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In viaggio con le amiche ma non solo

Un libro interessante, ricco di spunti divertenti e utili quello che ha scritto Isa Grassano e il cui titolo, In viaggio con le amiche,  parla già da solo.

Ho conosciuto Isa un paio di anni fa perché mi ha intervistata e ci siamo subito state simpatiche, tanto che poi abbiamo continuato a seguirci a vicenda. Lei è al suo secondo “manuale” (il primo dedicato alle cose che si possono fare gratis in Italia) e questa volta ha addirittura deciso di coinvolgermi nella presentazione di In viaggio con le amiche che si è tenuta un paio di settimane fa a Bologna, in libreria.

Mi è piaciuto talmente intervistarla che le ho chiesto di rifarlo per questo blog.

Perché la vita – specialmente in periodi come questo – va presa anche con un po’ di leggerezza e con la voglia di FARE cose che non siano necessariamente doveri e questo libro sposa proprio questa tendenza.

E poi qualche lettrice forse ha in programma di partire con le amiche a Natale o qualcuno (di ambo i sessi) vuole avere qualche spunto per una gita gratis a spasso per l’Italia: non si sa mai che possa trovare, grazie a Isa, qualche spunto utile!

Ecco la nostra chiacchierata digitale per chi volesse saperne di più sul libro, in vendita in libreria.

In viaggio con le amiche: com’è nata l’idea di scriverlo?

 Riflettendo su alcuni dati statistici. Sei donne su dieci aspirano a regalarsi un week end, una vacanza, o anche solo un giorno con la propria amica del cuore, o più di una, per staccare dal quotidiano, lasciare a casa marito, fidanzato, figli e problemi e ritrovare se stesse, complicità e unione nello shopping, risate, in modo tale da tornare ricaricate…

Non è femminismo né discriminazione. Semplicemente ci sono momenti in cui noi donne (e sfido chiunque a dimostrare il contrario) abbiamo voglia di stare in compagnia di noi stesse. Abbiamo voglia di ritrovarci con i nostri

pensieri che si amplificano al di fuori delle mura domestiche. Abbiamo voglia di condivisione, nelle risate, nello shopping e nello scambio dei vestiti, nelle chiacchiere e nelle confessioni più intime, nelle confidenze sentimentali, e persino nei pettegolezzi. Poi andando sempre in giro per lavoro ho trovato diversi posti solo “rosa” come ostelli o piscine dedicate, pacchetti ladies degli hotel, e quindi ho deciso di mettere tutto insieme ed offrire una guida (quasi) completa a chi ha voglia di mollare tutto e partire.

 Una meta “natalizia” da consigliare alle amiche che non vogliono passare le Feste in ballo tra parenti e impegni sociali

Bruxelles è sicuramente una golosa destinazione. La capitale belga è un luogo magico per i sensi. Già solo passeggiando per le vie del centro, intorno alla Grand Place, ci s’inebria di sua maestà il cioccolato. Tra l’altro gli esperti dicono che il cioccolato oltre a essere un toccasana per il cuore, migliora l’umore, perché contiene sostanze psico-attive, come il triptofano, precursore della seretonina, che è, appunto, “l’ormone del buonumore”. Qualcuno ha addirittura ipotizzato che mangiare cioccolato equivarebbe al piacere di una notte d’amore. Esagerato? Chissà.

 Perché un uomo dovrebbe leggere il tuo libro?

Qua e là ci sono spunti anche per le loro vacanze. L’importante è che partano prima o dopo di noi. O insieme a noi, ma in un’altra occasione. Inoltre, possono avvicinarsi un po’ ai nostri gusti, capire cosa ci piace fare quando

siamo in vacanza. E per i single, la possibilità di trovare in ognuna di queste località, una donna con cui iniziare una nuova avventura. E magari partire per un altro viaggio.

 In tempo di crisi, tu che sei esperta per il tuo primo libro 101 cose divertenti da fare gratis in giro per l’Italia, ci consigli una cosa da fare (in Italia) a costo zero?

Visitare i grandi musei, dove c’è l’opportunità di entrare gratuitamente in determinati giorni. A Milano, per esempio, per il Museo del Novecento occorre il biglietto, ma solo al venerdì pomeriggio, dalle 16.30 alle 19.30 si accede senza pagare. Solo tre ore per accedere a palazzo dell’Arengario, proprio vicino al Duomo, ma ne vale la pena: oltre quattrocento opere del Secolo Breve, fra le quali ciascuno può trovare il suo artista preferito.

Lo stesso vale per i Musei Vaticani: è prevista mezza giornata di ingresso gratuito, l’ultima domenica del mese. Poche ore, solo dalle 9 alle 14: c’è il pericolo di fare una lunga fila, ma l’occasione è troppo ghiotta e non si può mancare. I Musei vaticani aprono le porte su un mondo incredibile d’arte: oltre 70.000 oggetti esposti (e altri 50.000 nei depositi). Conservano opere dei più grandi artisti, raccolti o commissionati dai papi nel corso dei secoli.

Tante le sale espositive più curiose completamente free come il Museo dei Cuchi, sull’altopiano di Asiago. Qui risuona il soffio magico del cuco, un particolare fischietto, dalle forme più disparate protagonista indiscusso di un artigianato legato all’arte contadina e all’esigenza di realizzare manufatti per la vita di tutti i giorni.

E ancora il Museo del Disco d’Epoca a Sogliano al Rubicone. Racconta 130 anni di storia di vita del disco e delle varie apparecchiature per il suo ascolto. Sempre in Romagna, da non perdere il regno dei piccoli, ma indispensabili accessori: ovvero i bottoni. A Sant’Arcangelo di Romagna ci sono sale dedicate con una collezione di oltre 8000 pezzi.

 

E a Bologna?

Andare alla Sala Borsa, in piazza Maggiore, con la possibilità di leggere, senza mettere mano al portafogli, quotidiani, riviste e libri.

E se fossi una donna sola che vuole trovare una compagna di viaggio?

Consulterei il pink blog: www.amichesiparte.com, che è lo sviluppo costante dell’idea del libro e lo gestisco insieme alla collega e amica, Lucrezia Argentiero, con la quale sono spesso in viaggio insieme. Qui, oltre, a

selezioniare mete e cose in cui le donne si ritrovano alla perfezione, c’è una rubrica “chi cerca trova”. Ci si può iscrivere, indicare che tipo di vacanza si vuole fare e aspettare che qualcun’altra risponda per aggregarsi e partire

insieme.

Approfondimenti

Isa Grassano, In viaggio con le amiche € 9,90

La community delle viaggiatrici nata dal libro: www.amichesiparte.com

Affari d’amore [un libro letto]

Sono 4 come le Piccole Donne di Alcott ma non credono nel grande amore e per loro gli uomini non sono ne’ amici, ne’ colleghi, ne’ amanti: sono sponsor.

Nonna, madre e due figlie sono le protagoniste di questo libro divertente: loro hanno deciso di usare a proprio vantaggio (e senza troppo rammarico) quel vizietto di certi uomini ricchi e potenti – a cui ormai le cronache ci hanno abituato – secondo cui la donna non si seduce ma si “compra” con cene e feste galanti, senza che lo scambio sia esplicitamente disonorevole per qualcuno.

Angelica, la figlia maggiore, cresciuta a buone maniere (per fare colpo), palestra per rassodare e luoghi alla moda dove incontrare, ad un tratto però incrina questo sistema collaudato di vita e si ritrova ad innamorarsi di uno spiantato (e giovane) barista.

Che effetto avrà su quello strambo gineceo che è la sua famiglia? Come reagiranno mamma e nonna di fronte a tanto “scandalo” che sovverte un modo oliato di vivere nell’agio?

Affari d’amore è un libro divertente, la scrittura è fluida e pungente e rispecchia l’humor di chi l’ha scritto: Patrizia Violi, conosciuta nella blogosfera come Extramamma  riesce ad affrontare qualsiasi argomento con una levità che non toglie nulla all’approfondimento ma anzi, la rende una persona davvero speciale.

Ho conosciuto Patrizia ormai 4 anni fa e siamo diventate amiche, direi che è attualmente uno dei miei affetti virtuali maggiori, una di quelle persone che ci passeresti ore al telefono, solo per farti raccontare le sue giornate, come se stessi ascoltando un audiolibro.

Mi emoziono sempre quando – senza dirmi nulla in anticipo – vedo recapitarmi a casa un suo pacco: a volte sono libri (e non sempre i suoi, Patrizia ha il merito di avermi fatto leggere Il lato B di Alessandra Faiella, con cui questo libro è un po’ imparentato), a volte è un regalo per la Frollina. Ci sono sempre delle lettere o delle dediche e ogni cosa è curata in un modo così dolce da emanare quasi calore.

Così sono anche i suoi libri: freschi, divertenti, senza la pretesa di insegnare qualcosa a qualcuno ma talmente godibili che ti viene voglia di regalarli a un’amica, perché sai che potrebbero trasformarsi in un’opportunità bella di quello svago che tanto meno spesso cerchiamo nella lettura.

Un libro per le vacanze, ma anche e soprattutto un libro per il rientro, per quando una piccola pesantezza si attaccherà all’animo pensando al lunghissimo anno di lavoro che abbiamo davanti.

Un libro che ho letto in giardino, ma anche in terrazza, guardando il rosso dei palazzi di fronte.

Un libro che si può leggere in coppia per ridere, insieme, nel letto.

Patrizia Violi, Affari d’amore, Baldini & Castoldi

 

Ci meritiamo tutto? Un altro libro letto e divorato

Distrutto dal nulla che più del troppo mi stanca, dopo aver cincischiato qualche ora pasteggiando a 4 Salti in Padella®, decido di immolare le mie carni molli alla febbre del sabato pomeriggio con l’ambizioso obiettivo di vagar senza meta per le vie del centro della mia amata metropoli di provincia.

Getto alle ortiche sua signora autonomia che per l’intera settimana mi vede cavaliere di uno scuter ronzino e, con un gesto di responsabilità urbana, salgo sull’autobus accettando passivamente tutte le conseguenze di questo mezzo di trasporto di massa.

Ci meritiamo tutto, Danilo Maso Masotti

In che modo ci meritiamo il nostro destino individuale? Quando possiamo ritenerci sfortunati o invece quanto un certo stile di vita, alcune prospettive non sono solo il frutto di una precisa scelta di passivismo personale?

Sono queste le domande che a me sono subito balzate alla mente, mentre leggevo Ci meritiamo tutto di Danilo Maso Masotti.

Maso, blogger degli Umarells e dello Spettro della bolognesità, grande interprete di un certo modo di vivere nella nostra comune città, descrittore di personaggi che fanno ormai parte dell’iconografia locale, ha pubblicato quest’anno il suo primo romanzo.

Me lo ha regalato in versione ebook ed è stato il primo libro che ho letto qui in montagna, di notte, con il rischio di mangiare montagne di moscerini che si appoggiavano sullo schermo del mio IPAD. Rischio che ho corso volentieri, perché il libro mi ha intrigata, fatto riflettere e insomma, me lo sono divorata in 2 giorni.

E’ la storia di Zanardi, un uomo che ha superato i 30 e vive come fosse un ragazzino (per sfortuna o per scelta?), come tutti i suoi coetanei che un giorno sono adolescenti e il giorno dopo si ritrovano vecchi senza che nel mezzo sia successo nulla, con una vita adulta persa a rincorrere le abitudini di  quando avevano 20 anni. Però c’è la crisi, magari proprio la crisi può diventare un’opportunità per lui e per gli ex colleghi della Nulla Spa.

E’ un po’ la storia della mia generazione, di un certo genere della mia generazione, venuto su a suon di benessere e deresponsabilizzazione in salsa anni ’80. E’ la storia di un certo genere della mia generazione che in questa città trova un luogo comodo e riparato dove mettere radici.

Ma è anche la storia di una persona che ha tutti i numeri per farcela (a scuola si direbbe “è intelligente ma non si impegna”: l’ho sempre odiata questa frase) ma che per una serie di eventi e di scelte, decide di reiterare ogni giorno la sua vita, anche se non gli piace, anche se sono giornate una dopo l’altra a timbrare cartellini assurdi, anche se sono vacanze “sempre le stesse cose”.

Poi arrivano gli anni in cui quel presunto benessere di prima lascia il posto a un benessere “da crisi” da cui non riusciamo a liberarci, un’aria depressa di cose che continuano ad andare avanti uguali. Ce la farà Zanardi a smarcarsi da un modo di vivere che gli sta stretto e non lo conduce da nessuna parte, tranne che dentro a un destino cubico come un ufficio senza finestre?

Ci meritiamo tutto è un libro da leggere, gustandosi il lessico di Danilo, che trova sempre un neologismo, un aggettivo preciso e puntuale (che uno pensa “Cavoli, era proprio così, è proprio quella la parola giusta!”) per definire un personaggio o un luogo incastrato nella memoria collettiva di questa città, ma forse di tutte le città. E’ un libro che un po’ fa ridere, un po’ fa venire voglia di andarsene, fuggire, un po’ fa venire voglia di cambiare, di fermarsi e chiedersi se ci stiamo bruciando le giornate, se siamo davvero quello che vogliamo e pensiamo di meritarci.

Perché ci meritiamo tutto, è vero, ma solo quello che ci scegliamo ogni giorno.

Se volete saperne di più su Danilo, ecco il suo sito personale e potete seguirlo anche dalle pagine de Il Fatto Quotidiano.

Danilo Masotti, Ci meritiamo tutto, Bologna, Pendragon, 2012

Avuto come: regalo dell’autore

Letto dove: Montombraro, prevalentemente di sera, su IPAD

In quanto tempo: 12 ore circa

 

Galeotto fu il libro sbagliato: Io viaggio da sola – Maria Perosino

Mi scrive Eleonora Mazzoni chiedendomi se mi interessa leggere il suo libro Le Difettose.

Una bella mail in cui parla delle cose che abbiamo in comune. Il suo libro era già nella mia lista estiva per cui, alla proposta di mandarmelo, rispondo con entusiasmo.

E’ un’esperienza che ho già fatto quella di accogliere questo genere di inviti: non farei mai una recensione di un prodotto sul mio blog, ma leggere, io leggo molto, per cui se mi omaggiano di libri, perché no? Tanto sono abbastanza centrata per non scrivere che trovo interessante una lettura se non lo è.

Mesi fa Feltrinelli mi ha fatto avere “Assalto all’infanzia”, comprendendo che poteva interessarmi e così è stato: forse da sola non lo avrei acquistato, mentre così ho letto un bellissimo saggio.

Arriva il corriere con il pacco Einaudi, io sto per partire, penso che metterò in valigia questo dono prezioso. Scarto la busta e al posto  del libro di Mazzoni a sorpresa trovo Io viaggio da sola di Maria Perosino. Un errore probabilmente. Non fatale.

Scrivo divertita a Eleonora e lei e l’Einaudi si scusano. Mi faranno avere a breve il libro “giusto”. Capita anche nelle migliori famiglie come mi immagino sia la Einaudi.

A questo punto mi trovo con un libro inaspettato, che certamente non avrei mai osato comprare (e non per il terrore che Tino si faccia strane idee, ma perché ho un sacco di pregiudizi su tutto ciò che sembra riguardare solo fette di pubblico e che ha un sottotitolo che inizia con “Istruzioni…”).

Me lo porto a Montombraro, dove leggere è una delle mie attività preferite: la montagna concilia, il silenzio concilia e qui ogni minuto si dilata in un lusso che a volte mi sembra quasi eccessivo (ma a cui sto languidamente facendo l’abitudine).

E scopro un manuale non manuale, un romanzo non romanzo, una biografia non biografia che mi intriga e appassiona, scava dentro a parti di me, del mio modo di guardare al mondo, di cercare le storie sull’autobus e di sbirciare dentro alle case.

Il viaggio come dimensione dell’io, che non è solo scoprire posti nuovi con gli occhi del turista solitario ma anche abitare se stessi con se stessi e gli altri, anche se si parte da soli.

Strategie pratiche (come si caricano i bagagli su un treno quando si viaggia da sole?) ma anche digressioni nella vita della scrittrice e nelle storie che ha incontrato lungo i suoi viaggi. Riflessioni sulle “vacanze intelligenti” (che cosa sono davvero? Vale la pena visitare l’intero Louvre se invece siamo amanti della botanica?), sul gusto e il modo per scegliere un ristorante dove incontreremo le migliori menti (e storie) della nostra generazione.

A tratti un po’ snob (specialmente per una terricola come me), a volte un po’ troppo didascalico, è un libro che si mangia con tutti i sensi. E non è vero che è solo per donne che viaggiano da sole, anzi, spero che lo legga anche il mio compagno.

Fa ritrovare la voglia di partire, nonostante tutto. Nonostante la crisi, gli impegni, il lavoro. Perché la partenza in fondo altro non è che un momento che scivola fluido in altri momenti, altre partenze, altri ritorni.

Perché si può viaggiare anche stando fermi, basta avere la mente predisposta a farlo, basta guardare alle cose e alle persone non come qualcosa di esterno, ma come qualcosa che ci può entrare dentro, che possiamo accogliere.

Era un po’ che ci pensavo: troppi libri di qualità ho letto in questi mesi. Troppo invitante l’idea che magari ci sono altri autori, altre case editrici disponibili a inviarmi un romanzo, un saggio, qualcosa che possa essere consonante al mondo che dipingo scrivendo o che possa stupirlo e sovvertirlo.

Così con il libro sbagliato inauguro questa rubrica dedicata alle letture. Quelle che mi capiteranno perché sono entrata in biblioteca o in un’edicola di Zocca dove scopro di poter prendere a prestito i libri candidati al Premio Zocca Giovani per votarli, o quelli che mi vorrete mandare voi che li avete scritti o editati.

Io non sono paracula, questo è giusto dirlo. Potrebbe essere rischioso mandarmi un libro, anche questa parte non va taciuta. Vi consoli sapere che non mi leggono poi in tanti.

Potrei dire di no. Per esempio non chiedetemi di leggere l’ennesimo manuale su come fare la brava mamma: ho capito in 5 anni che preferisco prendere spunto dalla vita.

Inauguro così la rubrica, in attesa che mi arrivi anche il libro di Eleonora, che sono davvero curiosa di leggere.

Nel frattempo, oltre a Einaudi e Feltrinelli, ringrazio sentitamente Danilo Maso Masotti e il suo Ci meritiamo tutto, l’amica Patrizia Violi che mi ha mandato il suo terzo romanzo  Affari d’amore con una dedica piena di affetto, l’edicola di Zocca, la biblioteca di Montombraro e il mio IPAD  su cui ho scaricato (gratis o a pagamento) alcuni libri che ho divorato.

Di tutti questi racconterò uno per volta, sperando di instillare un sano dubbio in altri lettori nomadi come me, che hanno deciso di partire per un viaggio che inizia alla prima pagina e non sai mai dove ti porterà.

[e per inciso: dirò sempre se il libro è stato acquistato, preso in prestito, regalato o omaggiato e da chi]

Per conoscere la policy delle mie letture vai alla pagina letture 

Maria Perosino, Io viaggio da sola, 2012, Einaudi, Torino

Altre letture

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Una vita e le sue debite proporzioni. Per Andrea e Giovanna

Ho conosciuto Andrea Menetti di persona una volta sola. Un mese e mezzo fa.

Lo conoscevo da un po’ di anni perché di lui mi parlava spesso sua moglie Giovanna, in un carteggio fuori dal tempo che tessiamo dal 2008. Un carteggio digitale.

Ci siamo conosciute poco più che bambine e alle Medie eravamo legatissime, compagne di banco, leggevamo i rispettivi “libri” scritti di straforo durante qualche lezione noiosa a scuola e entrambe avevamo una passione per la grammatica (si lo so, non si direbbe).

Diverse come il diavolo e l’acqua santa, abbiamo scelto di andare a scuola insieme anche al Liceo, dove la diversità  si è fatta più forte, ma l’affetto ci univa sempre. Giovanna è sempre stata una persona saggia, equilibrata e di fede. Io mettevo alla prova la mia vita in continuazione, la parola di Dio non mi ha mai convinta molto e sono sempre stata un vero casino.

Dopo il Liceo ci siamo perse. Come spesso succede. Abbiamo frequentato la stessa Facoltà, ma compagnie totalmente differenti. Ricordo un incontro, lei stava per laurearsi, io mi stavo cominciando ad accorgere di frequentare l’Università giusto allora.

Era il 1998. Forse.

10 anni dopo è stata lei a contattarmi. Tramite questo blog. Il giorno del mio compleanno, in un periodo molto difficile per me.

E abbiamo cominciato a scriverci. Abbiamo cercato di vederci, ma la vita ha travolto me con una bambina piccola, lei con l’evolversi della malattia di suo marito.

Ma non abbiamo mai smesso di sentirci, di raccontarci quello che ci capitava. Un po’ come alle Medie, che ci scrivevamo i “bigliettini” o le dediche sul diario. Lei non lo sa, ma nella mia scatola delle lettere ne conservo ancora alcune. Cartoline dall’estate, pezzi di disegni che commentavamo, pagine accartocciate di frasi generose di ottimismo e vitalità.

In questi anni ho imparato così a conoscere Andrea Menetti attraverso lo sguardo innamorato della moglie. Attraverso la cura per i dettagli, la voglia di farlo felice, la gioia per le sue soddisfazioni professionali e di studioso. Ho visto il suo studio pieno di libri, impilati l’uno sull’altro; scaffali di sentimenti e sapere e pensieri.

Ci siamo sedute nel loro terrazzo e lei era così piena della loro vita coniugale, che riuscivo quasi a visualizzarli, leggere un libro – nelle sere d’estate – seduti nel loro terrazzino pieno di fiori. [che invidia per quei fiori meravigliosi!].

Andrea l’ho conosciuto di persona il 27 giugno. Grazie alla meraviglia di un posto che si chiama Libreria Trame, alla sua proprietaria e alla bravura di Anita Giovannini (l’attrice, ormai amica, che recita nello spettacolo che ho scritto), abbiamo organizzato un reading del suo primo romanzo, Debite proporzioni, edito MUP.

Un reading e un’intervista che è stata – per me – un grande onore.

C’era tantissima gente. Andrea era un po’ sofferente per via dei suoi guai di salute, ma ha dimostrato una lucidità precisa e contagiosa sul ruolo dello scrittore, sul perché ha scelto uno stile così particolare, apparentemente difficile ma tanto intriso di un retroterra culturale fatto di classicismo e di D’Arzo e Erba.

In una serata di inizio estate ci ha svelato il perché di una scrittura, di un plot che mischia memoria, accadimenti e sfuma tutto nell’aspettativa di uno sciogliersi degli eventi, di una ricerca della verità che non può – e forse non deve nemmeno – arrivare.

Perché la vita è moltiplicazione di punti di vista.

Mentre preparavamo la nostra intervista, per il reading, Andrea mi ha detto una frase che mi ha sentito estremamente assonante: “Non si scrive per dare risposte, ma per instillare dubbi”. Lo diceva anche un altro grande della letteratura italiana (che ho amato moltissimo e su cui ho scritto la mia tesi di laurea), Antonio Tabucchi.

Andrea ha portato nella vita di molti tante cose. Ha riempito di amore, dedizione e gratitudine quella della mia amica Giovanna. Lei in cambio gli ha regalato sorrisi, anche quando da sorridere qualcuno avrebbe trovato ben poco.

Sorrideva anche oggi. Una parola bella per tutti noi.

Sorrideva anche oggi, mentre dava l’ultimo saluto ad Andrea.

Che, ora, riposa a Sestola. Proprio vicino a dove è ambientato il suo libro. Un libro sul ricordo, sul dubbio, sulle relazioni mancate tra passato e presente e su quelle recuperate.

A lui dedico un pensiero pieno di stima. Alla mia amica un abbraccio che non basterà

Invito voi a prendere il suo libro. L’opera prima di uno scrittore esordiente di grande talento, che se n’è dovuto andare troppo presto.

“Mi aiuti a capire, e non chini la testa, per favore”. Parlò mentre la donna aveva mosso le labbra senza riuscire a emettere una sola sillaba, nemmeno un piccolo suono al quale assegnare un senso, presa dalla stanchezza e anche dagli anni, rivelatisi in quel momento con crudeltà: nel trucco che si andava disfacendo; nel rossetto distribuito in modo irregolare sulla bocca; negli occhi arrossati.

“Mi faccia capire cosa volevano fare, cosa vorranno fare di me.”

Andrea Menetti (1968-2012)

Debite Proporzioni, 2012, Monte Parma Università Editore

 

Adotta una blogger e mandala al Salone del Libro di Torino, sabato

Mi piacerebbe molto andare al Salone del Libro di Torino, sabato.

Ma diciamo la verità: i treni costano e io in questo periodo devo risparmiare.

Metto allora all’asta la mia professionalità.

Se sei un giornale, una libreria, una piccola casa editrice, una tv locale o altro ti propongo uno scambio estremamente conveniente:

tu mi paghi i biglietti del treno alta velocità (Bologna-Torino e ritorno), nella giornata di sabato, il biglietto di ingresso al Salone più le spese per i pasti e io seguo (con livetweet ed eventuale aggregazione contenuti successiva) 1 evento/presentazione per conto tuo e quando torno scrivo anche un articolo per il tuo sito/magazine su quello che ho visto al Salone durante il mio giro libero.

Ovviamente promuoverò il post e la nostra collaborazione di mutuo scambio.

L’iniziativa “Adotta una blogger appassionata di libri” fa parte della campagna #proposte anti crisi: un modo creativo per stare al mondo.

Nessun blogger è stato maltrattato per la realizzazione di questa iniziativa.

Se vuoi aderire alla campagna scrivimi a: francesca.sanzo@gmail.com

 

L’assalto all’infanzia del marketing

Come blogger non ho mai accettato di recensire prodotti.

Molte volte me lo hanno proposto ma ho deciso che non voglio farlo, che se qualcuno ha bisogno di me professionalmente, sono disponibile a valutare proposte di collaborazione per digital P.R e professional blogging, ma che i miei blog devono rimanere sostanzialmente liberi da qualsiasi forma di promozione “a comando”.

Parlo di quello che mi piace e di quello che valuto interessante a prescindere.

Lo stesso vale per i comunicati stampa che mi inviano di continuo: valuto sempre – liberamente – se segnalare qualcosa e spesso, se non c’è un link, non lo faccio, perché io sono blogger e non giornalista.

Voglio sentirmi libera di dire quello che penso senza alcun conflitto di interessi: se non condivido le scelte di una marca, voglio dirlo anche se il marketing fa parte di quello che faccio per vivere.  Citando Massimo Ferrariorifletto sul marketing e non mi piace il marketting.

Credo sia un valore aggiunto: le aziende sanno che se collaboro con loro non sarò mai a-critica, che se dovessi occuparmi di una strategia direi sempre quello che penso.

Mi piace farlo con i miei clienti (che apprezzano) e mi piace che sia un tratto distintivo del mio stare in rete.

Il mio lavoro è orientato allo storytelling, non al marketing in prima istanza e credo che proprio attraverso la possibilità di esercitare anche spirito critico, di promuovere anche visioni divergenti dalla maggioranza, si possa creare un discorso (anche intorno ai prodotti) efficace.

Ma questa è solo una premessa.

Ultimamente, forse per una questione di tempo (sempre meno quello a disposizione per scrivere sulle cose che mi interessano) la mia attività più frequente, on line, è su Twitter.

Mi prendo cura di contenuti di altri, li rilancio, li aggrego, li promuovo e nel frattempo imparo molte cose.

Seguo i flussi di contenuto che mi interessano.

Per questo motivo, probabilmente, alcune case editrici, con cui sono in contatto là, hanno cominciato a segnalarmi libri. Per questo motivo alcune di loro mi hanno contattata per propormi l’invio di qualche titolo.

Mi sono detta: “Perché no? Io amo leggere, leggerei comunque, ma così risparmio!” Il patto è che se voglio recensisco, se ho tempo recensisco, se no amen. La filosofia è che dirò sempre quello che penso di quel libro. Se qualcuno se ne avesse a male e decide che non mi manderà più libri, amen. Io leggerò comunque.

Così Feltrinelli mi ha scritto e mi ha inviato Assalto all’infanzia di Joel Bakan, un saggio con prefazione di Chiara Saraceno.

Il saggio, frutto di uno studio dell’autore intorno alle corporation americane, non è esattamente una lettura ottimistica per un genitore, ma certamente aiuta a riflettere su una questione sentissima negli Stati Uniti e forse meno acuta in Europa e in Italia, ma con cui bisogna fare i conti, perché dietro l’angolo, ovvero la trasformazione dei bambini in “consumatori diretti” e attivi del marketing.

Se la protezione del fanciullo (e relativa Dichiarazione dei diritti del fanciullo del 1959) ha assicurato ai più giovani un periodo in cui le corporation non potevano in alcun modo rivolgersi a loro, dal 1980 le cose sono cambiate. La mia generazione è la prima ad essere figlia di un altro modo di rivolgersi al bambino: diretto e coinvolgente affinché diventi complice delle marche che di volta in volta gli vogliono vendere prodotti o esperienze.

Il marketing si è raffinato e grazie allo studio della psicologia cognitiva e della statistica ha frazionato la popolazione in target sempre più precisi, indagando abitudini, aspettative, bisogni e rivolgendosi in maniera specifica a ogni fase della vita.

Non è forse un caso, se proprio in contemporanea alla lettura del libro, sono incappata in un interessantissimo articolo di Charles Duhigg per “Internazionale” di questa settimana che anticipa l’edizione italiana del suo libro: The power of Habit.

L’articolo (e il libro in uscita) racconta del rapporto sempre più diretto tra studi statistici (applicati alle abitudini umane) e marketing, sottolineando come la scomposizione di ogni nostra azione per capire quale desiderio sottende, come viene appagato e in che modo ci gratifichiamo per compiere atti anche faticosi, abbia reso ancora più efficace la segmentazione dei target, individuando nelle mamme e future mamme il bacino più ghiotto per la pubblicità: sono infatti le donne in attesa quelle più propense a cambiare abitudini e ad ascoltare i consigli dei Media e di chi ha una referenza in tema di genitorialità.

Ma torniamo al saggio di Bakan:

L idea centrale della nuova ideologia – che il libero mercato sia il modo migliore per fare il bene dell’individuo e della società – contraddiceva apertamente le riforme del secolo del fanciullo. (…) Non esiste una cosa chiamata società, esistono soltanto individui e famiglie.

 Bambini, madri e padri diventano un mercato ghiotto, da “assaltare” e colonizzare.

Ne sanno qualcosa – stando a quanto racconta il libro – le corporation televisive americane, principali ideatrici di molti giochi on line dedicati a bambini e adolescenti: un caso tra tutti Nickelodeon che, oltre a possedere il maggior numero di reti televisive USA dedicate ai bambini, ha fondato anche Addictinggames.com, un pluripremiato network per l’infanzia. Tra i giochi più seguiti c’ é Boneless Girl: bisogna riuscire a far passare una donna “senza ossa” in tutti i pertugi possibili.

Boneless Girl è tutto sommato un gioco da educande  se confrontato con altri segnalati nel libro, come per esempio Grand Theft Auto IV, dove il protagonista fa sesso con una prostituta in macchina e poi la ammazza con una mazza da baseball, finendola con una sventagliata di mitra.

Questi sono i giochi che si rivolgono agli adolescenti americani. Perché tanta violenza?

Perché gli studi psicologici e statistici ci dicono che a 12 anni le persone hanno bisogno di staccarsi dalla visione protetta e familiare della vita e passare attraverso anche emozioni violente.

Prendi le tempeste ormonali dei giovani e gli obiettivi di vendita delle aziende, metti tutto nel frullatore e il gioco è fatto!

Il digital divide generazionale spesso poi non consente ai genitori di avere la giusta consapevolezza per maturare anticorpi a questi giochi e per poter gestire bene la “dipendenza” che creano nei propri figli.

Ma l’ assalto all’infanzia arriva anche dalle multinazionali farmaceutiche e chimiche, dai professionisti “al soldo di”, disposti a dichiarare e scrivere articoli che minino qualsiasi spirito critico nel consumatore, pur di rendere appettibile questo o quel prodotto.

E’ un panorama che a noi può sembrare estraneo, eppure, nel nostro piccolo (e forse dall’anticamera) lo vediamo perfettamente anche qui: grazie ai social network, il confine tra marketing e scelta personale, tra passaparola e targhetizzazione è diventato davvero labile e noi genitori siamo sempre i primi a essere bersagliati, perché abbiamo un naturale bisogno di appagare i desideri dei figli e aderire al modello della brava mamma e papà, che passa anche attraverso i prodotti che usiamo per la cura dei nostri bambini (specialmente primogeniti).

C’è da riflettere, specie per chi – come me – si occupa di comunicazione e lo fa, ovviamente, in ottica narrativa ma per promuovere prodotti.

Come professionista, credo che la domanda giusta che posso farmi io, ogni mattina, sia: “Sono davvero libera di scrivere e dire quello che penso?” e comportarmi di conseguenza, a seconda della risposta che ogni giorno mi do e del contesto di riferimento.

Come genitore, la domanda giusta è: in che modo posso aiutare mia figlia ad affrontare questo? Di sicuro non posso evitare ne’ censurare e dunque, come per la televisione, come per qualsiasi comunicazione, devo solo provare ad aiutarla a sviluppare un suo spirito critico, a farla riflettere sulle cose senza darle per assodate o scontate.

E non è poco.

E non è detto che sia possibile.

Però ricordiamocelo sempre: siamo carne da macello del marketing. Tutti. Ma il marketing non è il MALE: ogni cosa dipende da come la affronti. Sta a noi scegliere come operare delle scelte che – per quanto piccole – siano sempre scelte nostre.

Letture

  • Assalto all’infanziaJoel Bakan, Feltrinelli Editore
  • La forza delle abitudini, Charles Duhigg “Internazionale” n 946, pg 44

 

A scuola di blog e scrittura con Danilo Maso Masotti

Poco dopo che ho aperto Panzallaria, nel 2005, ho scoperto gli Umarells. Mi sa alla radio, mi sa.

Gli Umarells sono i vecchietti bolognesi, quelli che alla domenica si mettono il cappello e salgono in macchina per andare a mangiare i tortellini dalla sorella o le crescentine fuori Porta, quelli che se ci sono dei lavori stradali incrociano le mani dietro la schiena e studiano tutto e che al sabato pomeriggio stanno in bocciofila o all’Arci a ballare.

Dopo aver scoperto che erano diventati digitali anche loro, grazie al genio iconografico di Danilo Masotti (gran nome da Umarells, sarà un po’ quello), andavo tutti i giorni a vedere sul blog se uscivano delle nuove foto perché uno vede quel sito lì e se è di Bologna, il primo pensiero che gli viene è una roba tipo “Ma è proprio così, era così anche mio nonno e il nonno di suo nonno!”.

Una volta scrissi un post sugli Umarells dell’autobus e con mia grande emozione Maso me lo ha postato sul sito degli Umarells: mi ricordo che mi vantai circa 15 ore (di seguito) di questa cosa, fu la prima volta in cui pensai che fare la blogger era anche una bella iniezione di narcisismo.

Comunque.

‘Desso che anche io sono ormai una blogger “vecchia” (che 6 anni nella blogosfera sono un’era geologica, se mia figlia fosse un blog probabilmente sarebbe già a tiro di pensione) e che vado a fare lezione di blog in una scuola media e stiamo costruendo il blog della scuola, io quando una prof che si chiama Fiorella mi ha detto che a lei i libri di Danilo Masotti le piacevano un sacco e che avrebbe voluto fargli conoscere i suoi ragazzi,  ho risposto “perché no, invitiamolo al laboratorio di blog, che secondo me ci serve a tutti un sacco parlare con lui!”.

Danilo Maso Masotti

E quando lui ci ha detto di si, che Masotti fa tanto l’orso nel virtuale  ma se poi lo becchi dal vero non fa paura come certi suoi post al vetriolo su twitter 😉 sono stata molto contenta.

E così Masotti lunedì è venuto al blog della scuola con il suo libro Il codice Bologna  – che i ragazzi stanno facendo anche degli esercizi di storytelling di quartiere e lui è un faro nella notte dello storytelling bolognese – e loro gli hanno fatto delle domande e lui ha raccontato molte cose e per esempio ho scoperto che

  • l’ Umarell Zero lui lo ha trovato allo Star City di Rastignano, una volta che per motivi non precisati, transitava nel parcheggio
  • Maso twitta dal gabinetto: lo aspettavo per entrare a lezione e lui era al cesso e mi è arrivato un suo cinguettio mentre ancora doveva tirare l’acqua
  • ai dodicenni lo stile di Maso piace molto perché “è giovanile” e “scrivi anche le parolacce”
  • la gente di Bologna non va più al mare (nemmeno quando tiene adolescenti in età prepuberale) perché c’è la crisi

Maso ha letto ai ragazzi un pezzo del Codice Bologna, quello dedicato ai cinni scurzoni, mentre i ragazzi si additavano l’uno con l’altro e si riabilitava una figura sociale inutilmente umiliata nel tempo.

Per quanto riguarda la gestione di un blog, Masotti ha dato qualche consiglio utile alla redazione delle Dozza e adesso io lo rigiro a voi, perché secondo me quello non ha età:

  • appuntarsi sempre le idee in qualche fogliettino, anche se è notte, meglio non perdere l’ispirazione per un eventuale post
  • andare sempre a controllare le parole su cui si ha qualche dubbio: scrivere su un blog diventa un buon modo per imparare l’italiano
  • scrivere ogni giorno qualcosa: la scrittura non è solo ispirazione ma anche – e soprattutto – esercizio

E’ stato molto divertente, ma così divertente che a un certo punto stavo per cadere dalla sedia per il gran ridere e mi è partito anche un grugnito nella risata (che si, lo ammetto, delle volte mentre rido parte il porcello che è in me) e credo di aver perso almeno la metà della credibilità conquistata come “prof” in questi mesi a scuola 😉

L’ultimo libro di Masotti e che io devo ancora leggere è un romanzo e parla di lavoro. Si intitola Ci meritiamo tutto

 

Diario di un addio

Ho sempre avuto l’abitudine di portare in giro con me un quaderno o un taccuino su cui disegnare. Lo facevo già quando mio padre entrò in coma. In quel periodo, nei cinque anni del suo stato vegetativo, mettere su carta quello che vedevo mentre succedeva era per me molto faticoso. Per la verità tentavo di non farlo, ma a volte i disegni si affacciavano sulle pagine senza che io lo volessi. Quello qui sopra, per esempio, è il primo disegno di quel periodo: risale proprio al primo mese, all’estate del 2003, quando mio padre era ancora ricoverato in rianimazione e non sapevamo che cosa sarebbe successo dopo. Mi ricordo che in quel momento gli uomini caduti erano l’unica cosa che riuscissi a disegnare.

Questo è uno dei pezzi del blog di Pietro dove racconta com’è nata la storia del suo Diario di un addio che ora è diventato un libro e verrà presentato a Ravenna venerdì 8 ottobre per Comma 22

Qualche tavola la trovate anche qui su Repubblica,  e qui trovate un bellissimo articolo/intervista a Pietro.

Il tema è quello del coma vegetativo visto con lo sguardo di un figlio: un tema su cui in tanti si sono riempiti la bocca ideologicamente ma che solo chi ci è passato – come Pietro – conosce a fondo.

Un libro che ci farà senz’altro riflettere sulle sfumature.

Ho avuto la fortuna di vederle in originale le tavole di Pietro e di parlare con lui che è persona sensibile, intelligente e pieno di attenzione per il mondo, perché abita al piano di sotto del mio condominio.

Per dire che grazie a Pietro,

ho il cartellino personalizzato per il campanello con degli stupendi disegnini, proprio come quello che trovate anche sul suo blog.

Credo che questo sia un libro da leggere, sfogliare e in cui entrare in silenzio, facendo attenzione a non spostare nulla.

Se volete acquistarlo andate qui

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