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Lo shopping di una donna scesa da Marte

Mettete una donna “scesa da Marte”, come dice sempre Tino, che una sera guarda una foto che le hanno scattato e si accorge che si, è proprio vero, la sua immagine è diversa e la prima cosa che le viene proprio naturale, perché diciamolo – su Marte funziona così – è mettersi a piangere come una mocciosa, in preda a una strana confusione.

Aggiungete un guardaroba in cui il capo più elegante risale al 1992 e solo per puro caso non è provvisto di spalline e quello meno largo lo potrebbe infilare tutta la squadra di calcio femminile (tutte le componenti insieme, beninteso).

Sottraete gusto e capacità di prendersi cura di se’.

Mescolate confusione, insicurezza, narcisismo, anima nera e totale assenza di stile.

Rimescolate confusione, desiderio di mettersi in gioco, voglia di cambiare e un pizzico di soddisfazione per i risultati raggiunti e per quelli che si vogliono raggiungere.

Eccomi. Sono qua.

In un sabato mattina di inverno.

Frollina a un pigiama party da un’amica.

Tino che riceve un sms invitante sugli sconti scontatissimi all’outlet fuori porta.

Noi che entriamo nel negozio e io che mi metto a guardare in giro. Prima timida. Incerta. Spaventata.

“E se non ci fosse la mia taglia?”.

Faccio uscire la testolina dal giaccone, comincio a esplorare, annusare l’aria, guardarmi in giro. Evito le commesse, cerco di non incrociare il loro sguardo.

Una però mi ha visto. Viene verso di me. Oddio, adesso cosa faccio?

Giuro che se mi guarda con sprezzo e comincia a fare del sarcasmo sul fatto che non ha la mia taglia, io giuro le sputo in un occhio.

Eccola. E’ qui e sembra mansueta. Deve avere già mangiato. Non morde.

Vuole aiutarmi.

Mi ascolta.

Trova una gonna che sembra fatta apposta per me.

E anche una maglia, anche un cappotto, due lupetto (si chiameranno ancora così i maglioncini a collo alto?), un cardigan, un vestito, due paia di leggins.

Tino mi guarda. Sorride. “Pago io” dice. “Prova tutto” dice.

Mi sento Julia Roberts.

Non fa in tempo a finire la frase che sono già dentro al camerino.

Dexter, la mia anima nera, mi dice di fare attenzione, che tanto non ci entro in tutta quella roba, le rispondo di tacere e nel frattempo ho già due maglie, una sopra l’altra, un cappotto, due cappotti, un pantalone indossato, l’altro è già sul bancone, tutto, tutto, prendo tutto, è tutto bellissimo, guarda mi sta tutto, cazzo mi sta tutto, cazzo POSSO COMPRARMI UN CAPPOTTO!, sai cosa c’è? c’è che di cappotti io me ne prendo due, cazzo! Ma quanto è bella questa gonna? Ho sempre desiderato una gonna così!

“Avete anche dei pantaloni?”

“No quelli non mi piacciono. Gli altri non mi vanno bene. Mi stanno LARGHI.” Larghi? ho detto “larghi”?

Da quanto tempo non provavo questa sensazione: un paio di pantaloni che mi stanno larghi. Anche il cappotto, mi sono provata una taglia ma ho dovuto prendere quella più piccola.

Tino paga. La commessa mi guarda come si guarda a un pulcino appena uscito dal guscio. Giuro. Siamo rimasti in 5 dentro al negozio: 3 commesse e noi. Hanno capito. Hanno capito che sono scesa da Marte e da troppo tempo non faccio shopping.

Che strano. Dite che è stato perché sono voluta uscire dal negozio con il cappottino nuovo addosso e mi hanno dovuto rincorrere per tagliare l’etichetta che penzolava dal bavero?

Ecco, oggi colgo tutto l’aspetto futile e narciso dell’essere dimagrita. Io che mi batto ogni giorno contro la futilità, oggi ne amo ogni stilla, ogni aspetto.

Laddove non può la serrata analisi di se’, a volte arriva un cappotto nuovo. E così, la mia anima nera ed io decidiamo che è arrivato il momento di non temere più il nostro aspetto, che è arrivato il momento di cominciare a prenderci cura anche del lato estetico di questo progetto che sto portando avanti.

E entriamo perfino in una profumeria. Non compro trucchi da quando hanno inventato l’eyeliner (che nel frattempo, scopro non senza un po’ di tristezza, è anche passato di moda), il mio rimmel (o mascara, forse adesso si dice mascara) è così duro che quando lo metto è meglio non mi pesi se no addio 21 chili persi.

Ho un fondotinta con cui potrei partecipare a una gara di creazione di vasellame.

La commessa capisce immediatamente. Il biglietto del mio viaggio da Marte spunta dal taschino del mio nuovo e fighissimo cappotto nuovo.

Mi prende sotto la sua ala protettrice. Sbatte le lunghe ciglia e mi spiega la differenza tra coprente e naturale, mi racconta dell’invenzione del super primer, mi mostra ombretti che si spalmano come fossero matite.

Studia la mia pelle e mi offre su un vassoio d’argento tutte le meraviglie della cosmesi contemporanea.

E dopo avermi fatto accendere un mutuo, mi riempie di campioncini e finti bisogni e meravigliose futilità che mi fanno sentire una quarantenne figa.

Molto figa.

Prima di uscire mi guarda, con il sorriso di una mamma chioccia e mi dice: “Torni a farmi vedere come sta, domani!”.

E io sono felice.

Futilmente felice.

E la mia nuova immagine mi fa un po’ meno paura.