Trasformare un testo in un discorso orale per raccontare in pubblico

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La scorsa settimana mi hanno invitato a partecipare al Don’t tell my mom di Bologna lo story show ideato da Matteo Caccia che prevede il racconto di aneddoti personali, qualcosa che non si osa raccontare alla propria madre. Le regole del gioco sono semplici: il tutto deve durare tra i 7 e i 10 minuti e non si può leggere  ma improvvisare.  

don't tell my mom - Sanzo

Parlare, raccontare, tenere l’attenzione: come fare? 

Sono abituata a tenere discorsi di molte ore ma di solito il mio obiettivo è formativo e i temi di cui tratto sono specialistici. Oltre questo, anche se non seguo quasi mai il copione, ho sempre con me delle slide che mi servono come traccia e puntello per quello di cui voglio parlare. 

Questo impegno ha portato con sé una riflessione (e un po’ di ansia): come fare a costruire una narrazione orale “a tempo” che fosse in grado di coinvolgere, tenere l’attenzione di un pubblico eterogeneo e intrattenere? 

Un racconto scritto 

Scrivere un racconto: così io inizio a immaginare una storia, anche autobiografica e così è stato anche in questa occasione. Le idee si sono messe in fila nel modo che mi è usuale e ho scritto, come se il mio racconto lo dovessi pubblicare qui o in una pubblicazione di carta. 

Ma come si trasforma un racconto scritto in una narrazione orale? 

Inizialmente ho pensato di imparare a memoria il testo: c’erano alcuni passaggi che mi piacevano e che non volevo venissero persi nell’oralità, ma poi, più leggevo ciò che avevo scritto, più mi rendevo conto che

un testo mandato a memoria e ripetuto non è efficace come un testo letto o come qualcosa che nasce per essere recitato.

Dovevo trasformarmi in una sceneggiatrice e valorizzare al massimo le caratteristiche proprie di un aneddoto raccontato. 

In questo è stato prezioso l’aiuto di Alice Reina che è la mia vocal coach e mi sta insegnando a gestire la voce (che sforzo tantissimo – e male –  durante le giornate di formazione).

Alice è anche un’attrice e sceneggiatrice e le ho chiesto di aiutarmi a rivedere il testo  prima che la paura prendesse il sopravvento e le 8 scuse che mi ero già inventate mi tenessero lontana dal palco del Mambo

Parole chiave 

Insieme abbiamo individuato alcune parole chiave che volevo assolutamente dire perché determinavano dei passaggi narrativi importanti. Il testo nasceva come IRONICO e volevo raccontare del mio ARCINEMICO: le porte! 

Immagini cicliche e ritornanti 

Mi sono resa conto che avevo costruito il testo come la parabola di un super eroe che combatte – in 3 diverse occasioni – con un nemico, occorreva trasformare ogni passaggio nella sfida dell’eroe, introducendo riferimenti “super eroici” che fossero chiari e comprensibili al mio pubblico: persone dai 25 ai 50 anni circa, lì per divertirsi.

Ho quindi individuato alcuni termini: lotta contro il male, complotto internazionale (grazie Silvia per la consulenza!), Avengers, nemici, ecc. che facessero  riferimento a un immaginario favoloso collettivo e rappresentabile con immagini mentali chiare e definite.

Il gioco sarebbe stato creare un racconto EPICO in cui il mio NEMICO fosse rappresentato da elementi tanto banali come le PORTE di ingresso di case e alberghi. 

Scomposizione e colori

Ho scomposto il testo e sottolineato le parole chiave, ho creato una scaletta scritta, definendo schematicamente alcuni passaggi fondamentali nel mio racconto e ho applicato la tecnica dello storytelling che già era presente nel testo scritto. 

Storytelling

Abbiamo tutti bisogno di buone storie e l’attenzione deve essere tenuta alta da un racconto che coinvolga e sviluppi un percorso narrativo. La protagonista di una storia (io) compie una sfida (attraversare alcune porte della sua vita), incontra dei nemici (le porte), li affronta grazie a vari aiutanti magici (l’ironia, la sua capacità di problem solving, gli immaginari “Avengers della letteratura”), in qualche modo porta a casa la pagnotta di super eroina. 

Pause e gestualità 

Avrei voluto fare meglio, ma mi rifarò la prossima volta: quello che ho senz’altro imparato da questa esperienza è che un buon racconto orale, così come un buono speech ispirazionale o formativo, sono fatti da un 60% di parole e un 40% di gestualità, pause e sguardi.

Non parliamo solo con la voce ma anche con le immagini che riusciamo a evocare con le mani e con silenzi ben architettati. 

6 consigli per costruire uno speech orale

  1. Come se dovessi scrivere un articolo parti dall’obiettivo del tuo discorso, dal pubblico a cui ti rivolgi e dal contesto in cui parlerai. Il Don’t tell my mom è diverso dal TED che è diverso da una convention aziendale
  2. Parti dal testo se è quella la tua comfort zone ma poi scomponilo e usalo SOLO come  traccia: imparare a memoria non ha senso e improvvisare significa proprio adeguarsi, al momento, a quello che abbiamo, per essere efficaci; 
  3. Individua parole chiave che ti aiutino a costruire un percorso
  4. Focalizzati sulla linea narrativa: emergerà chiaramente dal testo e dai tuoi obiettivi, ma se così non fosse, forza la mano e trovala. Se sei un super eroe, racconta una storia come fossi Batman! 
  5. Usa immagini comprensibili e evocale con le parole e con i gesti; 
  6. Divertiti e appassionati e fai in modo che si veda. 

E se vuoi imparare a raccontare la tua storia per comunicare: contattami, posso proporti una consulenza su misura per te. 

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