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Blogger nel 2005, blogger nel 2012: cos’è cambiato?

Le amiche di GGD Bologna hanno organizzato un bellissimo percorso formativo per il contrasto del Digital Divide proprio nel mio quartiere che è culminato in una giornata di Bar Camp, oggi, in Sala Cenerini (via Pietralata 60) a Bologna.

Mentre scrivo si sta tenendo la seconda parte del Camp dedicata a Networking e Territorio. Siete ancora in tempo per unirvi e ascoltare i relatori o per seguire l’evento su twitter grazie all’hashtag #nodigitaldivide.

Io non sono lì perché oggi pomeriggio starò con la mia bimba e il non marito, visto che ultimamente – causa lavoro di entrambi – facciamo un po’ fatica a passare tempo insieme.

Stamattina però ho partecipato ai lavori, raccontando la mia esperienza di blogger e l’evoluzione del ruolo del blogger dal 2005 (quando ho aperto Panzallaria) ad oggi.
I blogger allora – di solito – non dicevano di esserlo e di sicuro si era ancora all’alba (tranne forse per i blog tecnologici) di una possibile declinazione professionale dell’esperienza on line.

Durante il mio percorso personale ho avuto la fortuna di assistere e vivere in prima persona, a volte anche sperimentando, questo cambiamento e se allora andavo ai colloqui di lavoro senza mai tirare fuori la mia identità on line (rigorosamente anonima), oggi è proprio grazie a quella che lavoro di più.

E se allora molte persone aprivano blog “inconsapevolmente”, per raccontare e fare rete con altri blogger, in una sorta di elite digitale, oggi c’è chi fa riflessioni profonde su come vuole stare in rete e con quali obiettivi (anche professionali) prima di aprirsi un blog.
Molto più di ieri, persone con cultura e età simile alla mia scelgono di aprire un blog per trasformarlo in un progetto imprenditoriale o per farne il proprio curriculum, cosa che nel 2005 accadeva solo per pochi (non certo per la sottoscritta).

Da una parte si è definita una professionalità, dall’altra si è creato un assioma “mitico” e non realistico, ovvero che  qualsiasi blog può diventare un lavoro.

Per quanto mi riguarda, mi sembra sempre fondamentale dire che per fare questo lavoro un blog è indispensabile, ma certo non basta e che la formazione ha un ruolo fondamentale.

Una formazione specialistica ma anche continua. Io non lavoro perché ho aperto Panzallaria ma perché ho alle spalle scelte precise, anni di studio e di gavetta che mi hanno portato a gestire Panzallaria in modo tale che potesse emergere e – di conseguenza – diventare uno spazio per farmi conoscere anche professionalmente e mettere in gioco la mia creatività.
Non è una differenza da poco e invito sempre, chi mi chiede consigli per fare questo lavoro, a non sottovalutarla.
Studiare, avere un progetto personale e professionale, valorizzare le proprie conoscenze e esperienza pregresse sono gli unici modi per poter fare questo lavoro.
Si può essere dei bravissimi blogger per talento personale, ma come in tutte le cose, il talento va affinato sempre.

La base “creativa” di questo lavoro va sempre accompagnata a uno spirito un po’ “ragioniere” e a una vision sulla propria formazione che non bisogna mai abbandonare.

Ecco le slides che ho usato oggi: mi hanno dato l’occasione di riflettere sul mio percorso in modo meno caotico di quanto non abbia mai fatto (che mentre vivi, è più difficile guardare le cose con obiettività).

Su storify il report dell’evento

Il Web, i Social, i blog e le tecnologie: possibili opportunità di lavoro per le donne?

In che modo avere un blog, usare i Social Network, essere in rete e conoscere alcuni linguaggi del web mi è servito per lavorare? In che modo la mia esperienza può essere l’exemplum dell’esperienza di altre persone? Quali sono le opportunità della Rete per le donne?

Queste sono solo alcune delle domande e delle riflessioni che – fatte in progress – insieme ad altre donne (GGD Bologna, Mara Cinquepalmi) – hanno portato all’idea e alla realizzazione (io per conto dell’associazione Donne Pensanti) di un evento che si terrà  sabato 15 ottobre 2011 a Bologna: Le nuove professioni delle donne e a cui siete tutti invitati e dove spero di incontrare parecchie delle donne che seguono questo blog.

Tutte le volte che mi chiedono: “Ma tu precisamente che lavoro fai?” oppure “Ma si può campare di blogging?” rispondere a parole non è affatto facile, eppure credo che per chi verrà ad ascoltare le relatrici di quell’evento, sarà tutto abbastanza manifesto.

No. Non si può vivere di solo blogging. Sia chiaro. E infatti io non faccio solo quello e infatti io sono sempre alla ricerca di nuove partnership (a buon intenditor…;-)) e oltre alla parte di scrittura, che è senz’altro quella che preferisco, affianco anche il lavoro sui Social Media, di pubbliche relazioni – che cerco di fare secondo un codice etico preciso – e di valorizzazione di contenuti editoriali.

Ma è vero che il blog è un biglietto da visita importante se hai delle idee. Sia che l’idea sia la stessa per cui apri un blog, ovvero scrivere, sia che l’idea sia una lampadina geniale, accesa nel cervello, che vuoi riuscire a fare conoscere.

Perché il blog, in quanto strumento in progress, racconta un divenire ed è molto difficile trasformarsi in ciò che non si è, in un divenire. Il bluff riesce per tempi limitati.

La rete oggi si crea sui Social, il tuo blog (e quindi la tua idea) la promuovi sui Social e attraverso i legami deboli puoi far conoscere il valore di quello che dici, di quello che fai e di come lo fai. Ne ho parlato altre volte, si chiama anche Personal Branding.

A molti sembra scontato quanto possa essere importante il web per la propria professione, ma non lo è affatto per un sacco di gente. L’idea di raccontare (attraverso speech e anche attraverso workshop pratici) quanto alcune donne sono riuscite a fare grazie alla rete, affinché sia di esempio e sprone per altre donne, vuole essere un modo concreto di condividere esperienze e conoscenza e di coinvolgere persone che – in particolari momenti della vita – sono “esiliate” dal mondo del lavoro. Volenti o nolenti.

I dati sull’occupazione femminile e sul divario salariale tra uomo e donna nel nostro Paese, non sono confortanti e se da una parte dobbiamo pretendere dalle Istituzioni leggi e provvedimenti che invertano la rotta, dall’altra bisogna rimboccarsi le maniche e diventare anche artefici del cambiamento, in prima persona.

La rete in questo può aiutare.

Sottolineo quel “può” perché troppo spesso viene invocata illusoriamente come panacea di tutti i mali, specie delle donne, specie delle mamme in cerca di lavoro.  Le mamme sono oggi il target più ghiotto per moltissime aziende e le blogger che hanno figli diventano spesso l’obiettivo di qualsiasi tipo di engagement che può diventare, quando non trasparente, anche illusione di un possibile lavoro futuro (in alcuni casi sottopagato), per ciò occorre attenzione e consapevolezza, entrambe competenze che si sviluppano con la conoscenza e la partecipazione dei/ai fenomeni.

Se dal punto di vista professionale, i lavoratori del settore ICT sono prevalentemente uomini, tra gli utenti la presenza femminile è fortissima (in Italia il 45% delle donne naviga in Rete): vogliamo lasciare che un ambiente dove puoi modellare la tua professione e la tua idea creativa come la Rete rimanga appannaggio professionale prevalente degli uomini?

Negli ultimi 3 anni (lo so bene) si è parlato moltissimo di “mamme blogger”, codificando un’etichetta e uno stile: la mamma blogger è ironica, multitasking, rimpiange l’aperitivo mentre cambia i pannolini e i pannolini mentre beve l’aperitivo, gira con I-pad ed è tecnologicamente molto attiva in rete, frequentando community di altre mamme geek.

Questa etichetta e tutti i suoi decalages hanno creato un modello al quale molte nuove protagoniste della Rete tendono a volere assomigliare. Il modello – fatto nascere anche da molti Media tradizionali –  è legato alla necessità (sociologica, ma anche di marketing) di dover creare stereotipi che servano a contenere i fenomeni, a descriverli.

Ha degli aspetti positivi (ha valorizzato certamente una fetta della rete italiana e ha moltiplicato l’informazione legata ai temi della genitorialità) ma anche degli aspetti negativi: rischia di diventare un’arma a doppio taglio per le donne in rete che se non aderiscono a quel modello (successo e lavoro compreso), rischiano di sentirsi inadeguate, fuori posto un’altra volta.

Dopo aver colonizzato il web, l’imperfezione a cui abbiamo tessuto lodi in tante, si fa perfettibilità per altre, diventando un cane che si morde la coda e che alimenta la paura delle donne di fare squadra.

Lo dico con cognizione di causa perché sono certa di aver fomentato – in parte – anche io quel modello (sono in fase outing).

Ebbene, questo evento “Le nuove professioni delle donne” non vuole essere una vetrina per blogger e professioniste affermate, tutt’altro.

Vuole essere un modo per ribadire l’importanza di fare modello a se’, anche professionalmente, trovando il proprio “posizionamento” on line che è – soprattutto – conseguenza di una forte identità di idea.

Chiunque può avere un idea imprenditoriale: la rete ci offre l’occasione per provare a realizzarla. Per farlo non servono magie, non è necessario assomigliare “a quella blogger che è tanto brava e ha avuto successo” ma occorre tenere i piedi per terra, saper riconoscere l’ecosistema in cui ci si inserisce, creare legami ma con la consapevolezza del fatto che lo si sta facendo professionalmente (e dunque saper riconoscere gli amici dai contatti professionali) e affermare la propria identità con orgoglio e passione.

Dati questi primi ingredienti, poi c’è tanto lavoro di costruzione e disciplina che ha poco a che vedere con frasi mitologiche (o da buzz marketing di ultima categoria) del tipo “Diventa ricco con il tuo blog”! che fanno ridere anche i polli.

Vi aspettiamo sabato a Bologna. Ci potete seguire anche su twitter #NPDonne e se volete, nel frattempo potete leggere su Articolo37 le interviste ad alcune delle ospiti che si avvicenderanno quel giorno o – domani, ascoltare l’intervista in diretta su Radio Città del Capo a Linda Serra delle GGD che racconterà come è nato e si struttura l’evento.

L’evento sarà anche in streaming, per ciò se siete troppo lontane da Bologna e volete seguirlo, potete farlo dal vostro PC!

Articoli (esterni) correlati

Donne e lavoro: qualche dato sulla situazione italiana

Si avvicina il 15 ottobre e l’evento Le nuove professioni delle donne e per l’occasione sul Magazine proporremo diversi approfondimenti legati al rapporto donne e lavoro e in particolare alle professioni tecnologiche. Per un caso fortuito, proprio la settimana scorsa la rivista Internazionale ha dedicato l’articolo di punta a Sheryl Sandberg, che si occupa del Business di Facebook e che è molto attenta alla questione di genere.

Le grandi aziende del web e dei Social Media sono a conduzione a maggioranza maschile e le donne – che in Italia, per esempio, rappresentano quelle che più di tutti usano la rete (vedi rapporto Nielsen 2011) – rimangono nelle retrovie.

Motivo? Potremmo parlarne ore. Potremmo dire che i pregiudizi secondo i quali i lavori Hi-tech sono appannaggio maschile faticano a morire. Potremmo parlare di questioni culturali, ma dobbiamo sottolineare anche un dato su cui Sandborg fa ben riflettere, ovvero il diverso approccio delle donne nei confronti della carriera e della rappresentazione del se professionale. Mentre gli uomini sanno proporsi, le donne brave “vanno stanate”, faticano a emergere in autonomia per quel senso di inadeguatezza atavico che ci rigetta nelle retrovie, pur avendo tutti i numeri per essere in testa.

Il web invece offre l’opportunità di essere una piazza virtuale in cui farsi conoscere, gestire il proprio profilo con efficacia e promuovere la propria attività professionale. Non panacea di tutti i mali e nemmeno sicura via di guadagno, sia ben inteso, ma certamente luogo dove si può fare personal branding e costruire la propria identità digitale in maniera trasparente e sociale.

Ma veniamo alla situazione in Italia.

L’ultimo rapporto Istat (primo trimestre 2011) ci dice che le donne occupate in Italia sono il 46,4% a fronte del 67,7% degli uomini. Sono le donne del Mezzogiorno quelle che vincono la maglia nera con un 44% di disoccupazione.

Inquietante sapere che ci sono moltissime persone inoccupate e di queste, la maggioranza è rappresentata dagli “scoraggiati”.

C’è un altro dato per il quale l’Italia risulta molto al di sotto dei parametri fissati a Lisbona, ovvero la differenza salariale tra uomini e donne. Su questo dato Genio Donna ha elaborato un interessante report (pdf) che evidenzia come a parità di posizione, gli uomini guadagnino nettamente più delle donne. Il differenziale colpisce soprattutto le “fasce alte”, ovvero le posizioni manageriali.

E’ chiaro che la situazione italiana (ma in questo non siamo gli unici) è emblematica di come la parità salariale e di opportunità tra donne e uomini non sia affatto raggiunta. C’è molto da fare e deve essere fatto dalle Istituzioni ma anche da noi, per un cambiamento culturale profondo degli uomini e delle donne.

 

Il lavoro e le donne: perché a volte siamo conniventi di situazioni ingiuste?

Donna al lavoro

Di oggi un articolo di Repubblica sugli scoraggianti dati occupazionali al femminile del nostro Paese.

Nel 2010 esistono ancora situazioni professionali e zone d’Italia dove essere donna è un fattore discriminante non solo per una realizzazione professionale ma anche per mantenere un qualsiasi lavoro.

  • Quanto c’entrano la maternità e i maggiori impegni familiari di cui spesso si fanno carico le donne?
  • Quante donne scelgono di rimanere a casa dal lavoro perché la ricerca è estenuante e spesso il gioco non vale la candela?

Sul rapporto donne e lavoro si crea spesso un muro di omertà: pochissime donne hanno il coraggio di fare nomi e cognomi, a fronte di esperienze negative, per paura di essere TAGLIATE FUORI, che il LICENZIAMENTO non sia la cosa peggiore.

Ci sono donne che firmano, al momento dell’assunzione, lettere in bianco di licenziamento che verranno – all’uopo – usate dal datore di lavoro per “liberarsi” di loro in modo pulito e senza alcun appiglio legale.

Perché queste donne ACCETTANO di firmare queste lettere?

Il 10 settembre 2010 sarò ospite di Salotto Precario alla Festa Provinciale dell’Unità di Bologna per parlare di questi temi.

Sto raccogliendo riflessioni e esperienze personali sul social net di Donne Pensanti ma mi piacerebbe ricevere anche il parere dei lettori di Panzallaria, magari con un focus sulla maternità e una riflessione sul perché – a volte – le persone si sentono di non avere altra scelta che diventare conniventi di situazioni ingiuste, giocate sulla loro stessa pelle.

Rompiamo il muro di omertà! Parliamone di questi temi.

Se ne parla anche su friendfeed:

L’Umanista Informatico secondo me: storia di un matrimonio felice

Nerd innamorati

Il blog di Sergio Maistrello, per chi lavora con le parole e la Rete è una fonte imprescindibile di approfondimento.

Così anche oggi, oltre all’interessantissima analisi su Facebook (da giorni stavo pensando anche io di fare il punto sulla mia personale evoluzione nell’uso di quel social net), grazie a lui ho scovato questo ebook: L’Umanista Informatico di Fabio Brivio e ho ovviamente dato un’occhiata alla titolazione dei capitoli e ai contenuti, dato che mi sono sentita presa in causa.

Mi è venuta anche voglia di parlarne, finalmente, della figura dell’Umanista Informatico verso la quale sembra si inizi a nutrire qualche interesse.

Sono passati quasi 10 anni da quando, raccontando agli amici della mia scelta di frequentare un Master in Informatica e Comunicazione per le scienze umanistiche, tutti mi guardavano come se mi fossi convertita all’Islam.

Mi ero laureata in Lettere, con una tesi in Letteratura contemporanea e avevo intenzione di passare dall’altra parte della barricata? Davvero mi volevo occupare “di computer”?

Durante gli ultimi anni di Università avevo intuito, grazie a un corso di Informatica Umanistica (davvero all’avanguardia per allora) che la Rete, il linguaggio semantico del Web e le implicazioni che avrebbe avuto un nuovo modo di raccontare il mondo e entrare in connessione che Internet offriva, erano strettamente apparentati con le scienze cognitive, la filosofia, la linguistica.

Quel corso cambiò decisamente il corso delle mie scelte. Perché se prima di allora il futuro professionale mi appariva come una nebulosa e l’unica certezza che avevo era che sarei stata parte della folta schiera di laureati in materie letterarie che finiscono disoccupati o che si ritrovano a fare un lavoro lontanissimo dalle proprie aspirazioni, dopo un anno tra html, css  e riflessioni attorno alle conseguenze della struttura associativa del web sul pensiero, capii che quella era la mia strada.

Non fu una strada facile. Non fu solo filosofia o linguistica o scienze teoriche.

Un umanista che ha voglia di lavorare con il web, posizionandosi in quel punto intermedio tra chi si occupa esclusivamente di contenuti in maniera tradizionale e il “nerd” informatico che “sputacchia” codice (come diceva sempre un mio Professore) deve dismettere per un po’ ciò che gli sta più a cuore (le scienze umane), tenendosi cara la struttura del pensiero che ha acquisito negli anni dell’Università, per immergersi in codici di marcatura, programmazione, logiche di progettazione di un database relazionale e deve cimentarsi in materie che lo faranno sentire, spesso, un po’ deficiente.

Come se fosse atterrato su un altro pianeta.

L’informatico guarda all’umanista che si avventura nel suo mondo con scetticismo e a volte disprezzo. Potrai fargli la domanda più intelligente e arguta che abbia mai sentito e la sua prima risposta sarà sempre la stessa e sempre con il medesimo tono: strascicato e annoiato.

“Ma è’ acceso il computer?”

Prima di rompere il muro della diffidenza ci vorrà tempo, sangue e sudore.

L’Umanista tradizionale che ha a che fare con l’Umanista Informatico lo tratta quasi sempre come se fosse un tecnico della Telecom. Dal collega della carta dovrai aspettarti principalmente una sola domanda:

“Mi puoi aggiustare il computer? Ho lo schermo che fa le farfalle…”

I primi anni non sono di vita facile.

In compenso, una volta che avrai bevuto al Sacro Graal della programmazione e avrai costruito almeno un centinaio di pagine in Html strict usando il blocco note (e non qualche editor, che così sono capaci tutti!) per espiare i tuoi peccati di fine italianista, potrai tornare alle parole.

Alle parole del web.

Sarà come una folgorazione e ti renderai conto che hai un bagaglio di conoscenze che è un VALORE AGGIUNTO e che se anche non programmerai mai in php, il fatto stesso di sapere cos’è il php ti rende in grado di dialogare con l’informatico della scrivania accanto senza la sensazione di stare seduto accanto a uno stregone che prepara veleni e pozioni mefitiche.

E se la prima volta lui ti farà sempre quella stessa domanda sul tasto di accensione, poi riuscirai a conquistare la sua fiducia facendogli capire che anche tu hai a cuore accessibilità e usabilità e che conosci benissimo i vantaggi dell’inserimento di un Link relativo piuttosto che assoluto.

Il web si muove in un territorio solo apparentemente lontano alle scienze umanistiche: l’xml è basato sulla Semantica e la categorizzazione gerarchica, avendo molto a che fare con alcuni dei principali orientamenti filosofici occidentali.

La struttura associativa con cui si costruisce la narrazione in Rete ricalca il modo in cui la nostra mente produce le idee ed è molto affascinante studiare i legami che ci sono tra strutture del web e riconfigurazione del pensiero e del sapere.

Da quando esiste la Rete la linearità che aveva acquistato enorme spazio grazie all’invenzione della scrittura ha lasciato margini di crescita al pensiero associativo, molto più di quanto oggi non ci rendiamo conto.

L’Umanista Informatico trova lavoro molto più facilmente e efficacemente dell’Umanista tradizionale. Dieci anni fa in pochi ne intuivano l’importanza ma oggi le principali aziende che si occupano di comunicazione web hanno capito che siamo merce preziosa.

Lavorare con le parole e con la progettazione di siti, blog, social network è una sfida affascinante e devo ammettere che non mi sono mai pentita della mia scelta, credo anzi che sia molto importante certificare questo tipo di figura professionale e farne percepire le potenzialità anche a chi è coinvolto, a vario titolo, nella gestione dei contenuti del web.

Ho voluto scrivere questo post, raccontando la mia esperienza professionale (da stagista schiava in veste di HTMLlista sono passata a editor per poi occuparmi di contenuti e social network, fino a creare progetti complessi che hanno a che fare con la struttura delle reti sociali, come ad esempio donne pensanti) perché credo che oggi, in un Paese dove i laureati sono carne da macello della precarietà, specializzarsi in Comunicazione e Informatica sia una grandissima opportunità per tutti coloro che hanno scelto Facoltà come la mia.

Per dire: io ho sempre avuto opportunità professionali e quando non le ho colte è stata per una scelta personale.

Ho voluto scrivere questo post perché sono felice di constatare che si comincia a parlare di questo tema e non credo sia un caso il fatto che nella stessa settimana trovo il libro di Brivio e vengo invitata a un incontro con i neo laureati in Facoltà Umanistiche dell’Università di Trento per raccontare della mia esperienza.

Ho voluto scrivere questo post perché in Italia l’Umanista informatico è prima di tutto (e spesso solamente) colui che utilizza i mezzi informatici con fini didattici, mentre è importante dare rilievo al contributo che un umanista può dare professionalmente, anche fuori dalla scuola o dall’Accademia, nell’ambito della comunicazione.

Per approfondire:

  • Il post in cui Fabio spiega perché ha scritto il libro L’Informatico Umanistico
  • L‘informatica umanistica secondo wikipedia (è dato ampio spazio all’accezione più comune del termine secondo cui l’umanista che utilizza l’informatica lo fa prevalentemente come strumento didattico)
  • L’articolo Il linguaggio oltre il linguaggio di Massimo Parodi, sulla rivista Informatica Umanistica (Parodi è il professore che nel 200o diede vita al Master che ho frequentato, presso l’Università di Milano)
  • Sito ufficiale della Facoltà di Informatica Umanistica dell’Università di Pisa (l’unico corso di laurea attualmente in Italia che si occupa di Informatica Umanistica)

Il lavoro spiegato a e da Frollina


Frollina: Perché papà non c’è stamattina?

Panz: E’ andato a Roma. Per lavorare. E’ partito presto.

Frollina: Cos’è lavorare?

Panz: Lavorare è quella cosa che si fa per portare a casa dei soldini.

Frollina: Perché?

Panz: Allora. Tu fai qualcosa che serve a un’altra persona. Lei in cambio ti dà i soldini e tu ci compri la pappa, i giochi, i libri, i vestiti.

Così siete entrambi felici.

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Panz al Mam

Di fretta scrivo perché di fretta vado. Che qua, questa scarlattina rende più vispi di un tiro di coca. Diciamolo: gran bazza l’esantema. A parte la prigionia forzata e l’overdose di antibiotici, la frollina sembra più in forma di un grillo!

Ieri sono stata al Mam

Soccia.

Mi sono divertita.

E’ venuta a prendermi in stazione Extramamma con la sua mini rossa. Abbiamo parlato di tantissime cose mentre tentavamo di raggiungere la meta  e sommando i due sensi dell’orientamento ci perdevamo ad ogni incrocio.

E’ proprio come me la sentivo nelle mail e sul suo blog: fantastica. Materna. Intelligente.

Al Mam ho conosciuto e rivisto molte mamme che seguivo solo sui loro blog o che erano passate di qui:  Smile1510, Orma, Smamma e molte altre (non ce la faccio a inserire i link di tutte, scusatemi!). Continua a leggere

Perché parteciperò al MamCamp

Il 23 maggio 2009 andrò a Milano per partecipare al MamCamp. Sulla scia dei BarCamp, il Gruppo 24 ore e Fattore Mamma hanno organizzato questa iniziativa per parlare di come internet può essere un motore di innovazione, creatività, sviluppo di idee e promozione di lavoro per moltissime mamme. Per condividere esperienze e lanciare proposte. Per ascoltare idee e per incentivare chi ancora si deve lanciare in questo mondo e vuole capire se è una strada percorribile.

Il Camp si rivolge alle mamme. Tutte. Non serve avere un blog o lavorare con la Rete: basta la curiosità, un’idea nel cassetto. Ma anche no. Continua a leggere

A volte ritorna: il lavoro

Il fatto di avere una specie di lavoro che mi consentirà di guadagnare una specie di stipendio tutti i mesi mi fa davvero strano. Lo giuro.

Mi fa strano pensare di nuovo a me come professionista a cui gli altri debbano dare fiducia.

Mi fa strano perché – come molte persone della mia generazione e donne della mia età che hanno messo in mezzo un figlio – sono abituata davvero male.

Mi fa strano se mi guardo indietro. Non più tardi di 5 mesi fa mi sentivo professionalmente finita e forse – proprio perché mi sentivo così – tutto ha cominciato di nuovo a girare. Perché il lavoro, l’ho scoperto in questo frangente, è come l’amore vero: arriva quando meno te lo aspetti. Continua a leggere

Liquida Panz

Siore e siori. Esiste in Rete un Portale che si chiama Liquida.it e che monitora e segnala i migliori blog d’Italia. E’ un bel portale perché tu ci vai ed è come leggere un giornale, solo che il giornale lo fanno i blog che Liquida seleziona.

Poi, dentro al portale c’è un magazine che cerca di selezionare gli argomenti più interessanti che emergono da questi blog e ci sono delle persone che scrivono articoli che hanno l’obiettivo di far emergere il valore di quei blog.

Una di quelle persone, da oggi, sono io.

Scrivo di maternità, cari miei. E hanno appena pubblicato il mio primo articolo sui congedi parentali e l’alternanza mamma/papà

MI pagano anche, cari miei. Così lo posso chiamare quasi lavoro. Diciamo lavoretto. Un lavoretto bello perché nasce da una mia passione per la blogosfera, per cui, cari miei, dite bene che culo.

Venitemi a trovare.