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Venezia piange quando Bologna è vuota

Alle ore 14 e diciotto il primo raggio di sole colpisce la mia terrazza ed è quello il momento che aspetto nella giornata: sposto la poltrona ikea (benedetto il giorno in cui l’ho comprata) fuori e lavoro, sonnecchio, faccio le chiacchiere con i vicini. 

Miss Tintarella, al piano di sopra, si stende con il suo lettino da mare: lei ha una casa a Rimini e così comincia a sentire la gara dell’abbronzatura farsi più pressante, man mano che la stagione avanza e alla casa al mare non ci può andare. 

La signora Luisa, di fianco, ogni tanto esce a stendere e ne approfitta per fare due chiacchiere, la signora Giulia – la veterana novantenne del palazzo – a quell’ora dorme ma poi si affaccia e approfitta di qualche boccone di compagnia. Continua a leggere

Il mio condominio è sempre di ispirazione

Vivo in un condominio dove le storie si sprecano: io cerco di raccoglierle perché la vita che scorre negli appartamenti è già una trama avvincente e perché ci sono dialoghi rubati che valgono più di qualsiasi cosa immaginata. Potrei davvero raccontare tante storie (ma qui non lo faccio che ci tengo alla vita).

Potrei raccontare dell’amore non corrisposto tra la Drag Queen teutonica che abitava accanto e il Sardo suo compare, alto un metro e una banana ma più rabbioso di un randagio affamato.

La loro relazione era così tempestosa che ormai era di casa la volante della polizia. Una volta le ho sentito pure uscire un “Posso offrirvi un caffé?” in direzione dei garanti dell’ordine, talmente surreale dopo le urla e gli scapaccioni che si erano tirati con il fidanzato, che avrei voluto essere una mosca per guardarla in faccia, mentre domandava. Me la sono immaginata, sotto alla parrucca bionda di capelli, increspare le labbra sempre truccate con cura in un mezzo sorriso e cercare di offrire una parvenza di normalità ai suoi – chiamiamoli – ospiti. Che poi non si capiva mai, francamente, chi tra i due della coppia menasse più forte e per la polizia doveva davvero essere un caos riportare pace in quella casa.

Potrei raccontare ancora di questo interno con affaccio su 4 lati  e del mio dirimpettaio il droghello: l’unico uomo che gira in casa in mutande e con le finestre aperte anche con la neve in strada. Il droghello (ribattezzato mattacchione per non turbare la bambina, quando era piccola) ha il vizio di chiacchierare a lungo con la televisione e di infilarsi in qualsiasi dibattito politico, quasi come fosse anche lui seduto sulla poltrona di Bruno Vespa.  Continua a leggere

Non ditelo ai grandi che la letteratura per l’infanzia è “irregolare”

Quest’anno ho avuto il piacere di essere nel Team Social della Fiera del libro per ragazzi di Bologna e in particolare ho curato la Settimana del libro e della cultura per ragazzi, un nuovo format per le famiglie che si è affiancato alla fiera – destinata tradizionalmente agli operatori del settore.

L’occasione è stata propizia, dal momento che amo la letteratura per l’infanzia, per raccogliere moltissimi spunti da alcuni ospiti di grande rilievo, intervenuti a #nonditeloaigrandi e che hanno condiviso i loro “ferri del mestiere” e ciò che li ha portati a diventare autori e lettori eccezionali.

Mafalda ha compiuto 50 anni e per l’occasione Concita De Gregorio ha intervistato Vanna Vinci, autrice de La bambina filosofica: insieme hanno tracciato un bellissimo ritratto di questi due personaggi e più in generale hanno colto la specificità dei bambini, quella che li porta a “potere tutto”, a una creatività che spesso si perde con il tempo.

I bambini sono “irregolari” e dobbiamo preservare questa loro irregolarità, coltivarla per fare emergere le loro differenze e specificità creative.

Subito dopo, durante la presentazione del libro di Beatrice Alemagna, I cinque malfatti, sempre Concita De Gregorio ha sottolineato un aspetto della letteratura per l’infanzia, che spesso è sottovalutato. La sensazione diffusa (lo ha confermato Beatrice e con lei tantissimi altri autori intervenuti ai tanti convegni in programma) è che la letteratura per i piccoli e i ragazzi sia considerata di serie B dal settore editoriale e in generale dal pubblico.

E invece:

I libri per bambini valgono doppio: possono leggerli sia i grandi che i piccoli

Ma come nascono i libri di Beatrice? Ecco la risposta dell’autrice

I miei libri sono viscerali, nascono da qualcosa che mi porto in pancia per un po’ di tempo e a un certo punto affiorano. I 5 malfatti è un libro sull’inadeguatezza, sentimento che spesso contraddistingue i bambini, che sanno di “non potere” fare molte cose, che devono aspettare di essere grandi per accedere a certe cose del mondo e capirne altre.

Una bella intervista su questo doppio appuntamento è quella video, fatta da Bologna Fiere a Concita De Gregorio:

Durante un laboratorio con le classi, ho avuto il piacere di ascoltare le parole di uno dei miei autori preferiti, Roberto Piumini e in particolare mi ha colpito questa sua frase:

Gli scrittori devono fare i buchi: parole che buchino le persone

Martedì è stato il giorno di Bianca Pitzorno, autrice per grandi e piccoli, che ha scritto un pezzo importante della letteratura italiana per ragazzi.

La Pitzorno ha chiacchierato con Beatrice Masini offrendo al pubblico un racconto davvero interessante sulla sua infanzia, sul retroterra culturale che l’ha formata e su quello che ha imparato dei bambini, anche attraverso i suoi ricordi di bambina.

E’ stata estremamente provocatoria, ricordandoci che è fondamentale rispettare chi non legge.

Perché le storie possono arrivare non solo dai libri, le storie sono ovunque, anche quando si chiacchiera facendo la maglia.

Ha parlato anche del rispetto per chi è diverso e esercita pensiero laterale (e mi ha fatto venire in mente quella Mafalda irregolare di cui qualche giorno prima avevano parlato Concita e Vanna Vinci) e ha dato una bella lezione di scrittura e lettura:

Nel mondo della letteratura c’è spazio per tutti, pur dichiarandosi per quello che si è, facendo emergere le proprie specificità di scrittura. Non rincorriamo il marketing editoriale, cercando di confezionare prodotti, ma raccontiamo storie.

E di storie lei ne ha raccontate tante, anche sulla sua terribile mamma. Ma su queste vi consiglio il bellissimo post di La Pasionaria.

Ed ecco, anche per lei, l’intervista ufficiale.

David Almond lo conoscevo poco, ma la sua chiacchierata di mercoledì è stata davvero interessante e anche lui ha offerto spunti preziosi, per chi – come me – ama leggere e anche scribacchiare.  Una delle frasi che mi ha colpito maggiormente è una sua rivelazione professionale:

Mi sono sentito uno scrittore più maturo quando ho cominciato a scrivere per ragazzi. I ragazzi sono più esigenti, ma anche il pubblico con cui si può sperimentare in maniera meno lineare.

Sono stati davvero tanti gli incontri, i volti, i disegni e i colori di questa prima edizione de la Settimana del libro e della cultura per ragazzi. L’entusiasmo che hanno suscitato, sia nei grandi che nei piccoli, è riassunto bene dalle foto scattate ai bambini che sono passati per il Padiglione 33 in questi giorni da Cecile de MontParnasse.

Io ho trovato conferma di alcune sensazioni che provo quando leggo e quando provo a scrivere per bambini:

il senso di sperimentazione linguistica e di plot, la valorizzazione del pensiero laterale e dell’irregolarità e la capacità della letteratura per l’infanzia di fare emergere il nostro lato bambino, quello che non sottostà alle regole verticali del mondo dei grandi.

 

La banda delle vecchiette

L’albero era pieno di frutti: lo avevano notato appena arrivati alla casa. 700 metri sul livello del mare, un bosco, una chiesetta appoggiata su un prato che sembrava un campo di calcio, il viola predominante della lavanda ovunque e una bella aria frizzantina. Avevano affittato la casa per un paio di mesi: via di fuga alla città per tutta la famiglia.

Dopo avere disfatto qualche valigia, ecco che avevano preparato la cena. Che lusso poter mangiare in terrazza!

Mentre apparecchiava la tavola aveva notato un’ombra, qualcuno che con un salto slanciato aveva attraversato la rete che divideva il loro giardino dalla strada. Aveva visto allontanarsi due figure, una donna sui 60 anni con i capelli nero parrucchiere e un’altra, più anziana, tutta bianca in testa e con un treppiede per sostenerla.

Le era parso che fosse stata la più giovane a fare il salto, ma non ne era sicura, a vederla sembrava tutto tranne che atletica. Le era anche sembrato che stringesse tra le mani qualche albicocca: l’aveva sentita arrivare e si era data alla fuga insieme alla sua complice.

Quando aveva fatto vedere l’albero al proprio compagno, lui era subito andato a raccogliere tutti i frutti sulla parte bassa dei rami: una terrina piena di dolci e mature albicocche.
“Domani raccogliamo le altre, adesso è buio e non vedevo niente. Domani, con le bambine, vedrai come ci divertiamo!”

Nel frattempo la signora Roberta, figlia di Adalgisa Giusti, affittacamere bolognese in pensione, stava assaggiando il suo magro bottino: come era dolce quell’albicocca, rubata nel giardino della casa sempre chiusa!

Era stata interrotta da una voce. Una donna era uscita sul grande terrazzo. Inaspettatamente. Il cuore aveva cominciato a battere forte e lei, che aveva saltato la recinzione nella parte bassa, si era ritrovata a dover correre via. Come un ladro nella notte. Solo che non era notte.

Nel suo dna era rimasta una traccia di quella vita, una vita prima, quando aveva fatto parte della società sportiva Aquadela. Mamma mia come si divertiva! Si ricordava ancora la minimaratona, era così emozionata, la sua prima gara!

Ecco, a fare quel salto, con quella donna che appariva improvvisamente da dentro la casa, aveva sentito quella stessa emozione, il cuore che batteva forte, il sangue pompato e un brivido tra le gambe.

Le era venuta voglia di ridere, mentre rientrava con sua mamma, preoccupatissima che l’avrebbero beccata.

“La prigione alla mia età, non me lo posso mica permettere!” continuava a dire la vecchietta, con una voce più tremula del solito.

“E poi lo sai, Roberta, con il mio problema, in prigione chissà come mi prenderebbero in giro tutte le giovani! Mo’ soccia, mo’ come ci sarà venuto in mente di entrare a casa di un sconosiuto!”

Non si capacitava, l’Adalgisa, di quello che avevano fatto, mentre sul suo treppiede si dirigeva verso casa. La Roberta, invece, sarà per quella gioventù che era tornata a scorrerle nelle vene, a lei quel piccolo peccatuccio di gola non le era parso così grave. Si era proprio divertita!

Quando la Luciana, coetanea dell’Adalgisa, solo di Modena, vicina di casa in montagna, si era presentata, come tutte le sere, per giocare a briscola con l’amica in giardino, aveva subito notato una luce nuova negli occhi di Roberta. Lei era una curiosa e certe cose non le sfuggivano. Ci era voluto molto poco per farsi raccontare la piccola avventura. “Un albero pieno, ma pieno Luciana, che te non te lo immagini neanche. Ai nostri tempi, un albero così, non lo avrebbero lasciato tanto pieno tutto quel tempo. Era già tre giorni che passavamo e nessuno aveva raccolto le albicocche! Noi stavamo facendo la passeggiata e c’era quel varco, nella staccionata. Ci abbiamo provato…Solo che poi, a un dato momento, scolta me, c’era la Roberta dall’altra parte che raccoglieva le albicocche, ed è uscita una giovine, nella terrazza. Siam scappate così veloce che quasi il mio bastone prendeva fuoco!”

Luciana, che era una scaltra e non si era mai fatta problemi, soprattutto per divertirsi, aveva pensato subito di approfittare delle amiche per una bella avventura notturna. In fondo se nessuno le aveva ancora prese quelle albicocche, probabilmente non ci interessavano. Probabilmente la Roberta se aveva saltato una volta, poteva saltare anche una seconda.

Pensò che il tempo di una briscola sarebbe bastato per convincerle.

Nel frattempo la donna della casa delle albicocche, insieme all’uomo della casa delle albicocche e la bambina della casa avevano cenato. La bambina aveva pattinato in terrazza, loro avevano letto un bel libro. Poi erano andati tutti a dormire.

“Domani raccogliamo le albicocche dall’albero!” le aveva detto la mamma. “Vedrai come ti piace Silvia, è una cosa che in città non si riesce a fare, pensa che fortunati che qui abbiamo questo bell’alberino!”

Ma la mattina dopo, mentre sorseggiava caffè e guardava spuntare il sole, la donna si accorse che non ce n’era più una di albicocche, sull’albero. Tutto l’arancione invitante che fino alla sera prima le era sembrata una bella opportunità per sperimentare la vita di campagna, era sparito! Sparito.

Qualcuno, notte tempo, aveva svaligiato l’alberello. Una banda certamente. Una banda di ragazzini che non sapeva cosa fare.

Scosse la testa e pensò che erano proprio fortunati. Bella la campagna, ma per gli adolescenti doveva proprio essere una gran noia!