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Heart shape on the window

Parlare delle emozione in una coppia

Parlare delle emozioni nella coppia: sembra facile a dirsi, specie da parte di una che con le parole ci lavora, molto più difficile a farsi.

Con le persone che amiamo e con cui condividiamo la vita parliamo di lavoro, parliamo di impegni, parliamo di obiettivi, parliamo di sconfitte, parliamo di soldi e anche di vacanze, ma di rado parliamo di emozioni e le attraversiamo e riusciamo a guardare – con coraggio e curiosità – a come ci sentiamo.

O almeno: questo accade a quelli come me. 

vento - foto ispirazionale

A dire le mie emozioni, anche quelle che fanno dolore, anche quelle fastidiose, anche quelle pruriginose, anche i desideri e le fantasie che “non si possono condividere”, ho imparato nel 2018. Sulla mia pelle. Letteralmente. 

Per anni con Tino, il mio ex compagno, abbiamo evitato di parlare apertamente di come stavamo nella nostra relazione, di quello che ci faceva bene, di quello che faceva male. C’era la vita da vivere, ci dicevamo. C’erano le bollette, la famiglia, le urgenze, le emergenze, montagne di lavoro, i soldi che non si arriva a fine mese, i lavori di casa, da decidere le vacanze, da rifare il bagno, da sistemare la lampadina fulminata, da scegliere la scuola per Frollina.

Quando – tra un impegno e l’altro, tra un’azione e l’altra – ci fermavamo e si provava a parlare di noi, era come se tutto dovesse andare per forza bene, come se le sfumature potessero allontanarci. Ed è così che ci siamo allontanati, giorno dopo giorno, smettendo di parlare di AMORE.  Continua a leggere

Protetto: I traumi sono come quando ti muore un gatto

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La sosta definisce il viaggio, anche quando si parla di vita. L’arte di vagare

È un periodo intenso: lavoro molto, spesso in giro per l’Italia e sento tanti input che mi attraversano il cervello. Dovrei scrivere. Dovrei studiare. Dovrei promuovere quel corso. Dovrei costruire quel progetto. Dovrei accompagnare più spesso mia figlia a karate. Dovrei mangiare meglio. Dovrei, dovrei, dovrei.

Lo so, non sono l’unica. Forse non sono l’unica, nemmeno, che sta attraversando una fase di distacco dai social network, uno di quei periodi che non ci si augura capitino a gente come me che grazie ai social racconta il suo lavoro, i suoi libri e ha conosciuto molte persone interessanti che l’hanno ispirata e che insomma – lo sa – quanto deve essere grata a quei posti lì. Continua a leggere

Quel camorrista in fuga di mio suocero

Mio suocero guida come un camorrista in fuga: percorrere 40 chilometri in auto con lui ti da il tempo di guardare scorrere tutta la tua vita e ti fa rivalutare molte cose che non avevi considerato.

L’amato nonnetto fa parte della categoria dei “sempre verdi”: coloro che esercitano la propria giovinezza interiore scattando veloci al verde semaforico per posizionarsi stabilmente e costantemente alla sinistra estrema della propria carreggiata.

Non perde la calma lui. E se tu gli fai presente che potrebbe stare a destra, ti risponde candidamente che tanto le vede arrivare le macchine, di non preoccuparti.

Tu abbozzi un mezzo sorriso nervoso (che assomiglia tanto a una paresi), guardi tua figlia sul sedile posteriore con occhio dolce per non comunicarle ansia (intanto pensi alla sua tenera e giovane vita, messa a repentaglio così, dallo spirito d’avventura del grande vecchio) ti attacchi alla portiera come se fossi al Camel Trophy e spingi con i piedi a comandare invisibili pedali (specialmente frenanti!)

Forse questo bisogno di cambiamento che ti attanaglia da qualche mese è giunto a un punto di non ritorno.

Se sopravvivi devi dimagrire. Se sopravvivi devi pianificare meglio e con maggiore concretezza la tua “carriera” professionale. Se sopravvivi devi cominciare a viaggiare, uscendo dall’incantesimo “Vecchiume” che ti ha bloccato per qualche anno, schiava delle tue inutili preoccupazioni e catene.

Se sopravvivi sarai una persona migliore, una madre migliore, smetterai di prendertela per i nonnulla, comincerai a dimostrare il giusto sdegno di fronte alle cose importanti.

Se sopravvivi taglierai le catene, i cordoni ombelicali inutili, le formalità senza senso. Se sopravvivi non ti metterai mai più in situazioni che non ti rappresentano e che poi ti ingabbiano, con la rabbia di sapere che la gabbia l’hai arredata tu.

Giungi sotto casa. Tua figlia dorme placida, incosciente del pericolo appena sventato. Lui fa inversione per permetterti di scaricare le ennemila cose che ti tenevano attaccate all’incantesimo Vecchiume e proprio mentre ti rendi conto che si, sei sopravvissuta, un rumore secco come di ramo spezzato fa breccia nella tua testa. Ti volti di scatto a sinistra, da dove quel rumore proviene e ti accorgi che in un colpo solo è riuscito a salire sul marciapiede e a staccare di netto lo specchietto retrovisore di un’auto. Sei già lì che valuti tutta la trafila della confessione, il tuo ruolo attivo nell’incentivare il pentimento parentale, quando ti accorgi che lo specchietto che ha staccato è proprio quella della tua auto, la mitica ‘Unto da rottamare, parcheggiata sotto casa ormai in coma vigile.

Mentre prendi in braccio tua figlia per portarla nel suo letto, al sicuro nel tuo appartamento, tra i miagolii dei tuoi gatti grati del vostro rientro, sono due le certezze che hai:
1) tagliare tutte le catene che ti sei (vi siete, come famiglia, come coppia) imposte
2) sperare che al prossimo rinnovo della patente, in qualche modo, qualcuno fermi il camorrista in fuga.