direttamente dal sito www.coderdojo.com: “A global collaboration providing free and open learning to young people, especially in programming technology”.

 Quando e perché avete deciso di portarlo a Milano e chi siete?

Un giorno nostro figlio David di 11 anni ha chiesto al papà: “Ho in testa un videogioco e vorrei realizzarlo, mi insegni a programmare?”. Angelo, mio marito, parlando per caso con un suo ex-collega e carissimo amico, con cui condivide gli interessi per la programmazione, è venuto a conoscenza di questa iniziativa e insieme hanno deciso di portarla a Milano. In generale crediamo che la programmazione sia un ottimo strumento per consentire ai bambini di esprimere la propria creatività. Chi siamo: adulti di età variabile tra i 25 e i 43 anni che condividono la passione per la programmazione e/o la convinzione che occorre dare ai bambini dei validi strumenti per esprimere la propria creatività.

 Bambini e bambine: sono più i programmatori maschi o femmine?

Per ora sono di più i bambini 80% ma ci sono tutti i presupposti per pensare che il divario si assottigli.In ogni caso sia bambini che bambine senza alcuna distinzione si divertono tantissimo, creano giochi strepitosi e sono concentratissimi! A volte non vogliono fare nemmeno la pausa merenda!

A parte la nostra pedagogista, ovvero io!, non abbiamo mentor donne, ma già dal prossimo appuntamento ci potrebbero essere novità in questo senso.

I genitori che accompagnano i figli: che reazioni e domande hanno di fronte al progetto?

I genitori, nessuno escluso, sono entusiasti almeno quanto i figli. Qualcuno si è già spinto oltre e si è reso disponibile per pubblicizzare l’iniziativa all’interno della propria azienda, qualcun altro ci sta già aiutando a promuoverci, anche sui social network. Spesso, mentre i figli creano, approfittano per fare domande o chiedere come possono aiutare i figli ad usare responsabilmente le nuove tecnologie.

Il messaggio che noi vorremmo fare arrivare è che programmare è cool, mentre il cyberbullismo non lo è. Si dice che “Prevenire è meglio che curare”, ma per noi è meglio ancora promuovere. Quindi desideriamo far sperimentare ai bambini le risorse sorprendenti della rete e delle nuove tecnologie e renderli protagonisti e responsabili.

 Che consigli vi sentireste di dare a qualcuno che volesse replicare il progetto in un’altra città? Quali sono le criticità oggi?

Il consiglio è di non pensarci troppo e di buttarsi nell’iniziativa: uno spazio dove stare, anche provvisorio, all’inizio si trova sempre. La generosità delle persone che si vogliono mettere in gioco per insegnare ai bambini è tanta. Le criticità: l’unico rischio è che la cosa diventi virale e gli spazi non bastino più e occorre trovare altri volontari, ma è un rischio che si corre volentieri ;-). Ora che stiamo crescendo un po’ avremmo bisogno di qualche soldo che cercheremo di ottenere attraverso sponsorizzazioni ma all’inizio è davvero a costo zero.

 CoderDojo e istituzioni: è possibile pensare a un coinvolgimento delle istituzioni locali secondo la vostra esperienza o snaturerebbe il progetto?

No, è auspicato. Noi abbiamo contattato il Comune di Milano, dove abbiamo trovato persone che ci hanno ascoltato e hanno dimostrato interesse per CoderDojo; lavoreremo in futuro per ottenere un patrocinio che ci aiuti nella promozione dell’iniziativa.

 I canali social del gruppo di Milano

 

L’importanza di stare accanto ai nostri figli quando usano web e social media

Da un paio d’anni mi capita spesso di tenere corsi o laboratori per genitori, insegnanti e adolescenti sull’uso consapevole della Rete e dei Social Media. Nel tempo l’interesse verso questi temi è – giustamente – aumentato. Le scuole cominciano a sentire il tic tac incessante di un “orologio biologico” che preme: la forbice tra il modello di sapere che abbiamo tramandato per generazioni e un nuovo approccio alle cose di chi cresce oggi si sta decisamente allargando.  E’ di pochi giorni fa l’ultimo rapporto OCSE  su tecnologia e scuola e ci dice che

il Piano per digitalizzare le scuole avanza troppo lentamente. Solo 6 pc ogni 100 studenti. 15 anni di gap con la Gran Bretagna

Il Gap non è solo strumentale ma anche culturale: secondo Eu Kids Online i genitori italiani sono poco consapevoli dei rischi che corrono i propri figli in rete senza una guida e regole chiare.

Siamo il popolo degli smartphone e dei tablet [10 Rapporto Censis/Ucsi sulla comunicazione]:

I telefoni cellulari sono ormai utilizzati dall’81,8 per cento della popolazione italiana, con un numero di utenti che è cresciuto del 2,3 per cento, anche grazie agli smartphone (+10 per cento in un solo anno), la cui diffusione è passata tra il 2009 e il 2012 dal 15 per cento al 27,7 della popolazione. Il rapporto sottolinea inoltre che gli smartphone si trovano tra le mani di più della metà dei giovani (54,8 per cento), i quali utilizzano anche i tablet (13,1 per cento) più della media della popolazione (7,8 per cento).

Eppure non abbiamo ancora chiaro in che modo affiancare i nostri figli per accompagnarli a un uso consapevole (e proficuo) della Rete.

Durante gli incontri con i genitori e gli insegnanti, quello che mi preme sempre, oltre a analizzare i rischi connessi (cyberbullismo, sexting, dipendenza, ecc), è parlare di quelle che sono le opportunità offerte da un buon uso della Rete: sono convinta che se sia noi che i nostri figli riescono a  individuare obiettivi creativi, di cittadinanza, di formazione partecipata, si disinnescano molte mine.

In Rete prima ancora di navigare dobbiamo imparare a nuotare per stare a galla, convivere con un rumore di fondo spesso assordante, selezionare le informazioni e prenderci cura del nostro profilo digitale perché cresca e prosperi a lungo.  La cultura digitale, così come l’ha definita Henry Jenkins in Culture partecipative e competenze digitali, Media Education per il XXI secolo, Guerini Studio, 2010 è:

un termine che taglia trasversalmente le pratiche educative, i processi creativi, la vita di comunità e la cittadinanza democratica. Il nostro obiettivo dovrebbe essere incoraggiare i giovani a sviluppare le competenze, le conoscenze, i quadri etici e l’autostima necessari per partecipare a pieno titolo alla cultura contemporanea

Ecco allora quali sono – a grandi linee – i passaggi importanti da compiere insieme ai propri figli per gettare qualche semino e aiutarli a sviluppare queste competenze:

Profilo digitale

Da un grande potere derivano grandi responsabilità

(cit. Spiderman)

Settiamo le impostazioni di privacy dei social network che frequentiamo, monitoriamo ciclicamente la nostra presenza su Google per capire se siamo consapevoli di quello che gli altri vedono di noi, non facciamo ad altri quello che non vorremmo fosse fatto virtualmente a noi.

Condividiamo saperi

I nostri figli saranno pure degli “smanettoni” in grado di capire subito come funziona un tablet o come si imposta la suoneria dello smartphone, ma noi abbiamo un po’ di saggezza dovuta a esperienza, età e modello culturale “verticale” (siamo più abituati ad approfondire meno cose, mentre loro probabilmente hanno una capacità di saltare da una cosa all’altra 100 volte meglio della nostra). Mettiamo insieme questi ingredienti differenti per ottimizzare il nostro modo di stare in Rete. Loro possono sperimentare gli strumenti, noi possiamo coinvolgerli nello studio critico delle fonti per orientarci un po’ nel mare magnum delle informazioni online e loro veridicità.

Mettiamo delle regole

Il nostro senso di inadeguatezza tecnologica non deve sottrarci al nostro ruolo di genitori e si sa, i genitori sono anche quelli che stabiliscono le regole (di uscita, uso del telefono, uso del motorino, compiti e ANCHE uso del web).

Con l’avvento di tablet e smartphone vale poco la regola di tenere il computer in un luogo centrale e di passaggio della casa: ormai quel vecchio mastodonte serve solo a fare i compiti, non certo a gestire le relazioni online sui social media! Anche tablet e smartphone devono essere soggetti a un patto.

Tempi d’uso: Importante allora sapere che esistono sistemi di parental control per dispositivi mobili che ne consentono l’uso solo per un tempo determinato e che inibiscono certi tipi di navigazione o l’approdo a siti a pagamento, per esempio.

Accordo: Personalmente ho trovato geniale l’idea di una blogger americana che – al momento di regalare lo smartphone al figlio quindicenne – ha redatto un contratto con lui. Sono 18 regole d’uso e relative “sanzioni”

 

Io credo che questi siano alcuni semplici suggerimenti che possono davvero cambiare il nostro modo di vivere un momento fondamentale nella vita dei nostri figli, ovvero quello in cui diventeranno ANCHE dei cittadini digitali (e avverrà prima di quanto non succeda fuori dalla Rete!).

Noi possiamo rimanere in disparte o decidere di vivere con loro questo momento, aiutandoli con quello che abbiamo imparato (e il fatto che ci sentiamo poco alfabetizzati a livello digitale non è necessariamente sminuente, la Rete è prima di tutto un luogo dove esercitare le competenze acquisite nella vita).

Possiamo pensare che non ci riguardi perché ormai per noi i giochi sono fatti e preferiamo di gran lunga leggere un libro che passare il pomeriggio su facebook, oppure possiamo metterci in gioco e scoprire che anche attraverso facebook (tanto per citarne uno) possono succedere delle cose che hanno a che fare con la cittadinanza, con la possibilità di conoscere cose nuove (magari grazie alla Serendipity ) e con la nostra formazione continua, passando attraverso la condivisione.

E’ in atto un cambiamento ed è sotto gli occhi di tutti, per poter partecipare occorre conoscere e oggi per conoscere occorre anche sviluppare un buon livello di cultura digitale.

Per conoscere la mia offerta formativa, ecco il progetto Tessere la Rete con tutti i corsi per genitori, insegnanti, adolescenti e anche aziende. Contattatemi per info

Blogger di classe al wordpress Camp: sabato 24 novembre 2012

Domani sarò al Word Camp di Bologna, un’iniziativa nata dalle amiche di Girl Geek Dinners Bologna , in collaborazione con WordPressWordPress Italia et3lab. Ci sarà anche StudioLost, la Web Agency di Stefano Castelli, il mio compagno.

Ho voluto partecipare all’evento per condividere con tutti coloro che sono interessati all’argomento, in particolare insegnanti e educatori, il progetto che durante l’anno scolastico scorso ho realizzato in collaborazione con la scuola Media Dozza di Bologna, ovvero il laboratorio “Blogger di classe” che ha portato alla nascita di Dozzilla.

Durante il secondo quadrimestre, con un gruppo di ragazzi volontari di II media, alcuni insegnanti che ci hanno creduto (che ringrazio tantissimo perché grazie a loro abbiamo realizzato un progetto di valore) e grazie al contributo della Fondazione Del Monte ci siamo incontrati una volta alla settimana per realizzare il nostro percorso di co-creazione del blog della scuola, partendo dall’esame del contesto del web nell’ottica di creare opportunità creative per i ragazzi.

Abbiamo organizzato una redazione web, fatto brain storming, analizzato le competenze e i desiderata dei partecipanti per dividere i compiti e abbiamo approfondito il concetto di storytelling online, per raccontare il quartiere Barca, le sue storie e i suoi percorsi.

I ragazzi hanno intervistato e ascoltato lo scrittore e blogger Danilo Masotti, ma anche parlato di sicurezza online con la Polizia Postale e indagato il contesto istituzionale  grazie all’incontro con Milena Marchioni dell’agenda digitale di Bologna .

Il progetto Blogger di classe ha l’obiettivo di sviluppare una cultura digitale per la generazione dei “Nativi digitali” (termine che non amo, ma che ormai è entrato nella consuetudine esplicativa dell’argomento) incentivando l’uso positivo della Rete e dei Social Media, anche nell’ottica di orientare alle professioni digitali coloro che sono appassionati di tecnologie e comunicazione.

Blogger di classe è uno dei due progetti che propongo alle scuole, agli insegnanti e a chi si occupa di educazione e sociale insieme a Gioco di squadra che si rivolge invece ad insegnanti e genitori per un accompagnamento consapevole all’uso dei social media e del web attraverso l’alfabetizzazione al digitale di coloro che devono affiancare i ragazzi nell’entrata e uso della Rete.

Credo molto in questi progetti perché sono convinta che ciò che ci spaventa di più nella Rete come insegnanti e genitori si possa (e debba) contrastare prima di tutto attraverso un uso positivo, efficace e consapevole della Rete.

Se avete voglia di ascoltare il racconto dell’esperienza di Dozzilla, vi aspetto domani al WordCamp.

Con me ci saranno anche 2 professoresse e 2 studenti che hanno fatto parte del progetto e racconteranno insieme a me la nostra esperienza che –  mi auguro – si possa replicare altrove.

Dove e quando

Urban Center – Biblioteca Sala Borsa – P.zza Re Enzo, Bologna

ore 14

Sei un insegnante e ti interessa il progetto?

Contattami via mail: francesca.sanzo[@]gmail.com

Blogger di classe e Gioco di squadra fanno parte del progetto Tessere la Rete: formazione su web e social media che si rivolge a aziende, cittadini e scuole.

Nativi digitali: il ruolo della generazione dei nati negli anni 70

Premetto che la definizione “nativi digitali” tanto quanto quella di “immigrati digitali” mi è sempre stata un po’ stretta perché presuppone una cesura generazionale che viene marcata in maniera eccessiva e che può risultare ancora più ghettizzante per gli uni e per gli altri.

Detto questo, ormai è un fatto che se si parla della relazione tra tecnologie e giovani generazioni, si parla di nativi digitali.

Come professionista che si occupa di web, mi è sempre sembrato importante collaborare al discorso e impegnarmi in prima persona sul tema dell’alfabetizzazione digitale, perché credo sia alla base di una innovazione sociale necessaria.

Immersi nella rivoluzione culturale di Internet, la forbice generazionale tra “prima” e “dopo” sembra ancora più evidente che in altri momenti storici: è cambiato il modo di pensare e vivere la realtà, stiamo costruendo nuove dimensioni in cui percepire il nostro essere e per chi ci è arrivato adulto,  l’adattamento non è sempre agile.

Per contro chi nasce oggi naturalizza un modo di guardare al mondo, di percepire se stesso e gli altri e di usare gli strumenti che è completamente diverso da quello con cui la mia generazione (i nati nel decennio 70) ha fatto i conti durante l’infanzia e l’adolescenza. I nativi digitali hanno dalla loro velocità e modelli ma proprio per questo sono spesso inconsapevoli  delle opportunità e dei rischi  della Rete.

Il gap è biunivoco ed è prima di tutto legato all’approccio con cui usiamo il mezzo (gap culturale prima che tecnologico), più che allo strumento.

Siamo nel bel mezzo di una rivoluzione vera e propria.

Digito ergo sum

Noi però siamo anche stati i primi ad avere attraversato questa rivoluzione. Siamo arrivati prima del cellulare, lo abbiamo avuto da adulti, ma non eravamo abbastanza vecchi per sentirlo lontano. Ci ricordiamo di Pac Man al bar e di Frog sul vecchio Mac di papà. Siamo rimasti a bocca aperta ricevendo la prima mail e qualcuno conserva ancora pile di floppy disk o cd per riavviare il computer.

Internet e gli hyperlink ci hanno cambiato, piano piano, la vita. Eravamo all’Università e se fino all’anno prima facevamo ricerche bibliografiche percorrendo chilometri a piedi da una biblioteca all’altra, l’anno successivo usavamo gli Opac.

Siamo stati i primi ad avere un personal computer e a usarlo per lavorare.

Alcuni di noi si sono innamorati di Internet. A me è successo all’Università dove per curiosità ho frequentato un seminario di Informatica Umanistica e html. Ho deciso di sposare questo nuovo approccio al mondo (che volete – ho fatto una tesi sul doppio e la moltiplicazione dei punti di vista, potevo non rimanere affascinata da un luogo da cui potenzialmente puoi prendere infiniti percorsi attraverso un clic?) e di farne una professione.

Altri lo usano per informarsi, alcuni per fare shopping, la maggior parte per gestire la propria posta personale e professionale.

Condivido ergo sum

Poi sono arrivati i Social Network e il cambiamento si è sedimentato, perché non aveva più a che fare solo con il nostro rapporto personale con lo strumento, ma con le relazioni tra le persone. Si è sedimentato ma ha cominciato anche a marcare il passo tra un modo e un altro, una generazione e un’altra.  [Su Storify ho raccolto qualche spunto interessante dalla Rete per capire come si parla e quali sono i dati d’uso legati al tema degli adolescenti nell’uso dei Social Network].

Eppure in tutto questo percorso, chi lo ha attraversato ha dalla sua dei vantaggi che non possono essere sottovalutati e vanno usati per un dialogo proficuo con i nostri figli, per una “traduzione” che permetta al prima di connettersi con il dopo, prendendo il meglio di due modelli di pensiero, due modi di relazionarsi al mondo e alle persone.

Perché se i più giovani hanno una naturale predisposizione al multitasking, alla connessione e condivisione, noi abbiamo dalla nostra lo spirito critico necessario per un approccio consapevole alle fonti e alle relazioni, nelle mille sfumature che il virtuale appiattisce e rende ugualmente appetibili tra loro.

E’ un dovere, il nostro che dobbiamo esercitare. Specialmente se abbiamo figli (ma non solo), dobbiamo imparare a usare i mezzi, a sperimentarli con loro. Dobbiamo entrare nel gioco per capirlo. Siamo la cornice culturale all’era digitale.

Per questo motivo sto investendo molte energie nella formazione, perché credo che sia l’unico modo per rendere davvero efficace quello che ho imparato in questi 14 anni di web (credo di avere avviato il primo browser nel 1998 o poco prima). Per questo motivo bisogna puntare su genitori e insegnanti, perché è rendendo meno inadeguati coloro che si occupano dell’educazione delle generazioni più giovani che possiamo innescare un cambiamento condiviso che sia anche innovazione sociale. Ecco perché il nome del mio corso: Gioco di squadra. Perché si, sono convinta che per fare rete, serva un buon gioco di squadra tra le generazioni.

Ne ho parlato anche con Radio Città del Capo e Coop Voli di Bologna che insieme stanno avviando un interessante progetto sulla cittadinanza digitale dei più giovani che si chiama Stati generali per i nativi digitali.

Ecco l’intervista che mi hanno fatta e che è stata proiettata il 30.10.12 a Smart City Exhibition

Per saperne di più sui miei corsi: il progetto Tessere la Rete

[foto in copertina scattata e ritoccata da mia figlia con l’Ipad all’età di 5 anni]