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A.A.A. CERCASI RACCONTI PER ANTOLOGIA GIRALDI

Quella del racconto è la forma narrativa che preferisco come lettrice e che sto sperimentando come scrittrice: mi appassiona, mette alla prova e lascia spazio al non detto (che è poi quel che sempre vogliamo dire!). In Italia il racconto non ha il successo che riscuote altrove, eppure, anche grazie ai nuovi paradigmi della lettura veloce, sta trovando un suo pubblico.

Vuoi provare a pubblicare un racconto? Qui ti segnalo un bando che potrebbe fare al caso tuo. 

Scrivere un racconto sembra solo più facile che scrivere un romanzo ma in realtà la misura breve è una sfida con noi stessi.  Perché un racconto deve aprire a un universo senza dire tutto, perché per scrivere un racconto occorre SOTTRARRE e la sottrazione è – nella scrittura – la più difficile (e nobile) delle pratiche.

A volte:

Al racconto manca proprio il pezzo più importante della storia.

[Cognetti in A pesca nelle pozze più profonde]

In questo sta la sua armonia sublime.  

Ma un racconto è anche il laboratorio da cui nascono idee che poi possono essere esplorate nel futuro, personaggi ritornanti e dialoghi su cui fare nascere opere più complesse. Un racconto è anche forma agile, qualcosa che può essere letto autonomamente e senza che il tempo tra una lettura e l’altra sottragga senso alla trama complessiva del testo.

Se ti piace scrivere e sei disponibile ad accettare la sfida, ecco qua un bando che potrebbe fare al caso tuo!  Continua a leggere

Il Natale di Amalia

 

Amalia oggi si sente particolarmente contenta: Carlo le ha fatto una sorpresa e ha prenotato un hotel a Bolzano, per il 27 novembre. Quella settimana aprono i mercatini di Natale e insieme ai Righetti, i loro amici di una vita, andranno a passare un fine settimana in Alto Adige. Giusto ieri, su Pinterest, Amalia ha trovato alcune idee per le decorazioni del suo terrazzo e non vede l’ora di cominciare l’annuale caccia grossa natalizia. Da un po’ cova un’idea ma vuole fare tutto per bene e più ispirazioni ha, meglio è. Amalia pensa a quando ai mercatini ci andava con i ragazzi: Giovanna e Davide andavano matti per quei viaggi organizzati all’ultimo momento, durante i giorni di riposo del padre.

Chissà cosa stanno facendo, ora, i miei figli, si chiede Amalia, mentre cammina per via Santo Stefano, di ritorno dalle spese mattutine. L’aria è frizzante oggi a Bologna, ma c’è un bel sole, la panettiera è sempre sorridente e malgrado un dolore al nervo sciatico, la vita sembra più facile ora che c’è un programma, ora che c’è un obiettivo. Certo, la Righetti è una gran impicciona, vorrà sapere come mai i ragazzi tornino così poco a casa e a lei toccherà giustificare e fare in modo che non vada in giro a raccontare che si sono dimenticati della madre: è incredibile come certe persone riescano a diventare maliziose, quando vogliono. Non importa: andranno in giro per la città, lei potrà anche approfittare della sauna dell’hotel ed è certa che – con un po’ di pazienza – staranno bene, loro quattro. Come quando erano giovani.

Amalia pensa a tutte queste cose mentre stringendosi nel suo cappotto di finto montone – che lei non indosserebbe mai una pelliccia vera, ricorda ancora quando sua mamma faceva sfoggio della sua e lei invece, con orgoglio, le proponeva l’alternativa ecologica – infila la chiave nel portone del palazzo. Apre a fatica, la busta del pane penzola appesa al braccio sinistro e la borsa tenta di cadere in avanti, fa un passo, entra e si accorge immediatamente di quella vecchia bicicletta appoggiata proprio lì davanti. Un mezzo sporco, tenuto con poca cura e mai visto prima: una bici verde con un seggiolino per bambini davanti e uno dietro. Amalia si chiede di chi sia quella bici, chi l’abbia abbandonata lì. Non lo hanno visto il cartello, chiarissimo, in cui è scritto di non appoggiare cicli e motocicli al muro?

Per un attimo ha la tentazione di spostarla in una posizione defilata perché diventi invisibile, meno ingombrante allo sguardo, ma ha la sporta e il nervo sciatico che fa male. Scuote la testa e sale la sua scala, la scala A. Amalia non lo sa ancora, ma una bicicletta vecchia, appoggiata in malo modo contro il muro è solo il primo dei fastidi che renderanno difficile il suo Natale 2017…

Regala la storia di Amalia

Amalia non lo sa ma la sua storia – di una banalità quasi sconcertante – ho cercato di raccontarla ne Il Natale di Amalia, un breve racconto/fiaba (ma non per bambini) che arriverà il 26 novembre 2017 in libreria.

Il Natale di Amalia fa parte della mini raccolta Fiabe di Natale (Graphe Edizioni) ed è già disponibile su Amazon.

Insieme al mio racconto ce ne è uno di uno scrittore sconosciuto: tale Guido Gozzano. Non è esattamente alla mia altezza, ma me ne farò una ragione 😉

 

Piccole storie di 10 anni, un regalo

Presa da troppe cose, quest’anno mi sono dimenticata di un evento fondamentale nella mia esistenza di blogger: Panzallaria, a fine novembre, ha compiuto 10 anni.

A parte la ragionevole consapevolezza di quanto io sia “matura” e del fatto che questo blog è cresciuto con me, dal dì in cui ho scritto quel primo post – convinta che l’esperimento si sarebbe presto interrotto – mi sono chiesta come potevo celebrare degnamente questo anniversario, che lo so, non gliene frega niente a nessuno, ma io sono un po’ fissata con gli anniversari.

Pensa e ripensa, ho deciso di aspettare il Natale (che invece a quello siamo tutti affezionati) e fare un regalo a chi mi legge. Ho preso alcuni dei racconti che sono comparsi, negli anni, su Panzallaria in forma di post e li ho raccolti in un pdf che vi voglio regalare. 

In alcuni casi, si tratta di storie ispirate ai racconti di mio suocero e a quelli del mio amato barista (paceallanimasua), in altri di storie che mi sono inventata e che nascono da emozioni o scenari immaginari che circolano nella mia testa.

Non aspettatevi un capolavoro: sono piccole storie che insieme a me e Panzallaria, compiono 10 anni.

Da leggere durante le vacanze di Natale, buone per accendere il camino o anche solo per condividere  un momento.

Sono semplicemente un modo per dire GRAZIE a chi mi segue da poco o da tanto e si è sorbito una bella fetta di cazzi miei in questo decennio. Volevo allegare anche qualche favola, ma per il momento il tempo è stato tiranno: arriveranno prossimamente anche le “Storie piccole”, per chi ha bambini.

E con questo voglio anche farvi gli auguri, prendeteli per quello che preferite: Natale, anno nuovo, nuovo lavoro, dieta, casa, fidanzati.

Il pdf lo trovate qui sotto. Scaricatelo, leggetelo sul tablet, stampatelo: come vi pare! 😉

Piccole Storie – una raccolta di racconti

La rivoluzione è una catena (di Sant’Antonio) 2.0

Oggi facciamo la rivoluzione. Abbiamo appuntamento alle 21. Mi trovo prima con Mario in chat e poi su facebook insieme agli amici del gruppo “La rivoluzione è una catena. Sciogli le catene della politica“.

Ecco come comincia la rivoluzione che abbiamo in mente: ognuno di noi ha adottato la pagina fan di un politico. Ognuno di noi ha fondato un piccolo gruppo di follower dormienti che al segnale del capogruppo saranno pronti a partire.

Alle 21 precise potremo scaricare dal gruppo (segretissimo e lucchettato) le foto di 4 gattini: Aramis, Portos, D’artagnan e Athos in pose tenerissime che giocano con palline, gomitoli di lana e cavi del pc. I gattini  hanno l’obiettivo di incentivare il maggior numero di like possibile grazie al potere proattivo che esercitano su ogni cittadino.

Alle 21.05 ogni gruppo e tutti i follower dormienti in contemporanea posteranno sulla pagina del politico che hanno adottato la foto di uno di questi gattini e inviteranno gli amici a farlo anche loro, per condividere la rivoluzione che così sarà sharata in ogni dove

Faremo così per 21 giorni (abbiamo pensato che completare un ciclo lunare sia FONDAMENTALE per la purificazione del gruppo). Ogni giorno invaderemo la pagina facebook e il profilo twitter e anche google + (sebbene non se lo cachi nessuno) del nostro politico fino a quando non gli sarà completamente impossibile stare dietro a tutta questa orda di gattini tenerini, strasharati e super rivoluzionari.

Faremo impazzire il sistema: bloccheremo l’accesso al digitale di qualsiasi parruccone e potentato del Paese dando il via a una serie di eventi di portata mondiale.

Li stroncheremo a forza di like.

La nostra è una rivoluzione silenziosa, per la quale basta avere uno smartphone e passare molto tempo su facebook.

Personalmente ho ancora dei dubbi, nel senso che non ho ben capito come questo potrà incidere sul potere decisionale dei politici, ma sono bazzecole confronto al fatto che potrò dire di avere partecipato anche io alla rivoluzione (Portos è il gattino del mio gruppo), che potrò segnalarlo cambiando il mio avatar su tutti i social network e che probabilmente il nostro gesto avrà delle conseguenze importanti, come per esempio stimolare tutti gli italiani a firmare la nostra petizione online: “Se non c’è lavoro, allora vogliamo stare sempre in vacanza pagati così non rompiamo i maroni a nessuno

E dopo che in tanti avremo firmato la petizione online e dopo che i nostri gattini avranno invaso e dopo che ci avranno laikato e dopo che il nostro klout sarà schizzato come una pallina in un flipper, voglio proprio vedere se non si cambia questo mondo!

Questo articolo/testimonianza anonima è comparso su “Croniche digitali”, un giorno qualunque del primo anno della rivoluzione

Le ciliegie e i topi bianchi

Tutte le volte che ci passiamo davanti, mio suocero dice:

Ecco vedi, adesso c’è questa chiesa enorme, con Gesù bambino e la sua famiglia che sembrano tutti dei giganti. Una volta c’erano solo degli alberi da frutta, a questo angolo di strada!

Lo dice e sogghigna, pensando a quei tempi in cui – ragazzino – la guerra era appena finita e alla sua famiglia avevano assegnato un appartamento in un nuovo condominio popolare.

I suoi amici del cortile erano il Lungo, Pino e Bortolotti detto Borto.

Lui lo chiamavano Ioffa, anche se nessuno ha mai capito il perché, dato che di nome proprio fa Enzo.

Una volta, racconta sempre mio suocero, c’erano gli alberi carichi di ciliegie e con questi suoi amici avevano scavalcato la recinzione per andare a rubarne qualcuna.

il Lungo – che era il più testa calda di tutti – si era arrampicato sull’albero e gettava un po’ di ciliegie agli amici e un po’ se ne infilava direttamente in bocca.

Era già una buona mezz’ora che erano lì a raccogliere e mangiare, quando sentirono arrivare il contadino e tutti sapevano che con questo qui non si scherzava mica tanto.

Ioffa, Pino e Borto erano scappati a gambe levate e chiamavano il Lungo perché facesse altrettanto, lui però continuava a infilarsi in bocca della roba e così non era riuscito a scendere in tempo.

Il contadino e il suo cane gli erano arrivati sotto.

Scendi da lì, bòia d’un mànnd lèder

sembra continuasse ad urlare l’uomo, brandendo quella che poteva essere una vanga.

Il Lungo non si era fatto intimorire.

Con molta eleganza si era slacciato i pantaloni e calato le braghe. Il contadino continuava a guardare verso l’alto, senza capire bene cosa stesse succedendo.

Davanti allo stupore degli amici – che lo aspettavano in strada – e sopra al muso del contadino, il giovane teppista ad un dato momento aveva cominciato a spingere e a fare dei rumori che non si era capito subito dove volesse arrivare, ma bastò poco e dal suo sedere scese una valanga di merda in direzione del contadino e del suo cane.

Mio suocero si ricorda che una bestemmia come quella che tirò il contadino, prima di allora non l’aveva mai sentita.

L’uomo, che aveva schivato per poco l’umana bovazza, se ne era tornato a casa scuotendo la testa e borbottando mentre il Lungo – indisturbato – continava a mangiare ciliegie.

Per capire com’era il Lungo, racconta sempre mio suocero dopo la storia della cacca, e soprattutto com’erano quei tempi lì, basti pensare che una volta, mentre il vigile dirigeva il traffico tra via Irma Bandiera e via XXI aprile, lui gli aveva rubato la bicicletta d’ordinanza per andare a vantarsi al bar Billi.

Quelli erano davvero tempi appassionati per questo quartiere!

Sotto al portico della Certosa, in quel periodo, c’erano ancora i “topi bianchi”.

Uno non lo direbbe mai, ma dopo la guerra, il Comune aveva dato in concessione alle famiglie di sfollati un arco se avevano 2 figli, 2 archi se ne avevano più di 3.

I topi bianchi,  con cartone e materiali di fortuna,  si erano costruiti delle specie di baracche e vivevano sotto ai portici.

Per andare al bagno, il Comune aveva piazzato qualche gabinetto e delle fontanelle nella piazza della Pace.

Queste famiglie un po’ disperate, forse a causa del freddo o della fame, durante la notte cominciavano a litigare tra loro, urlavano, si prendevano a botte. Mio suocero dice –  e conclude sempre così questo racconto di racconti – che allora il vigile a cui il Lungo una volta rubò una bicicletta, e che abitava lì vicino, verso le 3 del mattino prendeva la sua pistola e sparava due o tre colpi dalla finestra.

Dopo non si sentiva volare una mosca e tornava la pace.

[Immagine in copertina – Licenza CC – flickr – foto di Margotta]

Il cinghiale e la nonna

Una volta sul giornale ho letto che un cinghiale era sceso in città dai colli. Sui colli c’era un’invasione di cinghiali e allora avevano dovuto fare una caccia selettiva – così la chiamavano i giornali – per evitare che si riproducessero e andassero nelle ville di quelli che abitano sui colli a mangiargli il giardino.

I giornali dicevano che quel cinghiale che – per la paura era riuscito ad arrivare in città, in una zona abitata e anche trafficata – lo avevano abbattuto sotto casa mia, dopo che aveva ferito un cacciatore.

Io ero rimasta molto colpita da questa notizia, perché quella mattina stavo lavorando a casa e non mi ero proprio accorta di niente. Ero andata al bar, qualche ora dopo, e in strada cercavo le tracce di una lotta con un cinghiale. Chissà se qualcuno aveva sentito gli spari o se il cinghiale si era messo a correre al semaforo, magari senza nemmeno rispettare le precedenze!

Doveva essere stato un bel colpo vedere arrivare un cinghiale in una zona dove di solito ci sono solo molte macchine e un gran baccano di motori e di stereo accesi a palla. Mi sono immaginata come sarebbe stato trovarmi per esempio in fila al semaforo, con quello sguardo fisso che abbiamo tutti al semaforo quando siamo in macchina che aspettiamo di passare e di fianco vedere sfrecciare un cinghiale. Mi è venuto in mente un film di fantascienza in cui c’è quell’attore molto bello e nero che rimane solo al mondo, dopo una epidemia che ha trasformato tutti gli umani in zombie e il suo unico amico è un cane. Loro per sopravvivere vanno a caccia di cervi tra i grattacieli di New York su di una macchina molto bella e sportiva.
Ecco ho pensato che anche la mia città, in particolare la mia via, a una persona ferma in macchina al semaforo, mentre di fianco passava il cinghiale, sarebbe dovuta sembrare un po’ un posto dopo che sei rimasto solo al mondo e la natura si sta riprendendo quello che noi umani le abbiamo portato via.

Comunque. Quando ero entrata al bar, stavano tutti parlando del cinghiale. La notizia era girata e c’era un signore con il cane che diceva che lui era un cacciatore e gli sembrava impossibile che nessuno avesse sentito niente. Diceva anche che i cinghiali non feriscono gli umani e questa cosa gli appariva ben strana.

Insomma, non ci credeva tanto alla notizia e diceva che poi andava a vedere sul giornale. Anzi, aveva fatto il gesto di aprire il Resto del Carlino lì al bar, dicendo che dentro non si parlava di nessun cinghiale e io gli ho detto che la cosa era avvenuta quella mattina e al massimo lo trovava su Internet l’articolo. Anzi, ho proprio tirato fuori il mio smartphone e ho fatto il gesto di cercare la notizia, solo che sullo smartphone non sono riuscita ad aprire la pagina e lui mi ha guardata come a dire: “Vedi, ci ho ragione, ve lo siete sognati tutti!”

Il barista si era molto eccitato e stava raccontando di una volta che lui aveva visto un daino (o era un cervo, non me lo ricordo) che era mattino molto presto, mentre buttava il rusco del bar. Il cervo lo aveva fissato ed era scappato via. Secondo il barista il cervo era sceso dal colle per mangiare perché di notte non c’è tanta gente in giro.

Io allora ho pensato ancora di più che la natura ci stava dicendo qualcosa e che era arrivato il momento di ascoltare tutti quei messaggi, forse dovevamo diventare più umili. Mi è anche dispiaciuto per quel cinghiale e ho avuto una certa impressione a immaginarmi che qualcuno era morto, in una sparatoria, proprio davanti al mio cancello.

Anche nel cortile condominiale qualcuno parlava del cinghiale e ci siamo scambiati qualche battuta, come da sopravvissuti a un’avventura che avremmo potuto raccontare ai nostri nipotini.

Poi sono tornata a casa e allora mi è venuta voglia di rileggerla quella notizia e purtroppo ho scoperto che era una bufala. Cioè, il cinghiale lo avevano ucciso veramente, solo sui colli. L’animale prima di morire aveva anche ferito per davvero un cacciatore che era poi venuto sotto casa mia per farsi medicare da un’ambulanza.

Il giornalista si scusava, la notizia non era una notizia, e io allora scrivevo una mail al mio vicino – che era quello che mi aveva detto di leggere il giornale -per via che c’era il nostro condominio in prima pagina.

Peccato: avrei potuto scriverci una storia! ho pensato.

Nel pomeriggio sono andata a scuola a fare una lezione di social media e internet a una classe e quel giorno, quando ho chiesto se i loro genitori usavano qualche sistema per farli stare meno su internet, come per esempio le applicazioni che a un certo momento bloccano l’accesso al wifi, una ragazza riccia e con la faccia luminosa aveva alzato la mano e ci aveva raccontato che i suoi genitori per lei non usavano un bel niente perché si fidavano ma che avevano dovuto mettere il controllo parentale per la nonna, perché se no tutti i mesi, quando arriva la pensione, lei va su Amazon e se la brucia in un attimo.

E io sono stata contenta lo stesso: il cinghiale non potevo infilarlo in una storia, ma la nonna dipendente dal commercio elettronico si, che era proprio una cosa molto divertente.

Non ci posso credere: sono anche su Anobii!!!!

Oh, mica ci credo ancora eh?

Da oggi una mia favola è disponibile in Ebook, in vendita per chi vorrà darle fiducia ed è anche su Anobii (se vi piace la potete poi recensire lì!).

Per saperne di più leggete su Fabularia, il mio posticino delle favole che sono una mia grande passione!

Il giorno in cui è finito Internet: il riciclo di una Social Jobber

Se lo ricordano in molti quel giorno, il giorno in cui è finito l’Internet.

Si sono spenti tutti i Server del mondo, senza che nessuno sappia ancora bene il motivo. Chi era su Facebook ha visto per un po’ la rotellina dell’aggiornamento girare, ha provato a ricaricare la pagina – pensando a uno stop momentaneo – e il profilo costruito con fatica e sudore, a suon di “mi piace” e commenti sagaci è scomparso.

Per sempre.

Chi si era comprato followers su Twitter si è trovato, d’un tratto, senza alcun buon investimento: molto meglio lasciare quei soldi sul libretto postale del nonno. Beppe Grillo è dovuto tornare a fare il comico e ora gestisce un locale di classe, il “Five Stars” a Lavagna, sulle Cinque Terre.

Io mi sono ritrovata così. Senza un lavoro, senza molte delle cose che ho costruito nell’ultimo decennio.

Quando ci siamo resi conto che la fine dell’internet non era una cosa temporanea e che nessun governo era disponibile a fare qualcosa di efficace per capire cosa fosse successo (qualcuno anzi sembrava quasi sollevato dalla cosa), in famiglia abbiamo capito che dovevamo INVENTARCI un nuovo lavoro.

La domanda che ha cominciato a ronzarmi in testa è stata: “E ora IO cosa faccio?”. Mark ZUCCHEmberg si è impiccato al Palo Alto con il cavo di un modem 64k  e la notizia – ricordo – fece molta impressione.

I due di Google invece hanno deciso di scommettere sulle loro abilità e ora partecipano a TUTTI i quiz televisivi in giro per il mondo e riescono a rispondere entro pochi secondi a quasi tutte le domande del presentatore. Sono impressionanti. Non è tanto per la precisione delle risposte che vengono chiamati ovunque e pagati profumatamente, quanto per la velocità con cui le danno e per quei buffi look che indossano: metti che muore il Papa si vestono da Gesù in croce e se è la Festa dei Nonni si presentano in Studio con la zanetta (leggi: bastone) dei vecchi.

Io ovviamente ho dovuto fare il funerale al mio alter ego digitale, Panzallaria.

Abbiamo comprato una bara extralarge in mogano rosso. Volevo qualcosa di semplice ma al contempo raffinato. Ci abbiamo infilato dentro l’avatar e una montagna di commenti e flame da fare paura. Ho pianto molto quando il prete ha dato la sua benedizione, anche perché sia io che Panzallaria siamo anticlericali e non ho mai capito chi lo avesse chiamato.

Dopo il funerale, ancora con l’abito buono, mi sono messa a vagare per la città, alla ricerca di un lavoro.

Ovviamente evito accuratamente l’ora del coprifuoco, quella in cui i Social Zombie escono di casa, alla ricerca di qualcuno da far diventare “amico”. Se accetti ti coinvolgono in una mega rissa (real flame) e si cibano di tutto quello che hai di tecnologico in tasca. Non contenti di questo strazio, coinvolgono anche i loro amici Troll e spesso non riesci a fare più ritorno a casa.

Dicevo del lavoro. Mi sono messa a pensare a cosa avrei potuto fare, io che ero una blogger e una Digital P.R. “Devo stare in mezzo alla gente!” mi sono detta e seguendo il consiglio della Ministra Fornero, ho deciso di non essere troppo choosy e di provare con qualche lavoro umile, per sfiancarmi nell’attesa di trovarne uno migliore, che qui teniamo famiglia e mica posso aspettare qualcosa che mi piaccia eh?

Sono entrata in un ristorante, cercavano un cameriere: ho pensato che io quel che so fare è imbonire la gente, parlare, raccontare, socializzare. Cosa c’è di meglio di un ristorante? Ho parlato con il titolare. Gli ho spiegato che conosco benissimo la Netiquette e che sono abituata alla gestione multitasking. Mi ha detto “Prova” e ho infilato il grembiule. Purtroppo ho avuto sfortuna: per terra avevano appena passato lo straccio e così sono scivolata e l’involtino che tenevo nel piatto è schizzato come un tuffatore professionista, andandosi a infilare nella scollatura di una cliente.

Il titolare aveva un diavolo per capello. Ho provato a giustificarmi. Mi sono sentita molto umiliata. Ho anche usato l’arma del “Lei non sa chi sono io”. “Lei non ha idea” ho detto ” con chi ha a che fare! Ho una reputazione online davvero affermata io, se ci fosse ancora Internet non si sognerebbe nemmeno di trattare così una che ha un klout di sett…”. Il Crumiro non mi ha nemmeno lasciato finire: “Non voglio nemmeno saperlo cosa faresti al tuo CLOU, ho già visto abbastanza oggi che è il primo giorno. Tu sei fuori!”.

Me ne sono andata scoraggiata, pensando che forse dovevo seguire le orme di Mark e impiccarmi anche io, magari con uno dei tanti adattatori Apple che ormai mi servivano davvero a poco.

Invece, dopo tanto errare, è successo il MIRACOLO.

Una delle aziende di cui seguivo i profili social mi ha contattata. Cercavano una portinaia. Dice che come riciclo professionale, per i Digital P.R va per la maggiore. Dice che si può socializzare alla grande.

E infatti è un lavoro che mi piace moltissimo. Se sento la mancanza di Facebook, mi produco in conversazioni assolutamente inutili con le impiegate del II piano. Si parla del tempo, dei figli, ammicco e apprezzo il loro abbigliamento. Ho molti amici, non c’è che dire.

Quando mi tira che voglio sembrare intellettuale e sento molto la mancanza di Twitter, allora leggo a voce alta i titoli dei giornali associandoli a brevi parole chiave e commenti di approvazione. Più di uno, passando di lì, mi ha chiesto ulteriori informazioni, che voleva capire, ma non ho saputo rispondere, avevo “finito i caratteri” e questo idiota non se ne capacitava! Qualcuno l’ho dovuto perfino defolloware, stava diventando molesto e io volevo continuare a cinguettare in santa pace.

Sono abbastanza felice.

Senza l’Internet non si sta poi così male.

Una specie da tempo estinta come i venditori porta a porta di enciclopedie hanno fatto la loro ricomparsa: li vedi spesso litigare con un Testimone di Geova, davanti ai citofoni, per chi può esercitare lo Ius Primae Noctis su questo o quel campanello.

Le giornate sono meno convulse, siamo tornati padroni del nostro tempo. Io per esempio stasera, invece di stare al computer, ho invitato tutti i miei amici a casa per mostrare  loro le DIAPO del nostro ultimo viaggio alla STITICON VALLEY.

Sono molto emozionata. Ho preparato anche delle manine di cartone e chiederò a tutti di fare pollice verso se gli piacciono le foto. Qualcuno potrà commentare direttamente sotto l’album se vorrà. Sono sicura che sarà una serata bellissima.

Anche senza l’Internet posso ancora essere una donna felice.

[questo raccontino è nato come ispirazione da un aperitivo con le amiche geek Linda e Cecilia che anche se finisce l’Internet, loro si che hanno modo di riciclarsi bene! ]

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Una settimana fa mi sono cancellata da Facebook e Twitter: non ne potevo più, mi stavano risucchiando la vita, con tutta quella socialità e richiesta di pareri e clicca qui, clicca là, retwitta quella cosa, inventa un hashtag per ogni sensazione.

Il primo giorno sono dovuta scendere dalla mia vicina per scriverle qualcosa sul muro. Volevo chiederle se veniva in palestra con me, quel giorno, come facciamo quotidianamente. Non sapevo come fare, di solito glielo chiedo su Facebook. Lei si è molto irritata e entro 24 ore ho ricevuto la notifica di una denuncia per “atti di vandalismo in luogo privato”. Credevo che avrebbe solo commentato e invece si vede che era di cattivo umore quel giorno lì.

Il secondo giorno ho letto una cosa interessantissima sul giornale: si parlava del dramma dei pulcini indiani, costretti a vivere i primi anni in bottiglia per prenderne la forma e poi essere venduti così, come soprammobili naturali, su Internet. Volevo, anzi DOVEVO retwittare la notizia. Occorreva che tutti conoscessero questo scempio, che ognuno di noi riflettesse su quel che accade quando ci si sostituisce alla mano di Dio. Questi poveri pulcini a forma di bottiglia, costretti a trasformarsi in galline-damigiana che cacano uova a forma di tappo di sughero!.

Mi sono messa su una strada trafficata e ho cominciato a raccontarlo a tutti quelli che incontravo lungo il mio cammino. Quando sono diventata afona ho speso 100 Euri in fotocopie e ho distribuito quelle. La notizia ha avuto un sacco di retwitt e alcune persone hanno cominciato a seguirmi. Volevano salire a casa con me, ma ho avuto paura. Ho suonato alla vicina (prima di sapere che mi avesse denunciato) e lei invece di accogliermi nella sua casa e aiutarmi a sfuggire a questi psicopatici, mi ha urlato dalla finestra che ero stata bannata, di non chiederle più l’amicizia e mi ha tirato in testa una secchiata d’acqua mista a vernice, la stessa che avevo usato per lasciarle il commento sul suo muro.

Finalmente ho trovato le chiavi nella borsa, ho chiuso la porta in faccia a quelli che mi stavano seguendo e mi sono chiusa in casa.

A quel punto volevo raccontarlo. Avevo necessità di condividere la mia disavventura. Ma come?
Ho telefonato a una vecchia compagna di classe che non vedevo da anni e mi sono catapultata a casa sua per un caffè. Mi ha accolta molto preoccupata, dice che hanno organizzato una pizza su facebook con quelli del liceo, e ora che io mi sono tolta, come si fa? che peccato che non potrò esserci…Ho provato a ribattere che ci sarei andata lo stesso, che bastava mi telefonassero, al limite un sms con l’indirizzo, ma non c’è stato nulla da fare. Ero fuori dal gruppo.

Mi ha raccontato che la Cicci aveva appena postato una foto di 4 cagnolini bellissimi, dice che bisogna salvarli, c’è anche un numero di telefono, ne vuoi uno? se nessuno li prende entro 15 minuti moriranno per autocombustione, probabilmente in diretta su facebook!

Le ho chiesto – molto preoccupata – dove abita la Cicci, giusto per dirlo in giro, per allertare quelli della zona, ma lei non lo sapeva, dice che l’importante è fare girare al massimo la notizia.

Abbiamo parlato a lungo, mi ha fatto vedere l’album di Riccardo, il suo fidanzato, dice che ha trovato che ha stretto amicizia con quella buzzicona della sua ex, è molto preoccupata, teme la tradisca.
Per fortuna lei conosce la password e può tenere monitorata la situazione.

Me ne sono andata abbastanza contenta, che era tanto tempo che non chiacchieravo così con qualcuno, per via dei social network, che alla fine stai sempre a casa tua.

Quando pensavo di avercela fatta, di essermi disintossicata, finalmente, sono entrata al supermercato e nella corsia degli assorbenti ho notato una figura che mi sembrava di conoscere. Ma si, era proprio lei, la Lella, la mia migliore amica delle elementari. Avevamo litigato in prima media perché lei aveva detto al migliore amico di quello che mi piaceva che a me piaceva, facendomi fare una figuraccia. Da allora non ci eravamo parlate più. Chissà cosa fa la Lella adesso che abbiamo quasi 40 anni! Chissà se ha avuto dei figli, chissà con chi si è sposata…Sta comprando un pacco di pannolini extra notte, di sicuro non è incinta. Mi sono allontanata dalla corsia senza che lei se ne accorgesse e sono tornata a casa, dove ho acceso il computer, che erano almeno 48 ore che non lo facevo. Tremante e con qualche senso di colpa, mi sono ripetuta che non stavo facendo nulla di male, che sarebbe successo di rado, che non avrei mai abusato di quello che stavo per fare.

Ho aperto una nuova casella di posta, mi sono inventata una nuova identità, sfruttando quella della bidella morta delle Medie, ho ritoccato qualche foto scattata su Internet e ho creato Fantoni Cesira. Sotto questo falso nome (tutti i fan di Guccini mi hanno chiesto l’amicizia in mezz’ora) mi sono nuovamente iscritta a Facebook e sono andata a cercare la Lella per capire cosa sta facendo, quale vita conduce, se ha figli o no, che lavoro fa, se è soddisfatta, se ha fatto strada nella vita, con chi è sposata, se l’è venuta la cellulite.

Da allora – ma solo ogni tanto – uso di nuovo i social network. Solo per i casi di emergenza. Come quello della Lella, per intenderci.

Nessuna vicina, pulcino o gallina sono stati maltrattati per scrivere questo post. Non ho compiuto sperimentazioni ne su compagni delle superiori, ne su quelli delle elementari. I bidelli delle mie scuole medie godono di ottima salute, Fantoni Cesira è una delle mie canzoni preferite e i miei profili reali sui social network sono ancora tutti attivi. Anche se ogni tanto- come succede a chiunque – avrei voglia di cancellarli davvero. In uno di questi momenti è nata l’idea per questa storia.

La casa delle bambole: il TUTTO-RIAL

La casa delle bambole

Come le vere mamme FAI DA TE ADDICTED che spopolano sul Web e offrono spunti creativi coi controcojons per passare allegri e spensierati pomeriggi in famiglia, anche io oggi vi racconterò la storia di questa MIRABILE casa delle bambole affinché voi possiate emularci e farne una proprio uguale, uguale, con i tutorial offerti dalla vostra blogger cialtrona preferita.

E allora: Partiamo!!!!!!!!!

Da tempo la bambina abbronzata desiderava regalare a una giovane coppia che abita con noi, Fischer e Price, una casetta tutta per loro.

Tino ed io ci siamo consultati e abbiamo telefonato all’Ingegner Scarabaccini (progettista e architetto, oltre che ingegnere civile) di Marmorta di Molinella perché procedesse con le pratiche e l’esecuzione dei lavori. Lui – che è uomo tutto di un pezzo, grande creativo e appassionato di materiali riciclati – ha proceduto acquistando una libreria Ikea Billy (prezzo base) e un paio di mensole aggiuntive con le quali ha dato vita a una mansarda (ottima location per feste e ritrovi con le altre piccole personcine amiche della giovane coppia).

Eseguiti i lavori abbiamo contattato la Contessa Tentoni Bellerofonte Vien dal Mare perché si occupasse di arredare il nido d’amore.

La Contessa, mi preme ricordarlo, è una delle arredatrici più in voga, oggi, a Legoland.

La Tentoni – come potrete notare dall’ottima foto (scattata da me medesima in notturna, a cui il flash conferisce un effetto evanescente che fa molto “Paradiso”) ha scelto di usare i dettami della cosidetta “arte povera”, riutilizzando pezzi rari e unici e riadattandoli alle esigenze di Fischer e Price.

La parte inferiore della casa è stata momentaneamente adibita a garage dove soggiornano le automobili della coppia (lei è una collezionista di automobiline) e gli animali di famiglia (lui è stato un gattaro molto noto in zona Colosseo).

La mansarda, inizialmente adibita a dispensa dove mantenere “calde” le provviste in pasta di sale, ha dovuto subire però l’unico inconveniente che è andato a increspare la vita felice della felice coppia di sposi.

Ebbene si. Non volevo parlarne ma poi voi domandate ed è inutile nasconderlo: Barbie si è messa in mezzo.

Pur essendo entrata in casa nostra da pochissimo, grazie a quella “Santa donna” di  mia suocera, pretende già di essere trattata come una principessa.

Non avendo dato seguito alle sue lamentele (desiderava conoscere un Ken che l’amasse e vivere nel Camper di Barbie per girare il mondo con lui), ha decido di okkupare la mansarda di Fischer e Price, arrivando con i suoi tre cani che hanno sempre fame e importunano i felini, tanto amati da Fischer.

Nell’attesa che arrivi la polizia a sgomberare, i tre sono costretti a convivere e se non fosse che Barbie peta e rutta a volontà, facendo vibrare fortemente il soffitto della camera da letto, i due potrebbero anche continuare il loro menage senza troppi problemi: dove mangiano tre gatti possono mangiare anche tre cani in più.

L’Ing. Scarabaccini al momento del progetto era un po’ sottotono per via del caldo estivo e ha dimenticato di inserire scale, porte, e ogni genere di via d’uscita e passaggio.

Nell’attesa di attrezzarci (il motto della Contessa Tentoni è “chi va piano si compra un bel divano…”) e che la coppia possa aprire un mutuo per terminare l’arredamento della propria casa, io mi sono permessa di costruire un ascensore (quello giallo nella foto) che ha fatto la gioia della bambina abbronzata, anche se risulta abusivo nel piano regolatore.

Confidiamo in un condono.

In fondo

Fischer e Price hanno scelto di vivere in Italia…