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Di mamma ce n’è più di una

L’ultimo libro di Loredana Lipperini ha un titolo autoesplicativo: Di mamma ce n’è più di una.

A Bologna è stato presentato ieri ma io sto uscendo da un’influenza particolarmente pesante e purtroppo non sono potuta andare ad ascoltarla. Mi sarebbe piaciuto per molti motivi. Stimo molto Loredana e di questo libro ne abbiamo parlato un giorno di ottobre del 2011 a Ferrara.

Ci siamo scambiate pure qualche mail in proposito e le ho raccontato la mia esperienza di mamma blogger “pentita” e che si sentiva strangolata da un’etichetta che ai miei occhi, oggi, dipinge soprattutto un mondo molto granitico, un po’ fashion e tradizionalista e che ha più a che fare con il marketing che con la possibilità di portare punti di vista dialettici e variegati sulla condizione delle donne in Italia.

Senza fare di tutta l’erba un fascio e senza demonizzare il marketing (nel quale per altro anche io lavoro), credo che le grandi potenzialità di quello che poteva essere un movimento d’opinione sociale si siano un po’ ridotte a dinamiche da focus group condite da grandi aspettative professionali  riposte in 2 o 3 persone verso le quali non si può essere critiche per paura di una “epurazione” che tocca non solo un ambito potenzialmente professionale, ma anche personale, in quella cerchia allargata di “amiche” virtuali che genera la Rete e che in certi momenti della vita ci fa sentire capite, protette e sicure.

Loredana ha inserito in un capitolo del suo libro questo mio vecchio post  che oggi forse scriverei un po’ diversamente ma che sostanzialmente è ancora molto aderente a quello che penso e che ha generato eventi estremamente chiarificatori (credo di aver chiuso almeno 5  pseudo “amicizie virtuali” per quel che ha scatenato, ma forse sono anche di più e in ogni caso si trattava di rapporti evidentemente fondati su un dooping emotivo  da etichetta rassicurante).  Nel libro c’è anche un pensiero che fa parte dello spettacolo “La rivincita del calzino spaiato” e che è in un altro post/manifesto 

Quando le nostre nonne sfornavano figli come conigli, essere mamme faceva parte della vita. Ora sembra che ti abbia unto il Signore! Sembra che ti abbiano messo a parte di un segreto che puoi condividere solo con gli altri eletti, che se no ti rubano il copy.

Il libro di Loredana NON è un libro sulle mamme blogger, sia chiaro, ma un libro sul modo in cui viene percepita la maternità, l’essere madre e il ruolo sociale della mamma in Italia, di quali sono le spinte centrifughe tra mito della famiglia tradizionale, donna in carriera e mamma equilibrista.

Il libro di Loredana racconta tutte le donne, quelle che i figli li vogliono, quelle che li hanno, quelle che non li hanno, quelle che non li vogliono. Parla della relazione tra uomo e donna, di come l’essere madre sia diventato, nel tempo, status sociale per alcune, di come questo status sociale – assunto da marketing, pubblicità e comunicazione – si sia evoluto e abbia assunto precise connotazioni, in una scelta minima di etichette che non lascia spazio alla diversità della singola persona.

Parla di come il ruolo di madre sia uno dei punti critici su cui si gioca la rete femminile di aiuto e comprensione. Perché ancora troppo spesso:

Chissà come mai, ma quando si parla di donne, e soprattutto di maternità, si tende ad arrogarsi il diritto di parlare a nome delle altre.

E’ un libro che contiene tante cose. Ecco alcune che hanno colpito me, la mia sensibilità, il mio modo di essere persona. Alcune che mi hanno fatto riflettere.

Figli oggetti di consumo

Che piaccia o meno i figli sono diventati “anche” un oggetto di consumo, una delle emanazioni del “voglio averlo e lo avrò”, un rispecchiamento ulteriore dello “you” che siamo diventati

Anche i figli oggi sono “tutti intorno a te” o meglio, noi siamo tutti intorno a loro per procacciargli non benessere ma FELICITA’:

Se un tempo il sogno americano e la ricerca della felicità consistevano nel perseguire un complessivo appagamento, oggi si sono trasformati nell’idea che si debba essere felici sempre e in ogni ambito.

Ipermedicalizzazione o ipernaturalizzazione

La mia ‘impressione – leggendo il libro, ma non solo –  è che quando una coppia scopre di aspettare un bambino, cominci già ad imporsi un dualismo di modelli legato all’ambito medico/parto.  Da una parte c’è una forte spinta alla medicalizzazione avanzata della nascita, dall’altra una spinta altrettanto forte (e subdola) alla ipernaturalizzazione della stessa.  I messaggi sociali che arrivano alla futura mamma sono comunque forti e colpevolizzanti.

Il senso di colpa

Lo schivare, allontanare, gestire il senso di colpa (che torna come un mantra) è il filo rosso che accomuna ogni madre in Italia e ogni donna che non ha voluto essere madre. Il senso di colpa sembra – in certi casi – il collante che lega donne/madri in gruppo e le mette contro altre donne/madri o donne non madri.

Mamme, marketing, web

Il mommy-blogging è un fenomeno straordinario: ma insieme ai lati positivi (la solidarietà tra madri, la condivisione delle problematiche, l’aiuto reciproco) ha i suoi cuori di tenebra. Non ultimo, l’ulteriore mitizzazione della maternità. (…) Dunque, la famosa mamma imperfetta, giustamente difesa contro il modello della madre sacrificale, diventa a sua volta icona di perfezione: sei perfetta se sei imperfetta, se non puoi fare tutto ma lo fai e se ci ridi sopra su un blog…

Concludo con questa citazione che è quella su cui da tempo mi sono fermata a riflettere di più. Perché anche io ho contribuito, senza volerlo, a creare questo stereotipo e quando mi sono accorta che ero diventata un “personaggio”, nel senso più granitico del termine, mi sono sentita soffocare e sono dovuta scappare a gambe levate.

Credo che si, di mamma ce ne sia più di una e se cominciassimo a essere meno interessate al modo in cui le altre scelgono di esserlo e più interessate a conoscere le altre in quanto persone, saremmo già a cavallo. Sono certa che questo libro possa aiutare molte persone (donne e uomini) a liberarsi di questo giogo che ci imponiamo e che ci impone la società per “monetizzarci”.

Indicazioni bibliografiche

Loredana Lipperini, Di mamma ce n’è più di una, Feltrinelli, 2013

Prezzo: € 15,00

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Il giorno in cui è finito Internet: il riciclo di una Social Jobber

Se lo ricordano in molti quel giorno, il giorno in cui è finito l’Internet.

Si sono spenti tutti i Server del mondo, senza che nessuno sappia ancora bene il motivo. Chi era su Facebook ha visto per un po’ la rotellina dell’aggiornamento girare, ha provato a ricaricare la pagina – pensando a uno stop momentaneo – e il profilo costruito con fatica e sudore, a suon di “mi piace” e commenti sagaci è scomparso.

Per sempre.

Chi si era comprato followers su Twitter si è trovato, d’un tratto, senza alcun buon investimento: molto meglio lasciare quei soldi sul libretto postale del nonno. Beppe Grillo è dovuto tornare a fare il comico e ora gestisce un locale di classe, il “Five Stars” a Lavagna, sulle Cinque Terre.

Io mi sono ritrovata così. Senza un lavoro, senza molte delle cose che ho costruito nell’ultimo decennio.

Quando ci siamo resi conto che la fine dell’internet non era una cosa temporanea e che nessun governo era disponibile a fare qualcosa di efficace per capire cosa fosse successo (qualcuno anzi sembrava quasi sollevato dalla cosa), in famiglia abbiamo capito che dovevamo INVENTARCI un nuovo lavoro.

La domanda che ha cominciato a ronzarmi in testa è stata: “E ora IO cosa faccio?”. Mark ZUCCHEmberg si è impiccato al Palo Alto con il cavo di un modem 64k  e la notizia – ricordo – fece molta impressione.

I due di Google invece hanno deciso di scommettere sulle loro abilità e ora partecipano a TUTTI i quiz televisivi in giro per il mondo e riescono a rispondere entro pochi secondi a quasi tutte le domande del presentatore. Sono impressionanti. Non è tanto per la precisione delle risposte che vengono chiamati ovunque e pagati profumatamente, quanto per la velocità con cui le danno e per quei buffi look che indossano: metti che muore il Papa si vestono da Gesù in croce e se è la Festa dei Nonni si presentano in Studio con la zanetta (leggi: bastone) dei vecchi.

Io ovviamente ho dovuto fare il funerale al mio alter ego digitale, Panzallaria.

Abbiamo comprato una bara extralarge in mogano rosso. Volevo qualcosa di semplice ma al contempo raffinato. Ci abbiamo infilato dentro l’avatar e una montagna di commenti e flame da fare paura. Ho pianto molto quando il prete ha dato la sua benedizione, anche perché sia io che Panzallaria siamo anticlericali e non ho mai capito chi lo avesse chiamato.

Dopo il funerale, ancora con l’abito buono, mi sono messa a vagare per la città, alla ricerca di un lavoro.

Ovviamente evito accuratamente l’ora del coprifuoco, quella in cui i Social Zombie escono di casa, alla ricerca di qualcuno da far diventare “amico”. Se accetti ti coinvolgono in una mega rissa (real flame) e si cibano di tutto quello che hai di tecnologico in tasca. Non contenti di questo strazio, coinvolgono anche i loro amici Troll e spesso non riesci a fare più ritorno a casa.

Dicevo del lavoro. Mi sono messa a pensare a cosa avrei potuto fare, io che ero una blogger e una Digital P.R. “Devo stare in mezzo alla gente!” mi sono detta e seguendo il consiglio della Ministra Fornero, ho deciso di non essere troppo choosy e di provare con qualche lavoro umile, per sfiancarmi nell’attesa di trovarne uno migliore, che qui teniamo famiglia e mica posso aspettare qualcosa che mi piaccia eh?

Sono entrata in un ristorante, cercavano un cameriere: ho pensato che io quel che so fare è imbonire la gente, parlare, raccontare, socializzare. Cosa c’è di meglio di un ristorante? Ho parlato con il titolare. Gli ho spiegato che conosco benissimo la Netiquette e che sono abituata alla gestione multitasking. Mi ha detto “Prova” e ho infilato il grembiule. Purtroppo ho avuto sfortuna: per terra avevano appena passato lo straccio e così sono scivolata e l’involtino che tenevo nel piatto è schizzato come un tuffatore professionista, andandosi a infilare nella scollatura di una cliente.

Il titolare aveva un diavolo per capello. Ho provato a giustificarmi. Mi sono sentita molto umiliata. Ho anche usato l’arma del “Lei non sa chi sono io”. “Lei non ha idea” ho detto ” con chi ha a che fare! Ho una reputazione online davvero affermata io, se ci fosse ancora Internet non si sognerebbe nemmeno di trattare così una che ha un klout di sett…”. Il Crumiro non mi ha nemmeno lasciato finire: “Non voglio nemmeno saperlo cosa faresti al tuo CLOU, ho già visto abbastanza oggi che è il primo giorno. Tu sei fuori!”.

Me ne sono andata scoraggiata, pensando che forse dovevo seguire le orme di Mark e impiccarmi anche io, magari con uno dei tanti adattatori Apple che ormai mi servivano davvero a poco.

Invece, dopo tanto errare, è successo il MIRACOLO.

Una delle aziende di cui seguivo i profili social mi ha contattata. Cercavano una portinaia. Dice che come riciclo professionale, per i Digital P.R va per la maggiore. Dice che si può socializzare alla grande.

E infatti è un lavoro che mi piace moltissimo. Se sento la mancanza di Facebook, mi produco in conversazioni assolutamente inutili con le impiegate del II piano. Si parla del tempo, dei figli, ammicco e apprezzo il loro abbigliamento. Ho molti amici, non c’è che dire.

Quando mi tira che voglio sembrare intellettuale e sento molto la mancanza di Twitter, allora leggo a voce alta i titoli dei giornali associandoli a brevi parole chiave e commenti di approvazione. Più di uno, passando di lì, mi ha chiesto ulteriori informazioni, che voleva capire, ma non ho saputo rispondere, avevo “finito i caratteri” e questo idiota non se ne capacitava! Qualcuno l’ho dovuto perfino defolloware, stava diventando molesto e io volevo continuare a cinguettare in santa pace.

Sono abbastanza felice.

Senza l’Internet non si sta poi così male.

Una specie da tempo estinta come i venditori porta a porta di enciclopedie hanno fatto la loro ricomparsa: li vedi spesso litigare con un Testimone di Geova, davanti ai citofoni, per chi può esercitare lo Ius Primae Noctis su questo o quel campanello.

Le giornate sono meno convulse, siamo tornati padroni del nostro tempo. Io per esempio stasera, invece di stare al computer, ho invitato tutti i miei amici a casa per mostrare  loro le DIAPO del nostro ultimo viaggio alla STITICON VALLEY.

Sono molto emozionata. Ho preparato anche delle manine di cartone e chiederò a tutti di fare pollice verso se gli piacciono le foto. Qualcuno potrà commentare direttamente sotto l’album se vorrà. Sono sicura che sarà una serata bellissima.

Anche senza l’Internet posso ancora essere una donna felice.

[questo raccontino è nato come ispirazione da un aperitivo con le amiche geek Linda e Cecilia che anche se finisce l’Internet, loro si che hanno modo di riciclarsi bene! ]

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Il Web, i Social, i blog e le tecnologie: possibili opportunità di lavoro per le donne?

In che modo avere un blog, usare i Social Network, essere in rete e conoscere alcuni linguaggi del web mi è servito per lavorare? In che modo la mia esperienza può essere l’exemplum dell’esperienza di altre persone? Quali sono le opportunità della Rete per le donne?

Queste sono solo alcune delle domande e delle riflessioni che – fatte in progress – insieme ad altre donne (GGD Bologna, Mara Cinquepalmi) – hanno portato all’idea e alla realizzazione (io per conto dell’associazione Donne Pensanti) di un evento che si terrà  sabato 15 ottobre 2011 a Bologna: Le nuove professioni delle donne e a cui siete tutti invitati e dove spero di incontrare parecchie delle donne che seguono questo blog.

Tutte le volte che mi chiedono: “Ma tu precisamente che lavoro fai?” oppure “Ma si può campare di blogging?” rispondere a parole non è affatto facile, eppure credo che per chi verrà ad ascoltare le relatrici di quell’evento, sarà tutto abbastanza manifesto.

No. Non si può vivere di solo blogging. Sia chiaro. E infatti io non faccio solo quello e infatti io sono sempre alla ricerca di nuove partnership (a buon intenditor…;-)) e oltre alla parte di scrittura, che è senz’altro quella che preferisco, affianco anche il lavoro sui Social Media, di pubbliche relazioni – che cerco di fare secondo un codice etico preciso – e di valorizzazione di contenuti editoriali.

Ma è vero che il blog è un biglietto da visita importante se hai delle idee. Sia che l’idea sia la stessa per cui apri un blog, ovvero scrivere, sia che l’idea sia una lampadina geniale, accesa nel cervello, che vuoi riuscire a fare conoscere.

Perché il blog, in quanto strumento in progress, racconta un divenire ed è molto difficile trasformarsi in ciò che non si è, in un divenire. Il bluff riesce per tempi limitati.

La rete oggi si crea sui Social, il tuo blog (e quindi la tua idea) la promuovi sui Social e attraverso i legami deboli puoi far conoscere il valore di quello che dici, di quello che fai e di come lo fai. Ne ho parlato altre volte, si chiama anche Personal Branding.

A molti sembra scontato quanto possa essere importante il web per la propria professione, ma non lo è affatto per un sacco di gente. L’idea di raccontare (attraverso speech e anche attraverso workshop pratici) quanto alcune donne sono riuscite a fare grazie alla rete, affinché sia di esempio e sprone per altre donne, vuole essere un modo concreto di condividere esperienze e conoscenza e di coinvolgere persone che – in particolari momenti della vita – sono “esiliate” dal mondo del lavoro. Volenti o nolenti.

I dati sull’occupazione femminile e sul divario salariale tra uomo e donna nel nostro Paese, non sono confortanti e se da una parte dobbiamo pretendere dalle Istituzioni leggi e provvedimenti che invertano la rotta, dall’altra bisogna rimboccarsi le maniche e diventare anche artefici del cambiamento, in prima persona.

La rete in questo può aiutare.

Sottolineo quel “può” perché troppo spesso viene invocata illusoriamente come panacea di tutti i mali, specie delle donne, specie delle mamme in cerca di lavoro.  Le mamme sono oggi il target più ghiotto per moltissime aziende e le blogger che hanno figli diventano spesso l’obiettivo di qualsiasi tipo di engagement che può diventare, quando non trasparente, anche illusione di un possibile lavoro futuro (in alcuni casi sottopagato), per ciò occorre attenzione e consapevolezza, entrambe competenze che si sviluppano con la conoscenza e la partecipazione dei/ai fenomeni.

Se dal punto di vista professionale, i lavoratori del settore ICT sono prevalentemente uomini, tra gli utenti la presenza femminile è fortissima (in Italia il 45% delle donne naviga in Rete): vogliamo lasciare che un ambiente dove puoi modellare la tua professione e la tua idea creativa come la Rete rimanga appannaggio professionale prevalente degli uomini?

Negli ultimi 3 anni (lo so bene) si è parlato moltissimo di “mamme blogger”, codificando un’etichetta e uno stile: la mamma blogger è ironica, multitasking, rimpiange l’aperitivo mentre cambia i pannolini e i pannolini mentre beve l’aperitivo, gira con I-pad ed è tecnologicamente molto attiva in rete, frequentando community di altre mamme geek.

Questa etichetta e tutti i suoi decalages hanno creato un modello al quale molte nuove protagoniste della Rete tendono a volere assomigliare. Il modello – fatto nascere anche da molti Media tradizionali –  è legato alla necessità (sociologica, ma anche di marketing) di dover creare stereotipi che servano a contenere i fenomeni, a descriverli.

Ha degli aspetti positivi (ha valorizzato certamente una fetta della rete italiana e ha moltiplicato l’informazione legata ai temi della genitorialità) ma anche degli aspetti negativi: rischia di diventare un’arma a doppio taglio per le donne in rete che se non aderiscono a quel modello (successo e lavoro compreso), rischiano di sentirsi inadeguate, fuori posto un’altra volta.

Dopo aver colonizzato il web, l’imperfezione a cui abbiamo tessuto lodi in tante, si fa perfettibilità per altre, diventando un cane che si morde la coda e che alimenta la paura delle donne di fare squadra.

Lo dico con cognizione di causa perché sono certa di aver fomentato – in parte – anche io quel modello (sono in fase outing).

Ebbene, questo evento “Le nuove professioni delle donne” non vuole essere una vetrina per blogger e professioniste affermate, tutt’altro.

Vuole essere un modo per ribadire l’importanza di fare modello a se’, anche professionalmente, trovando il proprio “posizionamento” on line che è – soprattutto – conseguenza di una forte identità di idea.

Chiunque può avere un idea imprenditoriale: la rete ci offre l’occasione per provare a realizzarla. Per farlo non servono magie, non è necessario assomigliare “a quella blogger che è tanto brava e ha avuto successo” ma occorre tenere i piedi per terra, saper riconoscere l’ecosistema in cui ci si inserisce, creare legami ma con la consapevolezza del fatto che lo si sta facendo professionalmente (e dunque saper riconoscere gli amici dai contatti professionali) e affermare la propria identità con orgoglio e passione.

Dati questi primi ingredienti, poi c’è tanto lavoro di costruzione e disciplina che ha poco a che vedere con frasi mitologiche (o da buzz marketing di ultima categoria) del tipo “Diventa ricco con il tuo blog”! che fanno ridere anche i polli.

Vi aspettiamo sabato a Bologna. Ci potete seguire anche su twitter #NPDonne e se volete, nel frattempo potete leggere su Articolo37 le interviste ad alcune delle ospiti che si avvicenderanno quel giorno o – domani, ascoltare l’intervista in diretta su Radio Città del Capo a Linda Serra delle GGD che racconterà come è nato e si struttura l’evento.

L’evento sarà anche in streaming, per ciò se siete troppo lontane da Bologna e volete seguirlo, potete farlo dal vostro PC!

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Marketing etico e pinzillacchere così

Domani pomeriggio tra le 15.30 e le 16, la mia voce uscirà dalla vostra radiolina sulla spiaggia, a casa, al lavoro, al supermercato.

Sempre che la radiolina sia accesa e sintonizzata su Radio 24.

Interverrò nell’ambito della trasmissione Ferry Boat di Vincenzo Argante che vuole sapere cosa penso di mamme, blog di mamme, marketing e pinzillacchere così.

Inutile dire che mi fa un sacco piacere.  Inutile dire che sono davvero felice che si parli di questi argomenti e che si abbia voglia di sentire anche voci che divergono dalla maggioranza.

Credo che sia importante avere la consapevolezza del fatto che in questo particolare momento storico le mamme – e i genitori in generale – sono il target di consumatori più ambito e ghiotto (perché in tempi di crisi l’unico a cui non fai mancare nulla è il pargolo) e che le mamme blogger, in particolare, essendo considerate delle Opinion Leader (che brutta parola ;-)) nel settore, sono la merce più preziosa per un buon esperto di marketing virale.

Ma dato che non siamo solo quello che consumiamo, credo sia fondamentale essere lucidi su questi temi e capire dove si sconfina nella comunicazione pubblicitaria e dove invece si sta facendo reale informazione, cultura, arte, teatro.

Secondo me è FONDAMENTALE che le due cose vengano tenute separate e che si capisca bene con quali obiettivi si creano reti sul web.

Insomma: marketing si, ma etico, che dica quello che è, che si dichiari in quello che fa e non millanti o nobiliti operazioni finalizzate al guadagno, in modo che chi vuole aderire (gratuitamente o a pagamento, a sua scelta) possa farlo liberamente e in modo che gli utenti/lettori sappiano esattamente a cosa si trovano di fronte.

Credo molto in questa cosa e vorrei che se ne potesse parlare serenamente anche sui blog  della community delle mamme blogger: ricordiamoci che la pluralità dei punti di vista è fondamentale per dare una visione di insieme dei fenomeni sociali e per poter offrire la possibilità a tutti di decidere cosa fare o non del proprio tempo, avendo tante informazioni a disposizione.

Io – per parte mia – credo che il lavoro di ogni persona debba essere valorizzato e che fino a quando qualcuno lavorerà a gratis o per pochi euri,  non sta esercitando solo la propria libertà ma sta anche svilendo il lavoro di tutti gli altri.

Un problema molto concreto tra chi si occupa, a vario titolo, di Rete.

Una serata da url e da incontri vip e da sbevazzate e vecchi amici

Sono uno scoiattolo sabbioso pazzo!!!!!!!!!

Una serata bellissima quella di ieri. E’ venuta Patrizia Violi a Bologna, a presentare il suo libro Una mamma da Url all’Ambasciatori e ho avuto l’onore di essere sul palco con lei, mentre Anita Giovannini attrice leggeva brani divertentissimi del libro e Marco Giovanardi pianista suonava pezzi di Mozart al piano. C’era poi anche l’amico Carlo di Sensolato che è stato poi il Deus ex Machina di tutto questo.

La gente rideva, che il libro di Patrizia e Patrizia stessa hanno un tocco di levità perfetta che fa ridere, incanta e riflette uno stile di scrittura curato e per nulla scontato.

Non c’erano solo mamme con il pancione ma anche persone più “attempate” se così si può dire, accorse forse per capire se il mommyblogging è una specie di malattia autoimmune che può avere gravissime conseguenze e che sono state rassicurate dalla sottoscritta: ha effetti DEVASTANTI! 😉

C’erano molti compagni degli anni dell’Università e dato che Tino si era immolato alla causa familiare e aveva portato la Frollina dai nonni e a vedere i cavalli e io ero libera come il vento, alla fine ci siamo attardati in mangiate e sbevazzate post letture.

Prima di uscire dalla libreria, la sottoscritta ha intravisto un ciuffo di capelli einstiani di giornalistica memoria: Stefano Benni si aggirava tra gli scaffali!

Dopo aver più volte toccato Patrizia in forma scaramantica e votiva (il suo libro è già in ristampa, sta diventando una scrittrice famosa e quando sarò vecchia potrò raccontare ai nipotini di aver conosciuto una scrittrice famosa!) e dopo aver fumato una sigaretta e dopo aver preso qualche calcio in culo dai miei amici e dopo essermi trascinata Anita, sono riuscita ad avvicinarlo per chiedergli se ci firmava – bontà sua – la locandina fotocopiata della “Rivincita del calzino spaiato“.

Con lui c’era anche Riondino, suo sodale.

Bhè, a dispetto di quanto si vocifera sulla scarsa loquacità di Benni, con noi è stato stracarino, ci ha dato perfino qualche consiglio su teatri a cui inviare il nostro lavoro autoprodotto e detto che anche lui c’ha una sua teoria sui calzini spaiati che trovo nel suo ultimo libro che a questo punto non vedo l’ora di leggere. Per altro, da vera paracula gli ho accennato anche al mio progetto dei racconti e mi sa che come tutti quelli che tentano di fare gli scrittori e cercano l’approvazione del loro Maestro, tenterò l’invio anche io, al momento in cui penserò che siano maturi per essere lanciati nell’Orbe.

Abbiamo cenato all’Ambasciatori dove tutti si è sbevazzato molto e ero assai contenta. La giornata era stata parecchio malmostosa e invece, devo ammetterlo, la serata si era indubbiamente ripresa.

Mi sono divertita.

E mentre uscivo dal locale ho riproposto un giochino che facevo sul 95 tornando da scuola, al Liceo. Sul 95 che era sempre pieno come un uovo e io ci dovevo stare su un’ora per tornare al Paesello dove vivevo, con le mie amiche salivano da porte diverse poi ci urlavamo l’un l’altra delle cose. A un certo punto, in mezzo a chiacchiere futili, una delle due chiedeva:

“Poi come sei messa con i pidocchi? Ti sono passati?” e si parlava un po’ di pidocchi. Oh. Da provare. In un attimo eravamo sedute, tranquille e senza essere per nulla oppresse dalla gente intorno.

Ieri sera non è che ho tirato fuori i pidocchi ma me ne sono andata in giro con Anita per la libreria commentando e citando il libro di Patrizia.

Che io sono più virale del viral marketing eh? Altro che pippe e pannolini!

Invecchiando divento sempre più matta: concilio l’incapacità totale all’ipocrisia e al buon viso (e questo non sempre mi è utile ma faccio fatica a evitarlo) alla necessità di essere quello che sono e non mostrarmi “composta”. Questo bisogno è  legato a una forma di pigrizia, fondamentalmente.

Mi piace divertirmi, non so vestirmi elegante,  ogni cosa/persona mi incita battute e sono molto ingenua: sarebbe una tale fatica contrastare queste spinte propulsive che ho scelto la via della valorizzazione.

Ognuno è diverso e omologarmi non è mai stato nelle mie corde. Nemmeno il buonismo è mai stato nelle mie corde, per ciò la frittata Panzallaria così si compone.

Anche ieri, devo ammetterlo, ho preferito buttarla bene in caciara, divertirmi con gli amici, passare un’ottima serata a fare buone chiacchiere che misurare ogni parola.

Dopo aver trincato e mangiato all’Ambasciatori, ci siamo trasferiti all’Infedele, nella via dove abita Romano Prodi. E nemmeno fossimo in una Bologna finta, ricostruita sul set, ad un certo momento sono arrivati proprio Flavia e Romano che rientravano a casa e lui ha abbozzato perfino un saluto.

Non so cosa abbia pensato Extramamma, ma di certo mancava solo il cespuglio di peli con Dalla intorno.

Tortellini city è così: una città piccola in tanti sensi che però è tutta racchiusa. Come raccontavamo ieri a Patrizia, crearsi una rete a Bologna è inizialmente molto difficile ma poi se ci riesci, entri in un circolo virtuoso di contatti. Il problema è riuscire a uscire dalla visione provinciale delle cose che ci fa credere (e cito Nori da “I Malcontenti”) di essere il migliore dei mondi possibili.

E invece sarebbe utile a noi bolognesi, ricordarci che esiste tutto un mondo là fuori, proseguendo la via Emilia e scollinando in Toscana e anche se ci hanno fatto credere di essere la città meno stereotipata e più avanguardista d’Italia, quei tempi sono lontani e oggi come oggi i bolognesi si preoccupano più dei graffiti che della carenza di alloggio dei nostri concittadini (italiani e non).

Agli abitanti del centro spaventa di più un dehor estivo, con il suo potenziale di giovinastri e birra, piuttosto che la disoccupazione dei neolaurati all’Alma Mater.

Ecco, vedi, sono rimasta intrappolata nei pensieri post sbornia e invece ora devo mettermi a lavorare.

Tornando a casa, stanotte, mi sono infilata in camera di frollina e l’ho riempita di baci, mentre raccontavo le mie avventure a Tino.

Ho pensato che non lo so. La mia vita non la capisco in questo momento e sono molto confusa. Ma sto sperimentando molte cose, sto facendo tante esperienze e spero che un giorno possano almeno portare luce alle mie idee e illuminare la mia saggezza di madre.

Il resto non mi è ancora dato saperlo ma si sta configurando sotto le mie scarpe.

Le etichette

Mi è arrivata una mail da una ragazza che sta facendo una tesi. Tema: il cyberfemminismo. Mi scrive che secondo lei io sono una cyberfemminista e per ciò vuole intervistarmi. “Non so nemmeno cosa sia, il cyberfemminismo” le rispondo io. Fa parte della stessa famiglia del cybersex e del cyberbullismo, come suggerisce la ricerca intuitiva di Google?

A parte gli scherzi, donne pensanti non è nato e non è un progetto femminista ma un progetto di cultura e politica contro gli stereotipi. Solo che le etichette sono rassicuranti e anche quando le cose non rientrano dentro alle etichette, bisogna riuscire a incamerarle.

Ho cominciato a depilarmi più di quanto non facessi prima. Mi trucco anche, quando ho qualche impegno legato al progetto. Perché diciamoci la verità: anche quello della femminista è diventato uno stereotipo granitico e allora per spiazzare gli astanti, almeno gioco sull’evidenza.

Non sono incazzata, non sono pelosa e curo il mio aspetto.

Ieri è uscito sul corriere un articolo sul mommylobbing (che parola terribile!) e in un’insalata mista ci hanno cacciato dentro donne pensanti, dicendo che Serena Nobili (di genitoricrescono) ci ha fatto sopra un archivio delle mamme senza lavoro. Non solo la giornalista non ha capito perfettamente il senso del progetto sui curricula di genitoricrescono, ma ha tirato dentro donne pensanti (avevamo dato sostegno a quel progetto) come fosse un ufficio di collocamento per mamme.

Ecco qua: come al solito la prima etichetta che mi è stata data (e a cui ho contribuito attivamente) si fagocita tutto quello che faccio.

Mamma blogger.

Riflettiamo su questa cosa. Una perché c’ha un figlio e un blog allora è per forza mamma blogger. E fioccano i luoghi comuni.

Le mamme blogger sono tutte amiche

FALSO

Le mamme blogger scrivono per contrastare la solitudine

Minchia: quante volte mi sogno isole deserte!!!! Avercela un po’ di solitudine!

Le mamme blogger consigliano le altre mamme su come comportarsi con i bambini

Non so manco come comportarmi con la mia di figlia, figurarsi con quelli degli altri! Ecco, vi svelo un segreto: prima che nascesse la frollina, ai bambini ero COMPLETAMENTE disinteressata e se mi sedevano di fianco a una famiglia, durante una serata in pizzeria, tra tutti quegli urletti e saltini mi venivano su dei gran nervi. Ero il prototipo del vicino di tavolo odioso che non riesce proprio a sopportare la dolcezza dei bambini.

Il mio spettacolo racconta le avventure di una mamma post-moderna, ovvero io che sono io che oltre a metterci dentro svezzamento e lettini da campeggio ci sono anche pensieri e elucubrazioni su uomini trombabili e modi di far sentire in colpa (ferocemente) il proprio compagno.

Niente di politicamente corretto.

Le etichette mi hanno un po’ stufata, lo dico.  Donne pensanti  non è mommyblogging o mommylobbing e mi piacerebbe che prima di parlare, scrivere, riportare, queste persone che ci fanno su dei trattati, venissero ad ascoltare, leggere, riflettere.

La studentessa che mi intervisterà è stata carina: mi ha scritto che non sapeva bene se ero proprio una cyber femminista e che tra le sue domande ci sarà anche questa.

Mi documenterò così so cosa rispondere.

Spero solo di non scoprire di essere una cyberbulla, che se no, ecco, è la volta buona che sparisco 😉

Di libri e incontri lungo la statale 17

Io e Mammamsterdam poco prima che entrambe rischiassimo di romperci le ossa del collo causa seggiolina per artisti magrissimi e giovinastri (foto di Moglie da una vita)

Troppe cose sono successe in questo fine settimana che un post solo non può bastare.  Così comincio con uno dedicato al pomeriggio di sabato.

Sabato è arrivata quel vulcano di idee, parole e sentimenti che è Mammamsterdam che da tempo speravo di conoscere e verso cui nutro profondissima stima. Pioveva che diolamandava e ci siamo rintanate a casa mia, in attesa di andare alla presentazione del suo libro, organizzata dai miei amici di Senso Lato – Officina Letteraria.

Abbiamo chiacchierato fitto, fitto e ho sentito una grande affinità elettiva, non fosse altro che entrambe siamo ipercinetiche, un po’ logorroiche e molto noi stesse.

Barbara ha scritto un libro che ho amato molto: Statale 17 e che parla del suo Abruzzo prima e dopo il terremoto.

Io ho avuto l’onore di introdurla, nella presentazione della serata a Leggere Strutture. C’era anche un gruppo che suona musica popolare abruzzese e cena abruzzese, solo che poi, alle 21 io me ne sono dovuta andare all’evento delle donne tecnologiche e come una megafika sono salita sul taxi che le geek avevano mandato per me.

Comunque.

Barbara ha anche delle bellissime amiche blogger che ognuna c’ha dietro un mondo di cose e devo dire – mi sa che da oggi leggerò due blog in più: Moglie da una vita e Mamikazen.

Come al solito, risulta sempre un po’ straniante – fuori dalla rete – dirsi “Piacere, Panzallaria”, “Piacere Mamikazen”, “Piacere Moglie da una vita”, ma comincio a fare l’abitudine anche a questi giochi di eteronimi seri e faceti che compongono la mia vita e le mie scelte.

Mammamsterdam ha letto e abbiamo pure ballato e le parti di libro si mischiavano ai racconti, alle canzoni e al pubblico, dentro al quale c’erano molti abruzzesi bolognesi che negli occhi avevano la voglia di ricordare e pensare e onorare la loro terra che non è solo terremoto ma anche presentose, serenate alle spose, portici dell’Aquila e fontanelle, come narra bene Barbara in Statale 17 che è un libro da leggere.

Non solo per gli abruzzesi ma per tutti quelli che pensano che i ricordi delle generazioni passate siano anche il seme di quelle future.

(nota a margine: Mammamsterdam ha evitato incidente mortale a causa della seggiolina su cui vedete posati i nostri sederi per un soffio e la sottoscritta – ballando abruzzese – si è quasi slogata un piede tanto che ieri ho zoppicato tutto il giorno. )

Di marketing, mamme blogger e carne da macello

Non sono mai stata contro il marketing.

Ho letto con attenzione il Cluetrain Manifesto e mi ha ispirata molto nella gestione delle mie attività e progetti digitali. Gianluca Diegoli lo considero un guru e ogni volta che posso, tento di fare autoformazione sull’evoluzione della comunicazione virata al marketing di se stessi su Internet.

Trovo che ci siano persone e società che si occupano di marketing in maniera chiara, pulita e corretta: pane al pane e vino al vino e che nel farlo sanno spiegare ai propri interlocutori le finalità e gli obiettivi di certe operazioni.

Però quello che sta capitando nel settore Mommyblogging (settore in cui sono stata inserita) non sempre mi piace. Credo che ultimamente si sia creata una situazione surreale e stressante per chi, come la sottoscritta, ha fatto nascere un blog 5 anni fa per divertimento e per vedere dove l’avrebbe portata la vita. Continua a leggere

L’uomo da rottamare, l’epidurale gratuita e l’aggregatore di mamme

Tino è messo peggio di quel che abbiamo previsto sul momento.

Dovete sapere che la mattina del 29 ottobre, mentre se ne stava andando al lavoro, in rotonda è stato travolto – lui era in motorino – da un automobilista impaziente (se così vogliamo ecologicamente chiamarlo) che stava facendo retromarcia in suddetta rotonda, incurante dei clacson dardeggianti rivolti alla di lui persona, delle madonne e saracche varie e della scia di auto che tentava di evitarlo. Tino si è trovato – tipo Sandwich – in mezzo al vortice di auto in fuga ed è caduto dallo scooter, finendo per terra ed evitando per un pelo di lasciare il suo testone sotto ad un Suv. Continua a leggere

Panz al Mam

Di fretta scrivo perché di fretta vado. Che qua, questa scarlattina rende più vispi di un tiro di coca. Diciamolo: gran bazza l’esantema. A parte la prigionia forzata e l’overdose di antibiotici, la frollina sembra più in forma di un grillo!

Ieri sono stata al Mam

Soccia.

Mi sono divertita.

E’ venuta a prendermi in stazione Extramamma con la sua mini rossa. Abbiamo parlato di tantissime cose mentre tentavamo di raggiungere la meta  e sommando i due sensi dell’orientamento ci perdevamo ad ogni incrocio.

E’ proprio come me la sentivo nelle mail e sul suo blog: fantastica. Materna. Intelligente.

Al Mam ho conosciuto e rivisto molte mamme che seguivo solo sui loro blog o che erano passate di qui:  Smile1510, Orma, Smamma e molte altre (non ce la faccio a inserire i link di tutte, scusatemi!). Continua a leggere