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Il festival di Tropea, leggere & scrivere. Una piccola Mantova del Sud

Lo scorso fine settimana mi hanno invitata a un festival in Calabria: Giovanni Caldara, ha letto il mio libro, ne ha scritto una bella recensione e questa estate mi ha telefonato per chiedermi se volevo andare, che mi avrebbe presentato con grande piacere. Continua a leggere

Questo post si chiama Paolo

La scuola elementare di Paolo Nori era la mia benzina esistenziale in un periodo – questo – davvero buio.

Ho conosciuto lo scrittore Paolo Nori un bel po’ di anni fa ormai. Leggevo ed ero incantata dallo scrittore Ugo Cornia e mi è venuto naturale leggere anche Nori.

Poi Nori lo vedevo anche tutti i giorni, al parco.

Frequenta con sua figlia lo stesso parco che frequentiamo noi. Io lo guardavo da lontano e mi metteva una gran soggezione, sarei voluta andare lì, chiedergli qualcosa, dirgli cambi la mia prospettiva sul mondo e invece me ne stavo impalata, facendo finta di non riconoscerlo.

Una volta che le altre mamme presenti stavano parlando del bimbi e io non capivo veramente quale fosse l’oggetto della conversazione e mi ero un po’ estraniata, lui si era avvicinato per chiederci se avevamo trovato un taccuino. Lì, al mio parco, Paolo Nori aveva perduto il suo taccuino.

Le altre mamme hanno continuato a parlare del bimbi e io mi sono quasi incazzata: “Ma come, non capite? Ma come non vi esaltate? Ma come non vi mettete, come me, a fare il segugio per ritrovare questo taccuino? Il taccuino di Paolo Nori???????”.

Nessuna sapeva chi fosse.

Io ero in preda a una possessione e mi ero trasformata nella più sfegatata delle groupie.

Ma il taccuino non l’ho trovato.

Questo senso di vergogna mi attraversava anche tutte le volte che incontravo sua figlia e la mamma di sua figlia, che abbiamo degli amici in comune e lei la conosco. Non riuscivo mai a dirle guarda Paolo mi ha cambiato la prospettiva sul mondo perché mi sentivo sempre come una che lecca il culo o si aspetta qualcosa, mentre da Paolo mi aspettavo solo che continuasse a scrivere e a leggere.

Così, quando mi sono iscritta al corso di scuola elementare, questo inverno, grazie alla mia amica La Pasionaria che ci viene pure lei e mi ha ricordato che era già iniziata, io non ci ho pensato due volte, ho detto questa cosa è troppo tempo che la rimando e la devo proprio fare.

E così sono iniziati lunedì sera tra il magico e anche un po’ il dionisiaco, che tutte le volte che uscivo da una lezione mi sentivo il cervello e il cuore scoppiare, desideravo solo ci fosse una biblioteca aperta per infilarmici dentro, non riuscivo più a leggere le migliaia di parole inutili che vengono stampate o digitate ogni giorno (le mie in primis) e avevo solo bisogno di LETTERATURA.

Ho letto più libri in queste settimane che in tutti i mesi precedenti. Grazie a Paolo ho conosciuto la poetessa Mariangela Gualtieri e quando a lezione lui ci ha letto il Sermone ai cuccioli della mia specie ho pianto dal profondo dell’anima, da quel centro che solo l’arte può attivare e – mi ricordo – ha pianto anche lui mentre leggeva. Ogni tanto capitava durante le lezioni. Paolo si commuoveva e non ne aveva nemmeno vergogna. Leggeva cose che probabilmente conosceva a memoria, eppure ogni volta si commuoveva. E noi rimanevamo lì, ad ascoltarlo.

E’ stato Paolo a salvarmi dalla bile che mi stava salendo per il risultato elettorale, quella sera era lunedì e lui ci parlò della scelta.

Leggemmo il discorso di Wallace ai laureati, quello che parla di scelta quotidiana.  L’ho dovuto rileggere centinaia di volte nella settimana successiva.

Un giorno ho pensato che questo post lo avesse scritto quasi per me, ho temuto fosse così, perché mi sembrava evidente che pendessi dalle sue labbra.

Paolo diceva che non serviva una storia per scrivere, bisognava solo cominciare a farlo e poi le storie sarebbero arrivate tutte. Tra le tante cose che ci raccontava, tra il personale e il letterario, ce ne fu una che mi intenerì tantissimo, il fatto che diceva che lui se pensava a Parma, la sua città natale, pensava che a Parma non sarebbe mai potuto capitare niente di brutto.

Che io se penso a Via Azzurra, dove sono nata, penso che in via Azzurra non possa mai capitare niente di brutto e da piccola – che si parlava molto di guerra atomica in quegli anni – io pensavo che in via Azzurra non poteva arrivare nessuna bomba, che c’erano i giardinetti e c’erano le strisce pedonali e c’era la mia terrazza azzurra come il nome della via.

E infatti Paolo questo incidente, che non è nemmeno il primo della sua vita, l0 ha avuto domenica tra Casalecchio e Bologna, a poche centinaia di metri da dove vive lui e altrettanti da dove vivo io.

E quando lunedì la libreria dove facciamo il corso ci ha scritto un’ora prima per dire che la scuola era interrotta fino a data da decidere perché Paolo aveva avuto un incidente, io ho sentito il cuore fare crac e non per la scuola, che ringrazio ogni istante di aver partecipato intanto a queste lezioni, ma per lui, perché uno come Paolo Nori – scrittore e anche persona – il mondo non può mica perderlo.

Uno come Paolo Nori deve continuare a fare l’intellettuale nel suo modo così particolare e unico.

L’intellettuale vero, quello trasversale a qualunque logica di potere, quello che  pensa con la sua testa almeno il 50% della giornata. Perché come ci ha detto una volta Paolo Nori, se almeno un pensiero al giorno nasce da noi, è davvero nostro e non riportato da qualcun altro, dobbiamo sentirci fortunati, che di solito, non ci pensiamo, ma la maggior parte delle cose che pensiamo sono riportate, sono di altri.

Comunque.

Da lunedì sto in ansia ma un po’ la libreria ci aveva rassicurato, dicendo che era fuori pericolo.

Poi ieri leggo le prime ANSA in cui trapela la notizia e la notizia è così fosca che non metto nemmeno il link. E allora supero quel pudore che ho nei suoi confronti e nei confronti della sua famiglia e scrivo alla mamma della Battaglia (sua figlia) che mi dice che invece sta meglio, che i medici li hanno rassicurati e che sarà una cosa lunga ma sembra procedere tutto come da copione positivo.

Riguardo a questo punto, esprimo il mio pensiero demandandolo proprio a Paolo Nori (che direbbe che così è comodo, che è un escamotage narrativo che mica mi sono inventata io eh?). E allora pesco Un inizio:

Ma quelli che scrivono sopra ai giornali, non gli capita mai che gli viene il dubbio che quello che scrivono son delle cagate?
Perché a leggerli sembra di no. Han sempre un tono che anche quando scrivono «Sembra che sia successa la tal cosa», tu diresti che sono sicuri al cento per cento che quella cosa lì che sembra che sia successa è successa davvero.
Come se non ci pensassero, che magari non è successa e stan facendo dei danni, come se non ci pensassero.
Be’, beati loro.
Io invece ho avuto sempre tanti di quei dubbi, nella mia vita.
Be’, beati loro.
Io invece a me, non lo so.
Mi verrebbe da ricominciare.

[La banda del formaggio, in preparazione]

Insomma, bisogna che ora gli mandiamo tante energie positive. Io inizio con una citazione da Il limbo delle fantasticazioni di Ermanno Cavazzoni, una cosa che mi ha fatto tanto pensare a Paolo e alla mia idea di arte:

Che cosa fa in pratica uno quando si dice che fa dell’arte? ad esempio quando fa la cosidetta letteratura? ad esempio il romanzo? Beh, se non è un pedissequo e sottomesso ripetitore di stereotipi, fa sempre delle cose un po’ sgangherate, nel senso che qui in questo campo si è sempre alle prime armi, difficile imparare il mestiere; anzi se uno l’impara, allora meglio che smetta. Perché questo è un campo dove si fanno parlare i fantasmi, e i fantasmi mediamente fanno quello che vogliono loro.

 

in memoria di Antonio Tabucchi

La chiave del quadro sta nella figura di fondo, è un gioco del rovescio. Forse sei troppo giovane per capire, alla tua età io non avrei capito, non avrei immaginato che la vita fosse come un gioco che giocavo nella mia infanzia a Buenos Aires, Pessoa è un genio perché ha capito che il risvolto delle cose, del reale e dell’Immaginario, la sua poesia è un juego del revés. Una persona è alla stessa finestra della sua infanzia, ma non è più la stessa persona e non è più la stessa finestra, perché il tempo cambia uomini e cose. La vita è un appuntamento, lo so di dire una banalità Monsieur, solo che noi non sappiamo mai il quando, il chi, il come e il dove. Un appuntamento e un viaggio, e poi nel grande viaggio si fanno dei viaggi, sono i nostri piccoli percorsi insignificanti sulla crosta di questo pianeta che a sua volta viaggia, ma verso dove?

E’ tutto un rebus.

E poi sai com’è la vita, è come una tessitura, tutti i fili si intrecciano, è questo che un giorno vorrei capire, vorrei vedere tutto il disegno.

[ Antonio Tabucchi, “Il gioco del rovescio”  tratto da vari racconti, non in ordine sequenziale]

Caro Tonino, così ti chiamavo nella mia intimità di lettrice e poi di laureanda, quando scrivevo la mia tesi sul fantastico e il doppio in Antonio Tabucchi. Tutti a dire ecco fai la tesi su Sostiene Pereira e io no, Tabucchi non è solo Sostiene Pereira, Tabucchi è un genio che sa tessere fili di letteratura, li fa rispecchiare, ha un retroterra culturale fatto di Pessoa, Pirandello, Fantastico, Cortazar e tante altre cose, non limitatevi a leggere Sostiene Pereira che è bello, ma non per quello, non solo per quello va ricordato Tabucchi.

Tabucchi è una persona che in ogni cosa che scrive ci mette dentro anche impegno civile e insieme ti fa venire il desiderio di leggere altro, ti mette dentro dubbi e non risposte, che la letteratura non deve dare risposte ma far venire voglia di cercare ancora.

E’ un rebus come la vita e come la politica, la letteratura.

E tu caro Tonino mi hai accompagnato nella mia crescita di persona e di lettrice e anche  – un po’ – di scribacchina. Tu Tonino mi hai insegnato a credere in me, nei miei sogni, che potevo fare la tesi che mi piaceva e che forse, anche su di te, che mi eri stato tanto vicino con i tuoi libri, nei momenti più oscuri della mia esistenza, potevo non scrivere banalità.

Ti ricordi la mia gioia quando scoprii il rovescio dell’estate di Sereni? Allora mi sentivo così felice, nessuno ne aveva mai scritto del vostro rapporto culturale, potevo farlo io, povera studentessa di Bologna. Quando sono venuta a Pordenone per conoscerti, caro Tonino, ero così emozionata che mi tremava la voce, ti ho fatto una domanda scema e mi sembrava solo di sentire tremare la mia voce. E quando, a Modena, ti ho consegnato la mia tesi?

Mi sembrava che la mia vita, così complicata, così abortita in tante parti di progetti, in quel momento fosse come a un riscatto: io mi stavo laureando, malgrado tutto mi stavo laureando e tu stringevi tra le mani la mia tesi.

“Le scriverò per dirle come mi è sembrata” mi dicesti e io ho cominciato ad aspettare, nella speranza di poter inserire la tua lettera in calce al mio lavoro, nel giorno della mia laurea. La tua lettera invece è arrivata una settimana dopo, in un pacco, con il tuo ultimo libro.

E non era una lettera battuta al computer, era una lettera scritta a mano, dove mi spiegavi cosa ti era piaciuto della mia tesi. Io, allora, stringendo tra le mani le tue parole ho pensato: “Ecco, adesso mi laureo veramente!”. Il giorno dopo sarei partita per la mia nuova vita milanese. Il giorno dopo sarebbe iniziato un altro giro, a un Master dove mi avevano accettata perché – pazza come un cavallo – avevo trasformato in html il tuo racconto Il gioco del rovescio, partendo dal quadro Las Meninas di Velasquez.

Caro Tonino, tu ieri te ne sei andato e lasci dentro di me un vuoto e un pieno. Il vuoto di non saperti più nel mondo, proprio ora che il nostro Paese, più che mai, avrebbe bisogno di persone come te. Lasci il pieno delle tue parole, dei tuoi saggi, delle tue traduzioni, dell’amore per la vita e per i dubbi che ci hai lasciato in eredità.

Scrivo e piango, piango e scrivo. Avrei voluto dedicarti qualcosa di più, ma tra le lacrime sfuoca la vista e io faccio fatica a stare dietro alle emozioni.

Con te muore un pezzettino di me. Con te è nata una fondamenta di me.

Alla memoria di Antonio Tabucchi.

Per approfondimenti:

Di Roberto Saviano

Ieri sera – caso del tutto eccezionale – la frollina dormiva alle 22, puntuale perché – caso del tutto eccezionale – io abbia potuto accendere la tv – caso del tutto eccezionale.

L’insieme di tutte queste casualità ha fatto si che io abbia visto la puntata di Che tempo che fa in cui Fazio ha intervistato Roberto Saviano. Continua a leggere