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Un romanzo in cerca di editore

Come dicevo ieri sera, io sto scrivendo un romanzo in cerca di editore e stiamo preparando uno spettacolo in cerca di teatro. Per ciò chi ha un teatro o una casa editrice (e lo so che pullulano entrambe le cose, in Italia) si faccia avanti. Per stimolare un po’ entrambe le categorie, pubblico un altro pezzetto del mio romanzo. L’editore che è in voi venga fuori!

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Incipit

Questo è l’incipit del romanzo che sto scrivendo:

Oggi

L’Assessore sorseggia educatamente un cappuccino mentre io bevo una cedrata Tassoni dissimulando l’intima e proletaria soddisfazione che provo a sentire le bollicine che mi massaggiano il gargarozzo in questa afosa giornata di maggio.

Siamo seduti al Caffè Caruso e lui parla da mezz’ora. Dopo avermi incensata di complimenti circa la mia professionalità e dopo aver sottolineato l’importanza che ricopro come sua assistente e addetta stampa, siamo già passati a parlare della sua casa al mare e dei necessari lavori di ristrutturazione alla stessa.

Io faccio finta di ascoltarlo ma in realtà penso a quanto è ruffiano: in 7 mesi di collaborazione non mi aveva mai invitata al bar e tanto meno mi aveva mai fatto tanti complimenti; entrambi sappiamo il perché di tutta questa premura anche se nessuno dei due è in grado di affrontare l’argomento a viso scoperto.

A me della sua casa di vacanza a Viareggio non me ne frega niente: è stata una giornata lunghissima in cui ho dovuto sbrogliare un discreto numero di problemi causati dalla sua logorrea inarrestabile che lo porta a rendersi disponibile – ma solo a parole – con tutti per poi sparire come Houdini, lasciando alla sottoscritta il privilegio di tessere storie verosimili. Ora ho solo bisogno di tornarmene a casa, togliermi questi pantaloni che si sono incollati alle chiappe come una seconda pelle e farmi una copiosa e soddisfacente doccia.

Ho bisogno di rimettermi a pensare alla mia vita che da una settimana è cambiata in maniera radicale.

Ma lui non molla la preda, consapevole che deve trovare una valida giustificazione a quello che è successo, a quello che la sottoscritta ha visto e a quello che può avere pensato.

Non sa il mio Assessore che attualmente ho il cervello in lavatrice e che i pochi neuroni connessi rischiano di annegare nella cedrata.

Lui è un uomo piacente, alto e con una folta chioma sale e pepe. Il suo corpo, malgrado vada verso i 60 anni, non è affatto imbolsito. Miete un discreto numero di conquiste, adora fare il piacione e ha in serbo un sorriso calibrato per ogni circostanza. Io ho 34 anni, mi chiamo Agnese, sono sovrappeso  ma carina, scrivo per professione – quando riesco a intascare un contratto a tempo che duri più di una settimana – ho un sorriso largo come i miei fianchi e raramente riesco a tenere a bada il mio corpo che si ficca sempre in qualche guaio.

Come ieri.

Lo pubblico per sapere cosa ne pensate e perché se sta qui mi pungula un po’ a finire questo progetto. Che uno degli obiettivi di questo autunno è finire e trovare qualcuno che lo pubblichi. Fosse anche solo la copisteria sotto casa.

Perché si vive una volta sola e io ho fatto un fioretto qualche mese fa: entro i 40 anni o riesco a finire il mio libro e a pubblicarlo, oppure dimagrisco.

E dato che mi piace troppo mangiare.

Gli amici del bar Margherita

Ieri sera ce ne siamo andati al cinema. Attività che si trova in cima alla lista (pubblica ;-)) delle cose che vogliamo fare questa settimana.

Al cinema all’aperto davano “Gli amici del bar Margherita” di Pupi Avati ed era un pezzo che ero curiosa di vederlo. Per tanti motivi, primo fra tutti perché parla del mio quartiere, dei luoghi dove vivo e narra le storie di quelli che erano giovani insieme al padre di Tino che viveva qui. Continua a leggere

Diario da un futuro imminente

Cerco di sedermi. Sono stanca. Ho viaggiato parecchio e mi fanno male le gambe. Non ho più l’età. Me lo dice sempre mia figlia quando mi telefona. Lei studia fuori. Appena possibile l’abbiamo iscritta lontano. Ogni mese appaltiamo un mezzo rene per pagare la retta della sua Università ma lo facciamo volentieri, perché speriamo possa avere un futuro diverso, in un posto diverso. Quando avevamo trent’anni pensavamo che avremmo avuto tempo. Tempo per lottare. Tempo per cambiare le cose. Ora che ne abbiamo cinquanta, ci rendiamo conto che il tempo è passato e le cose, quelle che forse in quegli anni avremmo potuto contrastare, non si possono più fermare. 

Che stupida che sono stata, che siamo stati. Nessuno ci aveva abituato a fare gruppo. Siamo nati negli anni settanta, cresciuti nei vuoti ottanta e laureati sulla fine del secolo. Abbiamo visto finire il vecchio mondo e iniziarne uno nuovo, dove la parola sindacato riguardava solo i nostri nonni e la politica si faceva nell’alcova e non in parlamento. Rimbambiti dai pompini di Clinton e dalle “galanterie” del nostro Imperatore ci siamo persi per strada molte cose, prima di tutto la coesione. Ci chiamavano precari e all’inizio se ne parlava. Almeno. Solo che noi zitti. Sempre zitti. Tanto – male che andava al call center – potevamo sempre sperare in un posticino a Cinecittà, nella casa del G. F. Continua a leggere

L’avvertimento

Dato che ho il cervello spappolato dai bacilli e una scarsissima voglia di applicarmi alla qualunque ma voglio lo stesso farvi gli auguri per il prossimo anno (personalmente sono estremamente felice di dire ciao  a un faticosissimo 2008!) vi lascio con un racconto che ho scritto quest’anno e che giace da troppo tempo in una cartella del mio computer.

A prestissimo

L’AVVERTIMENTO

Francesca Sanzo

“Signora Martinelli? Sta bene? E la bimba? L’ho vista anche ieri dalla finestra, come è cresciuta la sua bimba, glielo avevo detto io che era una femmina, tutti le dicevano – maschio, maschio – io invece ce lo dicevo che era femmina!” “buongiorno, signorina Pollastri”.  “Le posso offrire un caffè signora Martinelli che ci devo parlare?” ” va bene, ma è successo qualcosa?”.

La signora Martinelli ha appena portato la piccola Agnese dai nonni, per andare a lavorare. E dato che lei fa parte della schiera dei precariLiberoprofessionistiLavoratoriautonomi, lavora in casa. Abita all’ultimo piano di una palazzina di edilizia popolare, dove convivono proprietari che a suo tempo riscattarono la casa e inquilini dell’Ente. La signora Martinelli è proprietaria. La signorina Pollastri di nome fa Moira come la Orfei, ha più di 70 anni, il volto tondo e la pettinatura spumosa, in vero stile emiliano. Nel suo modesto appartamento con stufa a gas ci vive dal 1950 che era ancora una ragazzina e paga un canone mensile all’Ente ereditato dalla sua povera e scomparsa mamma. Si incontrano in una mattina che il cielo è grigio come il cemento armato la signora Martinelli e la signorina Pollastri. Sono sotto al voltone del Meloncello, al crocevia tra il portico dello Stadio e quello di San Luca e si stanno entrambe dirigendo verso il Bar Billi.  Non fanno caso alle suorine che – in fila ordinata – cominciano a salire di gran lena sotto il portico, verso il colle della Guardia; non fanno caso al loro Rosario, snocciolato come brustolini ad ogni stazione della Via Crucis. Non fanno nemmeno caso allo studente assonnato che si appresta a partire con poca voglia e molto coraggio, perché ha fatto un voto alla Madonna, le ha promesso che sarebbe andato a piedi se lei gli faceva passare Diritto civile. Che per votarsi alla Madonna di San Luca non serve mica essere cattolici eh? non serve mica andare in chiesa alla domenica, che la nostra Madonnina a noi ci protegge tutti, non sta a guardare le sottigliezze lei, vuole solo che se dici che cammini, poi cammini davvero, ti fai la salita, i gradini e alla fine entri anche in chiesa, così, tanto per farti vedere. Non fanno caso a niente la signorina Pollastri e la Martinelli. Vogliono solo entrare da Billi per la dose mattutina di caffè. Per riscaldarsi con il rumore delle tazzine e i discorsi FilosoficoCalcistici degli avventori. Perché al bar Billi fanno un caffè buonissimo e ti danno il bicchierino d’acqua per prepararti la bocca. Tu ci entri e ci credi ancora che Bologna è come la raccontano nelle antologie, che c’è ancora del buono e del bello e del verace nella nostra gente e in questa terra emiliana. Sono gli arredi, ma non solo. Sono le enormi sale, ma non solo. È il biliardo con le boccette sopra, ma non solo. Sono anche gli omarelli che si riuniscono qui per arringare sul Calcio, per discutere e per studiare le strategie future del Bologna. Tra una sigaretta, un bicchiere di vinoDiquelloBuono e un pacato tafferuglio nostrano. Che quando si mettono a litigare c’è come una calamita che li attrae fuori dal bar, fino in mezzo alla strada, in mezzo al traffico: una forza oscura che li divide in due falangi armate, pronte a combattere a suon di scatarroni e bestemmie. Entra al bar la Signora Martinelli, per tutti Giò.  Entra al bar la Moira, per tutti Signorina Pollastri del quarto piano, in compagnia della Vanda, barboncino bianco di anni 10 e molti guai. “Stavo giusto per ordinare un caffè” dice arresa all’evidenza della compagnia la signora Martinelli, “lei cosa prende?”  “un caffè, un caffè lungo anche per me!” risponde la Moira Pollastri, mentre Vanda tira in direzione di uno schnauzer che transita fuori dalla vetrina. “Mi dica” fa la giovane. “Allora, Signora Martinelli, mi scusi se le rubo tempo prezioso, ma ho bisogno di farle una confidenza; c’ha presente quei rumori? quei rumori che si sentono nel cuore della notte, quando i cristiani dormono che la mia povera Vanda si sveglia di soprassalto e comincia ad abbaiare come una matta?”

“si, più o meno ho presente” risponde Giò “e già, voi state all’ultimo piano, signora Martinelli, quindi non li sentite bene come noi altri dei piani sotto, ma le assicuro che sono roba da svegliare i morti della Certosa!” rincara la Moira, mentre a piccoli sorsi prende il suo caffè. “Ecco, io sto dando di matto!” continua, passandosi una mano sul rossetto che per via delle labbra secche dà alla Pollastri una sensazione come di vernice rappresa, “io sto dando di matto, perché noi siamo brava gente, io vivo nel palazzo da 60 anni e non sono mai capitate delle robe così. Adesso è sempre confusione, c’è sempre qualcosa di sporco e di rotto e in cortile fanno un casino, anche nel pomeriggio quando tutti dormono”. “Scusi, ma a cosa si riferisce?” chiede Giò, vuotando la bustina di zucchero nel caffè. “Lei sa che io faccio volontariato al centro anziani vero? Alla domenica e a volte anche al sabato vado a fare le crescentine al centro anziani io e quando c’è la festa dell’Unità, a settembre, vado sempre a dare una mano al Partito, a cucinare con le mie amiche del quartiere. Senza mai chiedere niente in cambio!” “Sì, signorina Pollastri, lo so, me lo ha raccontato. Ma cosa c’entra questo con il rumore?”
“No, è per dire che io sono una persona che si occupa degli altri, che ha un amore, un amore che non ci si crede per gli animali. Una persona che una volta un Primario del Sant’Orsola mi ha detto che potevo diventar mamma, io. Che a far la madre sono capaci tutte, ma di mamme, di quelle ce ne sono poche nel mondo e che io, ecco, io sarei potuta essere una mamma, se solo avessi voluto. Vede come sono con la Vanda? Mi basta un niente, un raffreddorino, una cosina da poco e io mi preoccupo. Mi viene un’angustia che solo alle persone buone gli viene un’angustia così!”  Il caffè è finito, Giò sa che dovrebbe essere al lavoro da un pezzo, ma la signorina Pollastri è una permalosa e allora, per consentire a sé e alla propria famiglia il mantenimento di una discreta pace condominiale, rimane in attesa della fine di questa storia e delle variazioni di un racconto che ha già sentito mille volte. “Un tempo a Bologna si stava bene, adesso non è mica più così. Adesso si ha paura anche ad andare in centro. Ci sono genti di tutte le razze e di tutti i colori che non sai neanche cosa dicono mentre tu passi! E non è mica per altro, solo che sta gente sono in troppi, vengono qua e ci vogliono prendere il lavoro e il lavoro non c’è e allora si mettono a rubare e c’è davvero da avere paura…”.  “Insomma, per tornare al rumore, io penso che siano quelli là, i russi che abitano di fianco a lei. Loro si svegliano sempre alle 5 e il rumore inizia proprio a quell’ora. Un tonfo che sembra debba svegliare tutti i santi del paradiso! E poi quei due figli che hanno… Li lasciano stare in cortile dalle 2 alle 4, quando la gente dorme. Ai miei tempi, non potevamo mica stare in cortile durante l’ora del silenzio eh? giù scapaccioni dalla mia povera mamma, se disturbavo durante quelle ore lì. E invece loro se ne fregano, li lasciano lì, con le loro biciclette che secondo me rigano anche le macchine parcheggiate, le NOSTRE macchine parcheggiate! Sono proprio dei maleducati quei russi lì, non lo faranno apposta, ma è un fatto: da quando sono arrivati loro è tutto più sporco, ci trovi le cartacce per le scale e urla a tutte le ore. È un fatto!” “Ma veramente a me non pare che siano più sporche le scale e francamente le trovo pure delle persone educate i nostri vicini ucraini, signorina”.”Suvvia Signora Martinelli, ora lei vuol essere gentile, ma con me mica deve far finta eh? e poi mica stiamo dicendo niente di male. Si fa per parlare, noi non siamo razzisti, i razzisti sono ben altri. Ce l’ho già detto che io faccio volontariato tutte le domeniche? No, perché adesso che non si pensi che io sono cattiva, ma non la vede come la tratto bene la mia povera Vanda, sempre pulita e profumata?”  “mi scusi signorina Pollastri, avrei un po’ fretta. Può arrivare al punto?”  “il punto è che la devono piantare questi qui di fare come se fossero a casa loro, che noi siamo poveri cristiani, brava gente che lavora e si sveglia presto anche noi! il punto è che mi sono stufata!” ” e allora?”  “e allora, cara Martinelli, io che sono una brava persona che almeno faccio qualcosa per il palazzo, come faceva la mia PoveraMammaPaceall’AnimaSua, ho preso dei provvedimenti. Ho telefonato all’Ente, tanto per incominciare. Per avvisarli che fan tutto questo sporco nel palazzo! e poi, ecco, ho anche – diciamo – dato un avvertimento. Che così capiscan che non si va in bicicletta nel cortile e che non si urla sguaiatamente e poi io non capisco nemmeno cosa dicono questi qui! metti caso che voglion far danno al palazzo, non si capisce neanche quello che dicono! E allora io, ecco…”  “Lei?”  La signora Martinelli ha appena pagato per tutte e due e si sta avviando all’uscita. Non ne può più, ma è anche preoccupata per il finale di questa storia, che puzza un bel po’ di tutte quelle cose che le danno la nausea, che le fanno rimpiangere gli anni a Londra, anche se poi – forse – non era tanto diverso. Che puzza di una Bologna nuova che affonda le radici nel vecchio, nel provinciale. Una Bologna che non ha imparato nulla. “Allora ci ho bucato le ruote della bici. Così, come avvertimento…”

Scommesse

Avevano scommesso. Una giornata calda d’inferno e nessuno in giro: luglio 1963. Tutto il mondo boia stava al mare, mogli al mare, figli piccoli al mare.

Loro quattro erano rimasti a Bologna che la scuola era finita e iniziava il tempo del lavoro. Enzo lavorava in una pompa di benzina sulla via Emilia e quando alla sera tornava a casa sua mamma gli diceva che sembrava un barile di nafta ed era meglio si mettesse in balcone qualche ora che la casa era pulita e non voleva che i vicini pensassero che cucinava delle robe strane, con tutto quell’odore di benzina e sudore.

Beppe detto il lungo (e pare non per la sua modesta altezza di un metro e 68) faceva l’aiutante dal macellaio, il Conca lavorava dal meccanico e Ianes stava nel bar del babbo a fare caffè e a intrattenere gli amici raccontando della Gina, quella porcona della sua vicina di casa che d’estate girava in mutande e reggiseno e la dava via a tutto il quartiere.

Il bar San Petronio, che era poi tutto quello che avrebbe lasciato il padre allo Ianes era il ritrovo abituale dei quattro amici in quella estate afosa. Si stava lì fumando come matti, parlando della Gina e del mondoboia che era al mare e intrattenendosi come si poteva.

A far scorrere un po’ di adrenalina erano sempre le scommesse sulle carte o sul biliardo e la posta ogni giorno si faceva più alta. Continua a leggere

La Magda e i gatti – V puntata

Panzallaria è tornata dalle vacanze. In sua assenza l’amica Bì ha presidiato il Condominio. Nulla da segnalare.

Tranne l’ennesimo attacco di razzismo di Magda: la vecchia vicina ubriacona e amante degli animali.

I bimbi dei vicini hanno portato i gatti in cortile. Sono bambini biondi, con gli occhi azzurri e l’accento slavo – che non sono mica italiani.

Hanno due gattini bellissimi. Loro sono allegri, simpatici e per nulla maleducati.
Anche Panzallaria, ogni tanto, porta i suoi gatti a scorazzare in cortile. In quella occasione la Magda si affaccia alla finestra – con finta noncuranza – e attacca bottoni incredibili a Panzallaria.

Loda i suoi gatti, racconta di quando il medico le disse che “tutte le donne nascono madri ma poche sono mamme e lei – signora Magda – è proprio un peccato non abbia fatto figli!” e autoincensa il suo amore per gli animali che la paragona a una novella San Francesco.

Nel discorso non evita di infilarci dentro qualche pettegolezzo sul condominio, mal celato da futile considerazione senza fini malvagi.

Ma quando escono i bimbi esotici è tutta un’altra storia.
Lei si affaccia al terrazzino con i suoi bigodini e la vestaglia rosa e comincia una sommessa litania che ha qualcosa di rabbiosamente orrendo.

“Guarda qui come rovinano le piante questi gatti. E voi, piccoli maleducati perché non ve ne tornate nel vostro paese invece di venire in Italia a rubarci il lavoro?”
“Io chiamo l’amministratore che non è possibile che quegli animalacci si facciano le unghie sui nostri alberi; io abito qui da 6o anni (in effetti la Magda sta nel condominio da quando era bambina) e non ho mai visto cose del genere!”

Tutta questa eruzione di cattiveria nei confronti di tre creature di 12 e 13 anni.
Purtroppo non ho sentito questi simpatici commenti se no sarei intervenuta. Me li ha raccontati Mamma Esotica.

La prossima volta scenderò con i miei gatti insieme ai vicini. Vediamo se Magda si sente più San Francesco, mamma o ignorantona razzista…

Per la cronaca: si narra che Magda – da giovane – facesse la vita. A 16 anni si nascondeva nelle cantine con tutti i giovani virgulti del palazzo. Si sa, c’era la fame e ognuno si arrangiava come poteva, ma pare che le famose prestazioni della bionda avessero non solo un listino prezzi ma che i pagamenti fossero vigilati dalla prestanza fisica del Gelataiomatto che si prendeva la percentuale…

Insomma: di certo non erano maleducati come i bimbi esotici però….

Dalle cronache di Cialtronate: la sig.ra Tina Phè


Con piacere copio l’editoriale delle “Cronache di Cialtronate”, il mio settimanale preferito, che si può acquistare solo nelle edicole di suddetto ameno paesello, sito nelle campagne tra Gallarate e Bronzolo.

“Oggi – per la nostra indagine attorno ai mali delle società moderne – vogliamo raccontarvi della Sig.ra Phè Tina, nostra illustre concittadina alla quale è toccata una sorte infelice, segnata fin dalla materna gestazione dal pittoresco nome inflittole, per volontà genitoriale.

Come nelle migliori famiglie di Cialtronate, per tradizione ormai secolare, la bambina prese nome dalla nonna Tina, senza che gli amati genitori si accorgessero o volessero dar peso al fatto che il connubio con il patronimico rappresentasse di per se’ una burla demoniaca.

Phè Tina si trovò fin dall’adolescenza a dover fare i conti con il pesante fardello.

Non particolarmente dotata di beltà femminea, nana di statura e incline al grasso sebaceo (che nemmeno prodotti specifici e l’intervento del dermatologo riuscirono a tener sotto controllo), la fanciulla si ritrovò a subir ben presto la cattiveria – tipica dei giovani.

“Scoreggina” “Peto esotico” (per l’acca all’interno del cognome) e per i più triviali “Petazza schifosa” sono i soprannomi che furono più spesso rivolti alla bambina.

Crebbe la ragazza senza che la parola riuscisse più a uscire in maniera chiara e fluente e oltre al sebo, gli occhiali dalla montatura pesante e il nanismo di cui era affetta, venne colpita anche da demenziale balbuzie, trasformandosi in ciò che il nome le aveva in qualche modo predetto.

Phè Tina si ritrovò sola in un paesello – come tutti voi ben sapete – di poche anime e molta fantasia; gli uomini non la guardavano e le donne toccavano gli attributi dei propri amati – in via scaramantica e preventiva – ad ogni suo passaggio per la pubblica piazza.

Gli amati genitori non si capacitavano di cotanta crudeltà ma nemmeno accettavano le immature e pietose richieste della ragazza affinché provvedessero, tramite gli organi costituiti e preposti, a mutar almeno una consonante del suo breve e incisivo nome.

Tina dovette, giunta in età da marito, far i conti con la depressione – piaga dell’occidente e fardello dei paesi industrializzati.

Un testimone oculare, che desidera restare anonimo, ma molto vicino alla ragazza, narra che Phè Tina un giorno tentò persino di togliersi la vita infilando la testa nel WC per annegare il proprio dolore.
Quando il Nostro Anonimo eroe salvatore riuscì a strapparla da morte certa – non senza fatica, poiché l’infelice testa si era incastrata nella tazza – ella cominciò a lamentarsi della vita con urla belluine e proferì tali pesanti e inequivocabili parole: “Lasciamelo fare ti prego, lasciami ricongiungere ai miei simili!”.

Insomma, una vita segnata dalla tragedia e dalla sofferenza quella di Tina che attualmente vive in un centro di recupero e ha finalmente trovato se stessa scrivendo poesie e facendo composizioni floreali che trasforma in eleganti cappelli per le signore bene della città.

Dite voi, cari e affezionati lettori, che peso possano avere su anime tanto fragili certe infelici trovate materne e paterne: un eccesso di amore per la famiglia e le tradizioni che spesso si tramuta in un fardello non comprensibile ai più!!!.

Quanta cattiveria celata da burla, quanta indifferenza coperta di amore possono, talvolta, guidare i gesti di chi ci mette al mondo!!!. Come è difficile trovare una propria strada se non sorretti dalla mano generosa del destino!!!

La Sig.ra Phè Tina e la sua storia hanno insegnato molto a noi che scriviamo e hanno dato una grande lezione alla nostra religiossissima e piccola comunità: anche dietro una flatulenta ma insulsa scoreggia, si può celare qualcosa di molto, molto profondo che urla per uscire e farsi sentire!!!”

firmato Luigino Pompino
pubblicato il 13 gennaio 2006 su “Cronache di Cialtronate” pg 69

Dalle memorie della Pompineuse: il rappresentante di spazzoloni

Mary Poppins
Copio volentieri una paginetta tratta dal diario della mia amica Pompinouse che ha deciso di divulgare le sue gesta a memoria dei posteri

Sabato 13 ottobre 2106

Caro Diario,
mi sono appena trasferita a Poggio Fusco da Inculoailupi dove vivevo con la mia amata mamma e la nonna Gigietta. Ahhh quante cose sono cambiate da allora; chi l’avrebbe mai detto che la tenera e formosa giovine di campagna avrebbe fatto tanta strada da quando – nelle fredde mattine di inverno – le si irrigidivano i capezzoli per il freddo e l’umidità della stalla, mentre assolveva al suo compito quotidiano di mungere le vacche.

Nonna Gigietta me lo diceva sempre che, se volevo una carriera ed essere ricordata per qualcosa, dovevo fuggire da Inculoailupi.

E’ stato grazie ai suoi insegnamenti che ho capito quale fosse la mia vera vocazione ( mi portava sempre con lei quando andava a giocare a Streap poker con gli amici e barava per perdere e poter esibirsi sul tavolone dell’osteria di Fernando nella danza della ventrazza). Sempre lei ha insistito tanto e ha scucito i soldi da sotto il suo materasso per la retta – in realtà sospetto che quei soldi arrivassero non solo grazie al suo di materasso! – perché partissi per il Master in Zoccologia applicata e arte del Pom-pin che si teneva alla Regia Università delle gescie giapponesi.

Ahhh quante cose ho imparato, quanto mi è stato utile acquisire una disciplina che mi mancava. Inoltre, a pregio di suddetto master, bisogna dire che – contrariamente a quanto succede di solito nelle Università italiane – alla teoria è stata affiancata tanta buona pratica che mi ha consentito di capire in fondo, molto in fondo, come poter dare il meglio sul lavoro.
Ricordo ancora i seminari di Mery Pompins, vera maestra nel suo campo e la recita-reality di fine anno (abbiamo re-interpretato il Tettanic con il famoso Leonardo di Pecora).

E poi il grande salto per la mia carriera: la decisione di trasferirmi in una capitale della perdizione com’è Poggio Fusco, la decisione di investire i miei pochi risparmi nell’affitto di una casetta e nell’acquisto di una targa da affiggere sulla porta, con su scritto

Madame Escort Pompineuse: specialista in miracoli.

E poi, grazie a qualche amico, l’investimento sulla mia immagine per conquistare un target acquistando domini, siti e telefoniste dedicate.

E ora eccomi qua, con un radioso futuro davanti a me e con tanti bei ricordi alle spalle.
Certo per arrivare alle gang bang ho dovuto fare molta gavetta ma ne è valso il pene (ehmmm volevo dire la pena).
Ricordo il mio primo cliente, da poco arrivata a Poggio Fusco: tramite la concessionaria Ford (4 piani sotto il mio appartamento) il mio numero di telefono era arrivato nelle mani di un simpatico signore proveniente da una grande città (Ferrara), a Poggio Fusco per affari.

Questo simpatico signore aveva voglia di passare una serata in allegra compagnia, per parlar e fare cose belle, tra un cliente e l’altro.
Ci incontrammo alla “Fogna”, un localino alla moda e romantico, lungo il fiume. Lì servono il piatto tipico di Poggio Fusco, ovvero la pantegana in salmì.

Un uomo distinto, non c’è che dire, colui che (capirete più avanti perché) chiamerò Mister Uoter.
Capii subito che c’era bisogno di un miracolo per Mister Uoter, perché era tanto grasso da non riuscire a vedersi la punta delle scarpe stando in piedi – figuriamoci qualcos’altro!.

Un uomo dalla conversazione nobile e profonda: mi raccontò di quando aveva conosciuto Floriana del Grande Fratello 18 e di come – grazie a lei – si fosse fatto una cultura in fatto di advertisement e di gabole televisive per riuscire a fare qualche comparsata al Demenzio Fattanzo Sciò.

E in effetti, Mister Uoter era anche un vip e una stella televisiva perché nel 2099 era riuscito a comparire al Fattanzo Sciò grazie alla potenza delle sue scoregge e al fatto che riusciva a intonare la sigla del telegiornale con il suo ano fischierino.

Insomma, potete capire l’emozione: come primo cliente un vip vero e proprio!!!

Quando salimmo in camera capii che c’era da mettere in pratica tutte le mie arti e gli insegnamenti del Master e che se non ce l’avessi fatta, avrei dovuto usare la carrucola ereditata dalla nonna Gigietta.
Mister Water (volevo dire Uoter) aveva anche preso una sbornia trista e non faceva che piagnucolare.
Era già partito con le confidenze e sapevo che avrei dovuto farmi sotto subito, per evitare che si addormentasse.

Mi raccontò che faceva il rappresentante di spazzoloni per il cesso (da cui Mister Water che si legge Uoter) e che per lo stress che gli procurava il lavoro era diventato così stitico che l’ano non gli fischiava nemmeno più. (E’ proprio vero che l’idraulico c’ha i tubi rotti a casa sua!).

Fu dopo una confessione di tale portata che decisi di prendere la situazione in mano e altrove:
misi in atto la lezione di pagina 69 del libro di “Zoccologia applicata ai ciccioni” e tirai fuori la crema di lamponi e anguilla che tenevo serbata nel mio frigo.

Mi spogliai tenendo addosso solo il negligè e mi spalmai il magico e goloso unguento addosso, mentre Mister Uoter piangeva sul divano, tentando di rimettere in moto il suo strumento fischierino e urlando contro Dio che gli faceva venire le emorroidi!.

Dovete sapere che la crema di lamponi e anguille unisce qualità precipue di ciascun ingrediente, esaltando i sapori della pelle, soprattutto se non ben lavata.
Ero dunque un bigiù da far invidia a tutte le donnaccie metropolitane.

Distesa sul letto, costrinsi Mister Uoter a leccare copiosamente tutto l’unguento, prima di produrmi nella famosa danza della ventrazza imparata da mia nonna.
Mentre lui leccava le mie ascelle al sapor di anguilla e deodorante al talco, si produsse il miracolo e sotto le sue maniglie dell’amore (lui amava dire che non di pancia si trattava ma di “minchia arrotolata”) sentii qualcosa di duro farsi strada e cercare disperatamente un modo per uscire allo scoperto e entrare nella mia tana.

Fu una notte all’insegna del piacere per Mister Uoter, il quale, nel momento culminante dell’amore mi suonò con l’ano fischierino la cavalcata delle Valchirie e cominciò a mugulare chiamandomi “la sua pompimousse”…

La mattina mister Uoter stava davvero meglio (dimostrazione ne fu che rimase chiuso in bagno 2 ore e io tuttora non posso più chiudere le finestre perché l’aria è rimasta stagnante), mi pagò lautamente per i miei servigi e promise di farmi una gran pubblicità.

Così si compì l’inizio di una brillante carriera.

Chi telefona a nome di Mister Uoter riceverà uno sconto del 30% se singolo o il 3 per 2 se in compagnia….

Le avventure della Pompineuse namber uan

Miss Pompinouse è una gentile e bellissima Escort di Poggio Rusco; lei abita vicino alla Concessionaria Ford in un monolocale magnificamente arredato, dove incontra clienti distinti e che hanno voglia di rilassarsi dallo stress della vita quotidiana.

La Pompinouse (così la chiameremo visto il rapporto di amicizia che ci lega a lei) ha un sacco di doti spiccate e malgrado il suo essere un po’ sboccata, conosce gli argomenti giusti per convincere gli uomini a fare quello che lei dice, almeno a letto e quando inforcano il portafogli prima di uscire.

La Pompineuse ama pratiche esotiche come il pissing e ha fatto suo il concetto filosoficopolitico di stampo comunitario: è la reginetta delle gang bang locali.

A Poggio Rusco, dove notoriamente il sabato sera c’è poco altro da fare che inseguire folene nella nebbia o pescare anguille in Po, la Pompinouse (non so se avete notato, ma ogni volta le cambio il dittongo e non è un problema perché ha registrato tutti i domini disponibili ;-)), da un pò di anni organizza festini a cui si può accedere solo se debitamente registrati attraverso un complesso sistema di abilitazioni e una password che cambia di settimana in settimana e che arriva ad un indirizzo mail criptato.
A questi festini, di solito la Pompinos è la reginetta incontrastata della serata. Lei dispensa sorrisi e ammicca a orde di uomini che accorrono da ogni dove, da tutte le piane e dalle saline circostanti.

Ammicca e accarrezza, con lo sguardo e con le sue sapienti dita affusulate, prima di prodursi in pratiche collettive dal sapore esotico, imparate durante un Master in Giappone e per le quali ha ricevuto targhe da tutti i sindaci del circondario.

La Pompinouse soddisfa tutti quelli che han bisogno di attenzioni particolari e -narrano – abbia una pelle che assomiglia più alla famosa pesca noce di Cesenatico, che alle bucce d’arancia che trovi in giro e con cui di solito metti su famiglia.

Basta uno sguardo della Pompinouse a concupire uomini di ogni età e di ogni situazione sociale, attuando l’utipistica parità di condizione, almeno nel suo letto a baldacchino, al quarto piano del palazzo della concessionaria Ford.

La Pompinus conosce trucchetti da far venire la pelle d’oca o l’oca alla pelle che dir si voglia e si potrebbe continuare per ore con sto giochino di parole.
Le sue labbra sono morbide come i piumini che ti regala la eminflex a corredo del materasso, sono rosse come ciliege mature dopo essere state dopate per il supermercato a dicembre, sono grosse come gommoni al largo del Golfo Persico e sono calde, calde come il termosifone quando non c’era la crisi del gas metano.

La Pompinus cammina tra le nebbie di Poggio Rusco e la vedi, come una fatina azzurrina di Pinocchio, stagliarsi tra le folene e le anguille con una classe e una leggerezza da far invidia alla Marini. La vedi che arrivano prima i suoi puntuti capezzoli su quelle tettone sode, come fari nella notte del piacere.

La Pompinos chiede solo attenzione e 3ooo euro a notte, nulla di più per trasformare la tua vita in una piacevole esperienza che dopo potrai solo sperare di trovar casa a Poggio Rusco…

La Pompinous mi ha regalato il suo diario e da oggi Panzallaria, se ne avrete piacere, racconterà qualcuna delle sue avventure.