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Mantenere il peso giusto con una nuova cultura corpo e mente

Corpo e mente: chissà perché li percepiamo sempre come qualcosa di separato l’uno dall’altro, anche se sappiamo che non possono vivere separati e ci occupiamo o dell’uno o dell’altra.

La nostra cultura tratta il corpo – prevalentemente – come qualcosa da mantenere “perfetto”, di cui è necessario preservare la bellezza. La mente è considerata il motore e ne parliamo come di qualcosa che possa lavorare in piena autonomia.

Per anni ho pensato di essere solo mente, che il vero senso di una vita piena fosse quello di coltivare la mente: il corpo, un involucro che le persone intelligenti devono trattare tanto basta a farlo funzionare.

Ci sono i cultori del corpo, considerati ossessionati dall’estetica o salutisti talebani e poi ci sono gli intellettuali, un po’ gobbi, con l’aria emaciata di chi passa troppo poco tempo all’aria aperta.

Questi alcuni degli stereotipi in cui siamo immersi – nella maggioranza dei casi.

Invece da un po’ ho trovato un centro nuovo, non permanente, ma che mi ha aperto a nuova consapevolezza: l’energia può nascere solo dall’armonia tra corpo e mente e l’intelligenza passa dal corpo e dalla mente, così come la bellezza e il benessere.

Corpo e mente hanno bisogno di integrare competenze, passioni, pratiche: solo in questo modo si può liberare il potenziale che ognuno di noi porta in sé, nessuno escluso.

Chi non vive a un livello di potenziale tale da farlo sentire bene, da farlo esprimere per quel che vorrebbe, spesso è ingabbiato in una mente che dimentica il corpo o in un corpo che dimentica la mente. 

Quando i miei muscoli si sono addormentati, ero comunque una persona creativa, piena di interessi e curiosa del mondo e delle sue espressioni, ma ero ingabbiata: non riuscivo a fare uscire le energie che mi permettevano di realizzare me stessa. La mia gabbia era fatta di paure e le paure si nutrivano di troppo cibo: piano, piano ho interrotto la relazione con il mio corpo e lui si è sentito abbandonato. Credo che sia stato questo il motivo principale del fatto che sono diventata obesa. Credo fosse questo il motivo principale del fatto che evitavo di realizzare i miei progetti, i miei obiettivi professionali, la mia carica relazionale. 

Quando si è ristabilito, lentamente e con molta pazienza, il contatto con il corpo, anche la mia mente è esplosa a nuove possibilità.

Oggi che – in linea di massima – faccio lavorare attivamente e con gioia il mio corpo, anche la mia mente ha trovato una dimensione più sana. Oggi l’intelligenza scorre nei miei muscoli, esattamente come nei miei neuroni. 

Oggi produco pensiero quando corro e quando nuoto, esattamente come quando leggo, scrivo, mi informo.

E in questa armonia ho scoperto che non c’è realizzazione personale senza un buon matrimonio tra corpo e mente. Questo il motivo principale perché non mi piace la parola “dieta”, ma preferisco parlare di muta e stile di vita, questa la ragione per la quale sono convinta che un cambiamento personale possa passare solo dall’unione di 2 fattori: pensieri attivanti e sport.

Dimagrire molti chili senza fare attività fisica (o facendola per il tempo limitato della dieta ipocalorica) è un errore in cui cadiamo in molti, ciò non di meno, è un errore. Se non riprendiamo consapevolezza del nostro corpo, il nostro corpo si sentirà sempre straniero.

Se ci concentriamo troppo sui motivi che ci hanno spinto a ingrassare, senza considerare le opportunità offerte da un corpo che cambia e una rieducazione al movimento e allo sport, ugualmente rischiamo di impantanarci, deprimerci e decidere che siamo dei falliti.

Mentre è nell’esperienza dell’ingrassare che possiamo trovare la chiave per dimagrire e mantenere un nuovo peso: se ripercorriamo al contrario il percorso, ci accorgeremo che c’è un punto preciso in cui abbiamo dimenticato il corpo, a favore della mente, e – per paura – lo abbiamo abbandonato a sé stesso. Mutata Mutandis, solo ricordando il corpo e recuperando un rapporto con esso, potremo dimagrire.

I grassi sono stupidi, altro stereotipo nel quale anche noi obesi ogni tanto ci siamo crogiolati. No, forse i grassi sono solo molto sensibili, molto attenti ai pensieri che si attorcigliano nella testa, tanto da scollegarsi dal corpo e dal rimanere spaventati dall’energia che esso potrebbe produrre.

Tutto il resto sono le polpettine bavaresi di Fantozzi, i 7 chili in 7 giorni e quelle robe lì, da riviste di terza categoria, che ci fanno credere che il benessere sia legato all’estetica, mentre invece la bellezza può nascere solo da benessere e armonia, ovvero corpo + mente.

Sto leggendo il saggio che ha scritto, a metà del secolo scorso, l’ideatore della bioenergetica Alexander Lowen ed è illuminante:

Se voi siete il vostro corpo e il vostro corpo è voi, allora il corpo esprime chi voi siete. È il vostro modo di essere nel mondo. Più il vostro corpo è vivo, più siete nel mondo.

Tutti possono dimagrire, ma solo con un grande amore egualitario per il corpo e la mente, possiamo mantenerci in armonia e non ricadere nel circolo vizioso che ci ha già disconnesso in passato.

102 chili sull’anima: la presentazione a Bologna il 18 giugno alle 18

Sono giorni molto particolari per me.

Si avvicina il momento in cui il mio libro 102 chili sull’anima, la storia di una donna e della sua muta per uscire dall’obesità, edito da Giraldi, sarà in libreria.

E si avvicina la prima presentazione ufficiale.

 

Che si terrà il 18 giugno 2015 alle 18 presso la Libreria Feltrinelli di Piazza Ravegnana a Bologna. Avete presente le 2 Torri? Ecco, la libreria proprio lì sotto, o meglio lì di fronte, nella piazzetta che trovate all’incrocio con via Zamboni.

E questo è lo splendido invito che ha preparato la mia casa editrice:

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Sono emozionata come una bambina e felice che la scrittrice Francesca Mazzucato abbia deciso di accompagnarmi in questa avventura (lei è abituata, io mica tanto ;-).

Venite vero????

Ho bisogno del calore di tutte le persone che in questi anni mi hanno accompagnata con il loro sostegno, commenti e storie. Ho bisogno dei miei lettori. Ho bisogno di VOI. Di ciascuno di voi.

Prometto un sorriso per tutti e avrete il privilegio di sentirmi la voce tremula e la faccia tirata in tutto lo splendore delle mie rughe 😉

Rispetto all’arrivo in libreria di #102chili mi sento come una che sta per saltare un fosso, una che sta per andare al supermercato in mutande, una che sta per partire per le Maldive e non c’è mai stata, una che l’hanno invitata a una festa e all’ultimo momento scopre che è una festa a sorpresa, una che si è messa la maglia a rovescio e se ne accorge durante il primo colloquio di lavoro, una che, insomma, si sente un po’ nel vortice di qualcosa che non conosce e non sa mica bene come gestirlo.

Potrebbe essere un grande flop. Potrebbe essere un grande momento. Potrebbe tutto. Potrei essere invasa da commenti negativi, potrei essere abbracciata da mille energie.

Perché il punto è che questo libro sintetizza il perché HO SCELTO di cambiare, come mi sono accorta di VOLERE CAMBIARE e come ho fatto. Non è un manuale dietetico, non è nemmeno un manuale di motivazione: è – semplicemente – la mia storia. 

Non invita ad affidarsi a cure miracolose per stare bene ma solo a se stessi, alla nostra capacità di metterci in gioco.

Non parla solo del periodo in cui sono dimagrita ma cerca di riflettere soprattutto sul perché sono ingrassata.

Ed è dedicato a tutte le anime nere del mondo e a loro voglio proprio dire, su tutte, una cosa: non sei sola, siamo in tanti, siamo una moltitudine silenziosa di paure, ma proprio per questo devi imparare ad accettarti e a non farti schiacciare dalla paura, perché FA PARTE DELLA VITA.

Se avrete voglia di leggerlo (non c’è niente dentro che abbiate letto qui, per scelta il libro e il blog sono due cose diverse) e dirmi cosa ne pensate, fatelo usando l’hashtag #102chili pubblicamente o scrivendomi in pvt.

Se lavorate in una libreria e avete voglia di presentarlo lì, scrivetemi a panzallaria73@gmail.com per informazioni. Se avete un locale in Romagna vista mare e vi va di organizzare una presentazione, o avete un locale in qualsiasi altra parte d’Italia, con qualsiasi vista, scrivetemi anche voi.

 

 

9 mesi dopo avere perso 40 chili: cos’è cambiato?

Sono passati 9 mesi da quando ho finito la mia dieta.

Era maggio e avevo perso 30 chili. La nutrizionista mi ha dato il piano di mantenimento e ci siamo salutate. Da allora fino a settembre ho perso altri 10 chili.

Che cosa è successo in questi mesi? In che modo la dieta e la mia muta hanno cambiato RADICALMENTE la mia vita?

IL PESO

Innanzitutto mi preme dire che per il momento il mio peso è stabile da settembre: oscillo tra i 60 e i 61 chili a seconda del mio stato fisico, dello stress e del momento della giornata.

Ho toccato anche i 59 chili, ma evidentemente il mio corpo per il momento vuole stare a 60 perché quando è successo mi sono sentita debole e ho avuto bisogno di mangiare un po’ di più per tornare a 60 chili. Sono alta 1,68 cm perciò, secondo le tabelle, potrei anche pesare 58 chili ma faccio anche molto sport ed evidentemente il peso giusto per me è proprio questo.

LO STILE DI VITA

Mangio in maniera equilibrata (né troppo, né troppo poco) e – salvo eccezioni – faccio a meno dei latticini e la pasta la mangio solo durante pranzi di famiglia o quando esco. Da circa un mese ho deciso di diventare una “vegetariana liberale”: mangio la carne solo se vado a cena da altri. Durante la settimana integro le proteine con una maggiore varietà di legumi e ho introdotto il seitan.

Faccio sport in maniera costante ma tutto sommato moderata: 2 ore di nuoto a settimana (mi sono iscritta a un corso per avere un appuntamento fisso e un allenatore che mi segua) e 1/2 ore di corsa disperse nel resto dei 7 giorni. Per chi mi legge per la prima volta mi preme chiarire che sono arrivata a questa tabella di allenamento non all’improvviso ma nel corso di un anno, in maniera graduale, partendo da camminate di mezz’ora, tre volte a settimana. Impossibile fare altrimenti, visto che prima gli unici muscoli che usavo attivamente erano quelli delle mandibole 😉 (che poi forse non sono nemmeno muscoli).

Cammino tutte le volte che ci riesco e i miei spostamenti sono o a piedi o in bicicletta.

LA MUTA RADICALE

La mia vita non è più la stessa. Non credo di riuscire a dire in un unico post su quanti fronti questa esperienza mi abbia modificata. Proverò a iniziare ma spero di trovare le parole. Innanzitutto ci ho messo un po’ ad abituarmi al mio nuovo corpo. Ho perso il 40% del mio peso corporeo e ancora oggi, quando mi osservo nuda allo specchio, ci sono momenti in cui faccio fatica a riconoscermi. E’ stata dura per me e lo è stato anche per gli altri: per alcuni mesi ho dovuto ripresentarmi a chiunque incontrassi, persino mia zia ha stentato a riconoscermi. In famiglia è subentrata una nuova percezione della sottoscritta: mia figlia e Tino hanno cominciato a vedermi andare a correre, in piscina e fare attenzione al cibo. E’ stato graduale, ma non significa che abbia cambiato alcuni equilibri nella relazione. Chi conosco oggi e non sa del mio percorso (ed è una gioia essere una persona “nuova”) se ci si trova a parlare di sport, mi fa capire che mi percepisce come una persona molto in forma e molto energica e forte.

Frollina l’altro giorno, in un tema in cui parlava anche di me ha scritto: “Mia mamma è molto forte e corre veloce”. Mi ha commosso molto questo suo nuovo sguardo sulla sottoscritta.

Ma la muta, quella vera, è avvenuta nella mia testa e non riguarda solo le relazioni personali ma anche il mio approccio al mondo e al lavoro.

Sono centrata, che per me significa che ho capito finalmente qual è il mio posto nel mondo, dove voglio arrivare e cosa posso dare, in quale ambito. Ho allontanato le persone tossiche della mia vita e non credo che sia un caso se non mi capiti più di incontrarle. Tengo a distanza anche chi vorrebbe succhiarmi energie: chiamatela cattiveria o cinismo, per me è pura sopravvivenza e mancanza di tempo da perdere. Chi ha un po’ di visibilità nel suo piccolo ambito, anche se è l’ombelico del mondo, attrae su di sé energie positive ma anche un sacco di “zecche”: io prima non sapevo riconoscerle e mi sono fatta succhiare il sangue, ora le naso e le tengo a distanza.

Serenamente.

Durante il 2014 sono stata totalmente concentrata sulla dieta e sulla muta e ho perso un po’ di vista il lavoro, i miei obiettivi e dove voglio arrivare. A settembre mi sono resa conto che dovevo riprendere in mano la situazione e l’ho fatto. Malgrado il panico (una lavoratrice autonoma come me guadagna se produce, se no non ha uno stipendio) mi sono messa a testa bassa. L’ho fatto partendo da una consapevolezza: “Se sono stata in grado di perdere 42 chili, sarò in grado di focalizzarmi sul lavoro!”.

Ho scritto un libro (e l’ho fatto prevalentemente di notte) in cui ho messo dentro quello che ho imparato in tanti anni come professionista e poi ho ridefinito i miei obiettivi professionali e ho tentato di comunicarli in maniera efficace.

Perché?

Perché prima non ero convinta di valere e questa mancanza di convinzione, questa paura di essere inadeguata al mio ruolo, mi faceva anche essere poco convincente con gli altri. Non me ne rendevo conto, scambiavo la mia insicurezza per modestia e così non arrivavo davvero da nessuna parte. Ho tante frecce (professionali) al mio arco, ma le sparavo a caso.

Ho preso carta, penna e testa e mi sono messa a scrivere parole, a pensare a dove voglio arrivare da qui ai prossimi 5 anni. SENZA PAURA. Ho tagliato tutte quelle parti del mio lavoro che producono troppi sforzi e raggiungono pochi risultati (in termini anche economici) e ho puntato solo su alcune cose, che sono il VALORE PERCEPITO dagli altri rispetto alle mie competenze e ho fatto in modo che questo valore andasse a braccetto con i REALI BISOGNI e dunque con la possibilità di compiere investimenti da parte delle AZIENDE.

Ho anche messo nero su bianco gli elementi di debolezza da migliorare e ho investito tempo e soldi per iscrivermi a corsi di formazione per farlo.

Dopo avere usato molti fogli, avere fatto molte mappe mentali, ho preso il mio portatile e ho costruito un piano (forse è un vero e proprio business plan, ma io preferisco chiamarlo “il mio piano”). Ho anche fatto una lista delle competenze su cui voglio investire e le ho trasformate in parole chiave. Ho fatto pure un “listino prezzi” chiaro e lineare e – come se io fossi un’azienda – un’ipotesi di guadagni per il 2015 che è il mio obiettivo.

Poi a dicembre è stato pubblicato il libro Narrarsi online: come fare personal storytelling e  – inaspettatamente – ha avuto subito un successo che non avrei mai immaginato. Ma perché non lo avrei mai immaginato? (si torna al paragrafo “insicurezza” che fa rima con “anima nera”). Sono rimasta in apnea per 2 settimane, dopo la pubblicazione, fino a quando i primi commenti positivi non sono cominciati ad arrivare. E quando anche Luisa Carrada (che è un po’ la mia maestra e potrei annoverarla in quello che io chiamo “retroterra culturale” della sottoscritta) mi ha fatto i complimenti con un tweet, dopo avere pensato che forse le avevano hackerato il profilo, ecco io mi sono sentita davvero contenta, ma poi mi sono sentita anche un po’ sciocca: conosco il mio lavoro, mi hanno chiesto di scrivere un libro, dovevo essere più consapevole del fatto che – al di là che si può sempre migliorare – forse non stavo per pubblicare un’enorme cacca puzzolente come invece, in certi momenti, avevo immaginato.

Da una settimana il mio libro è il 1 più venduto in Internet e Industria e studi di settore su Amazon e ovviamente gongolo molto per questo (e ringrazio chi lo ha acquistato!).

Diventerò ricca grazie a questo libro? No. Non l’ho scritto per diventare ricca ma per:

  • contribuire con quello che so ad argomenti che hanno a che fare con il mio lavoro e la mia esperienza di personal storytelling
  • organizzare e riordinare contenuti sparsi che uso quando faccio formazione
  • aumentare la mia autorevolezza riguardo a quello che faccio, ovvero marketing narrativo grazie allo storytelling

Sta funzionando? Alla grande! Il libro + il nuovo sito + la mia testa bassa e la rifocalizzazione degli obiettivi mi stanno consentendo di puntare a poche cose ma ben definite, di dire no a offerte che non sono in focus con la mia strategia di crescita e dire si a proposte interessanti che sono arrivate ANCHE grazie il libro.

Ah e rispetto al tema “Diventerò ricca?” se un tempo vivevo come debolezza il desiderio di alcuni di esserlo, oggi rispondo che IO SPERO DI DIVENTARE RICCA ma non perché voglio costruirmi la piscina ma perché sono BRAVA NEL MIO LAVORO dunque sarebbe il giusto compenso per quello che produco.

Non sono più la stessa di prima e le persone lo vedono. Non mi sento più in colpa se non rispondo alla decina di mail quotidiane che mi arrivano da parte di persone che vorrebbero che gli “regalassi” le mie competenze, per questo falso mito che se una ha un blog e scrive molte cose, ne può regalare ancora di più.

Non sono io.

Quello che metto a disposizione (ed è tantissimo) è qui e sul mio sito professionale, il resto è consulenza e come tale va pagata. Se a qualcuno non va bene, amen, non credo più di dovermi nutrire dell’amore incondizionato di chiunque 😉

Soffro anche meno di ansia, sono molto più futile, mi piace fare shopping e non ho più quella rabbia nei confronti delle cose del mondo che non vanno che avevo prima: so che non posso cambiare tutto e che posso fare poco, ma quel poco lo faccio, volentieri, ogni giorno, nel mio piccolo.

Certe persone forse le ho perse insieme ai 40 chili, ma era fisiologico che capitasse e a 41 anni ho ben capito che insieme agli altri (chiunque) facciamo solo dei pezzi di strada: c’è chi ci sta accanto per più tempo e chi per meno, ma a volte le strade non sono le stesse ed è onesto e affettuoso nei confronti gli uni degli altri rispettare le singole scelte.

Io ora ho la mia strada, condivisa con poche e selezionatissime persone nel privato, con tante e interessanti persone nel pubblico.

E per la prima volta nella vita so qual è quella strada.

Non ho più piombi ai piedi, ho imparato a correre e a essere leggera e sono certa che – malgrado zone dissestate che ci saranno sicuramente – saprò percorrerla.

[foto in anteprima di @Federico Borella]

Il peso della discriminazione. Discriminazione per il peso

Una terribile violenza ha toccato un ragazzino perché obeso e subito dopo una politica belga è stata criticata perché – obesa pure lei –  è Ministro della Salute. Qualcuno si è chiesto se è credibile un Ministro della Salute che ha seri problemi di salute. Battista, sul Corriere, scrive un commento dal titolo: “Quegli insulti consentiti soltanto contro gli obesi” e oggi il dibattito si è aperto anche nella mia timeline di Facebook: un dibattito che mi ha fatto fare alcune riflessioni su un tema, che sapete, mi è molto caro.

Sabrina Ancarola (che gestisce il blog Mini racconti cinici) scrive:

Sono anni che mi batto contro la discriminazione ponderale e insieme a questo ho visto esempi meravigliosi di persone che hanno perso peso scegliendo il movimento che più ritrovava congeniale al proprio essere e una sana alimentazione. Ne parlavo anche con Giorgia Vezzoli che il tuo esempio è incoraggiante per molti anche perché tu, al contrario di altri, hai parlato senza giudizio della tua esperienza. Lottare contro le discriminazioni dovrebbe includerle tutte e questa appunto come dicevi appare subdola. Troppe persone giudicano, indicano facili ricette da applicare a tutti ignorando completamente le svariate cause che possono portare all’obesità. Anche stamattina ho sentito per l’ennesima volta che i grassi lo sono perché privi di volontà, che è colpa loro. Fra l’altro lo sfottò verso i grassi è giustificato perché molti pensano che questo possa essere uno stimolo affinché si decidono a porre rimedio alla loro condizione

Discriminazione ponderale.

Io non mi sono mai sentita discriminata professionalmente o umanamente dalle persone che mi conoscono per via del mio peso, ma di certo la strada – quando ero obesa – era molto più in salita. Le situazioni (o atteggiamenti) che sentivo come discriminatori riguardavano l’approccio al (mio) problema. Alcuni medici che ho incontrato lungo il percorso (non tutti, non sempre) non andavano oltre a banalissime considerazioni: “Sei obesa, ti stai facendo del male, devi dimagrire!” che sortivano il doppio effetto di farmi sentire una cretina (o almeno di darmi l’impressione che pensassero che fossi scema, dato che il loro riscontro non poteva essere che oggettivo e certe cose le vedevo anche io) e di farmi mangiare di più per “sedare” quel senso di disfatta. So che erano pieni di buone intenzioni, che tentavano solo di essere coerenti con le norme-ministeriali-per-il-contrasto-all’obesità ma sembrava davvero che affrontassero il problema con un approccio superficiale e doveristico. Nessuno, fino a quando non ho scelto io, mi ha mai chiesto perché fossi ingrassata, perché avessi un certo rapporto con il cibo e con il mio corpo.

Un’altra categoria particolarmente odiosa per me, per la mia sensibilità di donna obesa, era quella delle commesse dei negozi di abbigliamento. Non tutte, per carità, ma capitava spesso – quando “osavo” entrare in un negozio per donne “normali” – che qualcuna mi guardasse sprezzante e si lasciasse andare a commenti sarcastici legati all’impossibilità di vestire taglie oltre la 46. Non faccio una colpa nemmeno a loro, per carità, non mi aspetto che una commessa debba avere per forza un’attitudine alla psicologia, non è mica quello il suo lavoro. Però credo che siamo un po’ tutti troppo ossessionati dall’aspetto fisico e la divergenza alla norma non è socialmente accettata, il che non è un problema solo per le persone obese (o per chi è molto magro), ma lo è per chiunque non assomigli a un manichino.

Ci sono stati poi commenti cattivi di sconosciuti (spesso uomini, spesso anziani o ragazzini) qualche presa in giro (anche amichevole) e una lista infinita di momenti in cui mi sono sentita molto a disagio a causa del mio corpo (ma anche questo, forse, riguardava più la percezione di me piuttosto che la percezione reale degli altri).

Quando ero ragazzina (e pesavo tale quale a oggi, quindi ero tutt’altro che sovrappeso), qualcuno mi diceva che avevo la faccia troppo tonda (e per questo era meglio non mi tagliassi i capelli corti, non mi facessi permanenti anni ’80 o cose del genere), qualcuno sottolineava come – avendo io un seno importante – dovevo assolutamente essere molto magra se no sarei sembrata, comunque, paffutella.

A parte queste cose, non ho memoria  di discriminazione “diretta”. Di certo, mi hanno sempre infastidita le dichiarazioni di quanti e quante stigmatizzano e stigmatizzavano il grasso, come se una persona grassa certe cose non le può fare perché se no sarebbe incoerente (vedi Ministra). Mi ha sempre infastidito molto anche il fatto che se si parla di obesità, si finisca sempre per sottolineare quanto l’obesità sia “un costo sociale”. Non perché non pensi che sia così. Lo sappiamo tutti che i malati ci costano e una persona che si fa del male da sola (mi riferisco a chi è obeso non per cause metaboliche) diventa un peso per la società in qualche modo, ma questo insistere sul punto non è – secondo me – di nessun aiuto. Gli obesi diventeranno solo più obesi.

Perché l’obesità riguarda prima di tutto un approccio al mondo: in qualche modo le persone che si condannano a questo stato lo fanno per un profondo disagio (che non ha nulla a che fare con stupidità, tutt’altro!) e questo genere di argomentazioni le porterà solo a sentirsi più isolate, sole, a cercare ancora di “recuperare” attraverso il cibo.

Bisogna smetterla, secondo me, di mischiare troppi piani differenti. Quando si parla di obesità si fa un gran casino e si confonde salute con aspetto fisico e quando si “sprona” una persona obesa lo si fa, per lo più, senza alcun rispetto della sacralità del corpo dell’altro (e qui cito Silvia Sacchetti che una volta ha scritto che “il corpo è sacro”).

Dunque: una persona obesa (se vuole) dovrebbe dimagrire perché consapevole dell’importanza della sua salute. Ma per esserne consapevole bisogna iniziare a volersi bene e cercare di capire – profondamente – perché si è ingrassati, prima ancora di cercare di cambiare stile di vita.

L’aspetto fisico dovrebbe proprio passare in secondo piano. Dovrebbe passare in secondo piano per chi vuole uscire dal disagio e dovrebbe passare in secondo piano a livello sociale e culturale (questa la vedo dura, ma potremmo provarci tutti insieme no?).

Il rispetto del corpo (nostro) e degli altri, dovrebbe invece essere prioritario per tutti. Che tu sia magro, che tu sia grasso, che tu sia basso, che tu sia alto, c’è sempre qualcuno pronto a giudicare il tuo corpo. Siamo abituati a parlare del corpo degli altri, a leggere del corpo degli altri (le vip che mettono su cellulite, le vip che non sono al top della forma, le amiche che prendono qualche chilo, i conoscenti su facebook che postano una foto…) e a farlo con una disinvoltura che non ci permette mai di riflettere sul peso che possono avere  le nostre affermazioni.

E qui cito un post che mi ha colpito molto, di Lola  e che consiglio di leggere tutto:

Una ragazzina che viene in piscina con me quest’anno non ha ricominciato il corso.

Suo padre mi ha detto che “si è inquartata” (ingrassata, alla romana) e che anche se il medico ha consigliato di fare movimento, lei non è voluta tornare in piscina. “E poi peccato, perché era pure forte”, mi ha detto.

Ho pensato a quella parola: “inquartata”.

So per certo che lui non voleva usarla in senso dispregiativo e da come mi parlava mi è parso chiaro che fosse sinceramente dispiaciuto per la scelta della figlia. Il problema mio è che a certe cose, a certe parole, ci ripenso.

Lola sottolinea come anche quando si dice che “l’aspetto fisico non è importante” spesso si tratti di una frase vuota e concordo. Aspetto fisico, rispetto: quanto poco leghiamo questi due termini e quanto troppo ci attacchiamo alle divergenze per auto escluderci dal mondo e per escludere chi è diverso.

Come dice l’amica Giorgia Vezzoli serve un’educazione alla diversità, a tutte le diversità. Ci serve per accettare noi stessi e spronarci (davvero) a migliorare e stare bene, serve ai nostri bambini perché vedano un mondo a colori, senza accontentarsi dei troppi bianco e nero.

Serve un contesto in cui sei come sei e il cambiamento torna ad essere nelle tue mani, non in quelle di vuoti canoni estetici e nemmeno in quelle di una sanità che ripete a pappardella.

Serve un contesto in cui le varie Panzallaria possano arrivarci prima e meglio alla consapevolezza che il senso di inadeguatezza non è qualcosa che dipende dall’esterno ma solo da un modo di interpretare se stessi e che non esistono corpi (in)adeguati ma solo corpi “percepiti” e che è tutto nelle nostre mani.

 

Le montagne russe del cambiamento e un libro che ho scritto

Non sto scrivendo sul blog. C’è un motivo preciso che mi tiene lontana da qui e dirada contenuti su Panzallaria. Sto scrivendo un libro. Per la verità, la prima stesura (ma anche la seconda, terza e quarta) è già finita e sto lavorando di cesello.

Il libro riguarda la mia muta. Quella che ho chiamato dieta quando è iniziata ma dieta non è stata. Il mio percorso per diventare una persona normopeso dall’essere una donna obesa.

Ho scritto una specie di autobiografia forse. Un racconto del mio ultimo anno. Una storia di ciò che mi ha condotta a ingrassare prima e a dimagrire ora.

Non è stato facile, anche se la prima stesura è stata velocissima e urgente. E’ ancora più difficile rileggerlo, sistemarlo, tagliare e aggiungere. E non solo per motivi strettamente “editoriali”, ma anche perché questa narrazione ha fatto emergere molte cose, le ha messe in fila. Poi, potete immaginare che palle, ogni tanto, passare l’intera giornata a ravanare intorno al proprio ombelico 😉

Si perché mi ci sono messa di impegno. Quest’estate ho investito due mesi unicamente su questo progetto e tuttora sto investendo tempo professionale per farlo. Perché era una cosa importante per me e ho la presunzione di credere che sia una storia che va raccontata e – spero – letta.

Ma quando la racconti, la tua storia, è inevitabile che pezzi di narrazione portino fuori molte cose, non tutte belle. Non tutte positive. Finire questo libro è stato importante, tuttora lo è coltivarlo e limarlo, ma è davvero un lavorone, dal punto di vista psicologico.

Così faccio fatica a scrivere altrove. Sono molto concentrata.

Poi sono entrata in un’altra fase della mia muta. Non desidero più dimagrire ma mantenere il mio peso e il benessere fisico che questi 63 chili mi portano. Mi sono tagliata i capelli molto corti e adoro la mia nuova pettinatura.

Ma un corpo agile (e se vogliamo più grazioso) e il viso scoperto sono anche una novità assoluta a cui devo fare l’abitudine: ho perso 40 chili e non ho più la mia corazza. I miei occhi non possono nascondersi dietro la frangetta. Mi accorgo della diversa percezione che gli altri (sconosciuti e non) hanno di me. Mi accorgo del diverso sguardo delle persone.

Certi giorni, vuoi questo libro, vuoi le braccia sottili, mi sento estremamente vulnerabile. Certi giorni mi sento una donna “nuova” con la fatica di dovere fare i conti con un totale sbilanciamento rispetto a quello che ero. Pubblico e privato.

Insomma, non è sempre facile. Ciò non significa che io non sia felice, soddisfatta di quello che ho fatto. Ciò non significa che non pensi di essermi fatta del gran bene e che quella di dimagrire è stata la decisione più preziosa che ho preso per me, in tutta la vita.

Ma 40 chili sono una persona (e nemmeno neonata) che è scivolata via. E bisogna farci un po’ l’abitudine.

Tra il libro e questo, sono sincera, non è un periodo facile. Non mi strappo i capelli (che sono anche troppo corti per essere tirati;-), non ho crisi di panico, ma ogni tanto sono davvero una grandissima cacacazzi. Ogni tanto riesco a diventare così odiosa che mi sopprimerei da sola.

Ogni tanto mi prende il piglio incazzoso (tipo soldatessa al rientro dal Vietnam) e ogni tanto mi sento un passerotto che qualche crudele cacciatore ha tirato giù dal nido e pigola disperatamente la mamma morta.

Poi c’è questa cosa di chi mi dice che sto dimagrendo troppo. Che sono punti di vista, me ne rendo conto. Che capisco anche che uno poi che mi vuole bene, possa anche pensare che ci ho preso troppo gusto e che tutte queste ossa che adesso si vedono e le braccia più sottili (ormai non posso nemmeno sperare di riciclarmi nel settore agrario!) possano essere il segnale di non so quale malattia. E io faccio fatica a farci i conti. Perché mangio. Solo che mi muovo tantissimo. Che faccio sport. E a me hanno insegnato che quando si fa sport, si fa TANTO sport e ce l’ho iscritto nel dna e non faccio mica a malo modo eh? E continuo un po’ a dimagrire, è vero. Ma non so, penso che sia solo il mio corpo che sta tendendo all’efficienza massima. Sto bene.

Insomma, è TUTTO diverso. Sono diversa io, ma è anche diverso il mio modo di vivere ed è diverso il modo in cui sono percepita. E niente. Tra il libro e questo, mi sembra di stare sulle montagne russe. Ogni tanto.

Il libro non ha un editore. Per il momento lo hanno letto 4 persone. Due mi amano troppo per essere obiettive, ma gli è piaciuto. Ma una di queste persone è una editor che mi sta aiutando e dice che secondo lei è un buon libro.

Io voglio provarci insomma. Seriamente. Se non riesco a pubblicarlo di carta (e punto abbastanza in alto, sono sincera, bando alla finta modestia), lo pubblico da sola. Divento editore e lo metterò in vendita online, in qualche modo.

Insomma, il libro vedrà la luce. Su questo ho la certezza. Come, lo vedremo e costruirò nei prossimi mesi.

Eventi

13 febbraio: 102 chili a Napoli

Il 13 febbraio 2016 presento 102 chili sull’anima: la storia di una donna e della sua muta per uscire dall’obesità al Teatro Diana di Napoli alle 11.30 del mattino. L’ingresso è gratuito e mi leggerà l’amica e professionista Fabiana Sera.

Non vedo l’ora di essere nella città partenopea e vi aspetto in tantissimi sabato!

Il Teatro Diana è in Via Luca Giordano, 64, 80127 Napoli.

Sarà possibile acquistare il mio libro e al termine della presentazione interverrà anche la Dott.ssa De Blasio di Clinic Center per approfondire il tema dell’obesità e della prevenzione in correlazione ai problemi di cuore.

teatrodiana

8 marzo 2016: a Google con MUT-AZIONI

“MUT-AZIONI: AGIRE IL CAMBIAMENTO PERSONALE PER RAGGIUNGERE OBIETTIVI PROFESSIONALI”

Come facciamo a diventare leader nel nostro lavoro e a focalizzarci sulla strategia centrandoci sul “mind power”?

Un percorso sulla Leadership attraverso il quale faremo i conti con i nostri pensieri  limitanti  per capire insieme come trasformarli in narrazione positiva per l’evoluzione del nostro “mind set” in funzione del successo personale e professionale.

Per essere efficaci, focalizzate e assertive dobbiamo liberarci del peso di una narrazione negativa che facciamo a noi stesse, che ci blocca in ruoli che non ci appartengono e blocca le energie generative di idee e progetti.

Durata

Il workshop dura 4 ore, dalle 14.30 alle 18.30 dell’8 marzo 2016.

Dove

Google Italia via Confalonieri 4, Milano

OBIETTIVI

Il laboratorio si propone una riflessione su:

Pensieri limitanti: in che modo possiamo trasformarli per raggiungere maggiore consapevolezza dell’obiettivo?

-Le parole che ci narriamo: in che modo la narrazione personale influisce sul nostro ruolo professionale?

-Narrazioni personali private e narrazione personali e professionali pubbliche: quale legame e cosa dobbiamo fare emergere per produrre un cambiamento reale?

-Azioni di cambiamento: come si affronta un cambiamento importante e che effetto ha un cambiamento di prospettiva personale sul nostro modo di lavorare?

-Sport e stile di vita: quale legame e quale effetto positivo possono produrre sulle nostre idee, la loro organizzazione e la gestione del tempo personale e professionale?

-Obiettivi sfidanti personali per raggiungere anche obiettivi sfidanti professionali: come si affronta lo stress, la competizione, il senso di inadeguatezza?

UN REGALO PER LE PARTECIPANTI

Non solo workshop: abbiamo deciso di fare un regalo alle partecipanti all’evento e Giraldi Editore ha dato alle stampe un’edizione limitata (e personalizzata) del mio libro 102 chili sull’anima.

Spero di vederti e conoscerti a Milano l’8 marzo 2016!

ISCRIVITI

Perché solo per donne?

L’evento nasce dalla collaborazione con la startup Work Wide Women la cui mission è insegnare alle donne le professioni del futuro. Una bellissima idea che si presenta così:

Work Wide Women nasce per trasformare un problema in un’opportunità. Innovare per tradurre le negatività in proiezioni positive.Vogliamo dare il nostro contributo alla diminuzione della disoccupazione femminile attraverso formazione online su nuove competenze, allineate con le richieste del mercato del lavoro.
Promuoviamo una nuova cultura aziendale basata sull’investimento nei talenti femminili.

102 chili sull’anima: la presentazione a Bologna il 18/6

 L’anteprima a Bologna

Giovedì 18 giugno, ore 18

presso la libreria Feltrinelli

P.zza di Porta Ravegnana, Bologna

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