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CoderDojo arriva a Milano: piccoli smanettoni crescono!

Un progetto del genere non poteva che intrigarmi parecchio: credo molto nella tecnologia come opportunità creativa e sono convinta che valorizzare questo aspetto anche con i bambini sia abilitante per un loro uso consapevole della Rete e del digitale in generale. Il mio motto è: raccontiamo gli usi creativi e stimoliamoli per sviluppare anticorpi a un uso negativo del mezzo e favorire la vera innovazione culturale di questo Paese. 

Ecco allora Coder Dojo, un progetto internazionale che è sbarcato anche in Italia e che avvicina i bambini dai 7 anni alla programmazione. Per la serie “baby smanettoni del mondo unitevi!”, un’idea senza scopo di lucro e completamente volontaria a cui anche i Media tradizionali stanno riservando grande attenzione. Ho avuto l’onore di poter intervistare i fondatori dell’iniziativa milanese. Ecco cosa mi hanno raccontato.

Il progetto CoderDojo in breve

Direttamente dal sito www.coderdojo.com: “A global collaboration providing free and open learning to young people, especially in programming technology”.

 Quando e perché avete deciso di portarlo a Milano e chi siete?

Un giorno nostro figlio David di 11 anni ha chiesto al papà: “Ho in testa un videogioco e vorrei realizzarlo, mi insegni a programmare?”. Angelo, mio marito, parlando per caso con un suo ex-collega e carissimo amico, con cui condivide gli interessi per la programmazione, è venuto a conoscenza di questa iniziativa e insieme hanno deciso di portarla a Milano. In generale crediamo che la programmazione sia un ottimo strumento per consentire ai bambini di esprimere la propria creatività. Chi siamo: adulti di età variabile tra i 25 e i 43 anni che condividono la passione per la programmazione e/o la convinzione che occorre dare ai bambini dei validi strumenti per esprimere la propria creatività.

 Bambini e bambine: sono più i programmatori maschi o femmine?

Per ora sono di più i bambini 80% ma ci sono tutti i presupposti per pensare che il divario si assottigli.In ogni caso sia bambini che bambine senza alcuna distinzione si divertono tantissimo, creano giochi strepitosi e sono concentratissimi! A volte non vogliono fare nemmeno la pausa merenda!

A parte la nostra pedagogista, ovvero io!, non abbiamo mentor donne, ma già dal prossimo appuntamento ci potrebbero essere novità in questo senso.

I genitori che accompagnano i figli: che reazioni e domande hanno di fronte al progetto?

I genitori, nessuno escluso, sono entusiasti almeno quanto i figli. Qualcuno si è già spinto oltre e si è reso disponibile per pubblicizzare l’iniziativa all’interno della propria azienda, qualcun altro ci sta già aiutando a promuoverci, anche sui social network. Spesso, mentre i figli creano, approfittano per fare domande o chiedere come possono aiutare i figli ad usare responsabilmente le nuove tecnologie.

Il messaggio che noi vorremmo fare arrivare è che programmare è cool, mentre il cyberbullismo non lo è. Si dice che “Prevenire è meglio che curare”, ma per noi è meglio ancora promuovere. Quindi desideriamo far sperimentare ai bambini le risorse sorprendenti della rete e delle nuove tecnologie e renderli protagonisti e responsabili.

 Che consigli vi sentireste di dare a qualcuno che volesse replicare il progetto in un’altra città? Quali sono le criticità oggi?

Il consiglio è di non pensarci troppo e di buttarsi nell’iniziativa: uno spazio dove stare, anche provvisorio, all’inizio si trova sempre. La generosità delle persone che si vogliono mettere in gioco per insegnare ai bambini è tanta. Le criticità: l’unico rischio è che la cosa diventi virale e gli spazi non bastino più e occorre trovare altri volontari, ma è un rischio che si corre volentieri ;-). Ora che stiamo crescendo un po’ avremmo bisogno di qualche soldo che cercheremo di ottenere attraverso sponsorizzazioni ma all’inizio è davvero a costo zero.

 CoderDojo e istituzioni: è possibile pensare a un coinvolgimento delle istituzioni locali secondo la vostra esperienza o snaturerebbe il progetto?

No, è auspicato. Noi abbiamo contattato il Comune di Milano, dove abbiamo trovato persone che ci hanno ascoltato e hanno dimostrato interesse per CoderDojo; lavoreremo in futuro per ottenere un patrocinio che ci aiuti nella promozione dell’iniziativa.

 I canali social del gruppo di Milano

 

Una bambina di 6 anni mi mette in crisi

I bambini ad andare alle elementari cambiano un sacco.

Cambiano modo di parlare e di atteggiarsi e cominciano a scrivere come dei matti.

Frollina adesso scrive sempre. Ci ha il suo diario segreto, ci ha il diario di babbo natale, ha pure un quaderno dove raccoglie i “ricordi dell’infanzia”, lei che ormai si sente un donnino.

A lei piacciono molto le liste. Fa liste di posti che le sono piaciuti, fa liste delle sue migliori amiche, fa liste di quelli che ama.

In questi mesi di scuola ha conosciuto tanti nuovi amici, ha sviluppato simpatie ma anche antipatie e se alla materna le andavano bene tutti, adesso ti dice che quella bimba, si ci gioca, ma non è tanto simpatica. Adora una sua amica in particolare, con cui hanno sviluppato un rapporto di amore/odio e quando litigano lei piange delle ore, si chiude in camera e si vede proprio che ci sta male. Tutte le volte che succede va a prendere quella lista delle amiche migliori e con la matita passa sopra un segno netto e rabbioso al nome di questa bambina.

Il giorno dopo fanno pace e lei riscrive il nome in fondo alla lista. Quella bambina lì, il suo nome, compare un numero infinito di volte, cancellata e riscritta, sul foglio delle amiche.

Poi c’è questa cosa del linguaggio. Passando tempo con bambini più grandi – specialmente sullo scuolabus – impara sempre delle cose nuove e certe volte ci lascia di stucco, perché ci fa delle domande che un genitore dovrebbe quanto meno prepararsi un attimo prima di rispondere.

Una volta è arrivata con il dito medio alzato e mi ha chiesto perché un bambino avesse fatto quel gesto a un altro bambino. Cosa significa? Perché lo spingeva verso l’alto?

Io mi impapino tra logica e anatomia, non so mica cosa rispondere e lei mi fissa con i suoi occhietti tondi e non molla la presa fino a quando non è soddisfatta.

Domenica stavamo cercando una cosa in camera mia ed è caduta la scatola dove conservo le vecchie lettere che mi hanno mandato nella mia vita. Ne ha tirata fuori una di un ex fidanzato dell’adolescenza ed erano tipo 3 pagine di scrittura fitta e piccola, qualche adesivo che al tempo doveva essere profumato e un profluvio di cuoricini ogni dove.

Io – che in fondo sono poi una romanticona – devo avere fatto un sorriso ebete pensando alla me quindicenne che riceve lettere d’amore. Lei, molto seria, quando ha capito che si trattava di epistola proveniente da un “fidanzato” se ne è uscita con un: “Ti ha mollato lui vero?” che mi ha fatto cadere la mascella.

“Ma cosa dici? ma che termini sono? le persone non sono mica cose che le molli nel pattume eh?” ho abbaiato facendo quella sbalordita.

E mentre cominciavo davvero a impapinarmi e lei mi guardava senza capire bene di cosa stessi parlando, ho capito che dovevo dare un taglio a quella assurda discussione filosofica sul valore etico delle persone. Ma lei continuava a guardarmi fisso e io continuavo a dare risposte deliranti e senza senso.

“Ma ti ha mollato o no?” ha ripreso l’interrogatorio.

Per evitare di proseguire una discussione che mi avrebbe visto perdente nel mio ruolo educativo, l’ho guardata e con grande classe ho concluso: “E va bene, si, mi ha mollato lui! Ma stavo per farlo io eh?”

Mi sono visualizzata tra dieci anni e ho avuto paura. Davvero paura.

Di mamma ce n’è più di una

L’ultimo libro di Loredana Lipperini ha un titolo autoesplicativo: Di mamma ce n’è più di una.

A Bologna è stato presentato ieri ma io sto uscendo da un’influenza particolarmente pesante e purtroppo non sono potuta andare ad ascoltarla. Mi sarebbe piaciuto per molti motivi. Stimo molto Loredana e di questo libro ne abbiamo parlato un giorno di ottobre del 2011 a Ferrara.

Ci siamo scambiate pure qualche mail in proposito e le ho raccontato la mia esperienza di mamma blogger “pentita” e che si sentiva strangolata da un’etichetta che ai miei occhi, oggi, dipinge soprattutto un mondo molto granitico, un po’ fashion e tradizionalista e che ha più a che fare con il marketing che con la possibilità di portare punti di vista dialettici e variegati sulla condizione delle donne in Italia.

Senza fare di tutta l’erba un fascio e senza demonizzare il marketing (nel quale per altro anche io lavoro), credo che le grandi potenzialità di quello che poteva essere un movimento d’opinione sociale si siano un po’ ridotte a dinamiche da focus group condite da grandi aspettative professionali  riposte in 2 o 3 persone verso le quali non si può essere critiche per paura di una “epurazione” che tocca non solo un ambito potenzialmente professionale, ma anche personale, in quella cerchia allargata di “amiche” virtuali che genera la Rete e che in certi momenti della vita ci fa sentire capite, protette e sicure.

Loredana ha inserito in un capitolo del suo libro questo mio vecchio post  che oggi forse scriverei un po’ diversamente ma che sostanzialmente è ancora molto aderente a quello che penso e che ha generato eventi estremamente chiarificatori (credo di aver chiuso almeno 5  pseudo “amicizie virtuali” per quel che ha scatenato, ma forse sono anche di più e in ogni caso si trattava di rapporti evidentemente fondati su un dooping emotivo  da etichetta rassicurante).  Nel libro c’è anche un pensiero che fa parte dello spettacolo “La rivincita del calzino spaiato” e che è in un altro post/manifesto 

Quando le nostre nonne sfornavano figli come conigli, essere mamme faceva parte della vita. Ora sembra che ti abbia unto il Signore! Sembra che ti abbiano messo a parte di un segreto che puoi condividere solo con gli altri eletti, che se no ti rubano il copy.

Il libro di Loredana NON è un libro sulle mamme blogger, sia chiaro, ma un libro sul modo in cui viene percepita la maternità, l’essere madre e il ruolo sociale della mamma in Italia, di quali sono le spinte centrifughe tra mito della famiglia tradizionale, donna in carriera e mamma equilibrista.

Il libro di Loredana racconta tutte le donne, quelle che i figli li vogliono, quelle che li hanno, quelle che non li hanno, quelle che non li vogliono. Parla della relazione tra uomo e donna, di come l’essere madre sia diventato, nel tempo, status sociale per alcune, di come questo status sociale – assunto da marketing, pubblicità e comunicazione – si sia evoluto e abbia assunto precise connotazioni, in una scelta minima di etichette che non lascia spazio alla diversità della singola persona.

Parla di come il ruolo di madre sia uno dei punti critici su cui si gioca la rete femminile di aiuto e comprensione. Perché ancora troppo spesso:

Chissà come mai, ma quando si parla di donne, e soprattutto di maternità, si tende ad arrogarsi il diritto di parlare a nome delle altre.

E’ un libro che contiene tante cose. Ecco alcune che hanno colpito me, la mia sensibilità, il mio modo di essere persona. Alcune che mi hanno fatto riflettere.

Figli oggetti di consumo

Che piaccia o meno i figli sono diventati “anche” un oggetto di consumo, una delle emanazioni del “voglio averlo e lo avrò”, un rispecchiamento ulteriore dello “you” che siamo diventati

Anche i figli oggi sono “tutti intorno a te” o meglio, noi siamo tutti intorno a loro per procacciargli non benessere ma FELICITA’:

Se un tempo il sogno americano e la ricerca della felicità consistevano nel perseguire un complessivo appagamento, oggi si sono trasformati nell’idea che si debba essere felici sempre e in ogni ambito.

Ipermedicalizzazione o ipernaturalizzazione

La mia ‘impressione – leggendo il libro, ma non solo –  è che quando una coppia scopre di aspettare un bambino, cominci già ad imporsi un dualismo di modelli legato all’ambito medico/parto.  Da una parte c’è una forte spinta alla medicalizzazione avanzata della nascita, dall’altra una spinta altrettanto forte (e subdola) alla ipernaturalizzazione della stessa.  I messaggi sociali che arrivano alla futura mamma sono comunque forti e colpevolizzanti.

Il senso di colpa

Lo schivare, allontanare, gestire il senso di colpa (che torna come un mantra) è il filo rosso che accomuna ogni madre in Italia e ogni donna che non ha voluto essere madre. Il senso di colpa sembra – in certi casi – il collante che lega donne/madri in gruppo e le mette contro altre donne/madri o donne non madri.

Mamme, marketing, web

Il mommy-blogging è un fenomeno straordinario: ma insieme ai lati positivi (la solidarietà tra madri, la condivisione delle problematiche, l’aiuto reciproco) ha i suoi cuori di tenebra. Non ultimo, l’ulteriore mitizzazione della maternità. (…) Dunque, la famosa mamma imperfetta, giustamente difesa contro il modello della madre sacrificale, diventa a sua volta icona di perfezione: sei perfetta se sei imperfetta, se non puoi fare tutto ma lo fai e se ci ridi sopra su un blog…

Concludo con questa citazione che è quella su cui da tempo mi sono fermata a riflettere di più. Perché anche io ho contribuito, senza volerlo, a creare questo stereotipo e quando mi sono accorta che ero diventata un “personaggio”, nel senso più granitico del termine, mi sono sentita soffocare e sono dovuta scappare a gambe levate.

Credo che si, di mamma ce ne sia più di una e se cominciassimo a essere meno interessate al modo in cui le altre scelgono di esserlo e più interessate a conoscere le altre in quanto persone, saremmo già a cavallo. Sono certa che questo libro possa aiutare molte persone (donne e uomini) a liberarsi di questo giogo che ci imponiamo e che ci impone la società per “monetizzarci”.

Indicazioni bibliografiche

Loredana Lipperini, Di mamma ce n’è più di una, Feltrinelli, 2013

Prezzo: € 15,00

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Parla Core di mamma

[Premessa: questo è un post da carie ai denti, convenzionato con lo Studio Dentistico “Sdolcins”, se non avete soldi e voglia di procedere alla cura o non vi siete lavati in maniera approfondita i denti, evitate la lettura]

Non stai mai ferma, nemmeno quando dormi. Ti copriamo e dopo qualche ora ti ritroviamo con i piedi dove dovrebbe stare la testa (quando va bene) o sommersa sotto montagne di pupazzi da cui non vuoi separarti. A scuola le maestre ti chiamano “Radiolina”, dicono che sei una bambina solare e chiacchierina, che dovrebbe imparare a gestire i momenti, ma che le fai ridere, che fanno fatica a sgridarti per quel tuo faccino dolce. Sei amica di tutti, quando incontri o intravedi un compagno di classe, appena scesa dallo scuolabus, vi sbracciate e mandate baci e abbracci. Hai una cartella più grande di te, ormai sei abituata a essere sempre la piccolina della classe. Certe volte vorresti esserlo di più, mi dici che ti piacerebbe tornare alla Materna o al Nido, ma anche andare alle Medie. Hai una passione per le bimbe più grande, qualche amore amicale, ma dici che tu non ti fidanzi come alcune tue compagne, che di tempo ce n’è e gli amici sono amici.

Racconti favole, ti piace leggere quel che riesci a leggere e sperimentare quel che ancora non decifri. Punti il dito verso alfabeti immaginari e provi a decriptarli, anche con la fantasia. Hai scoperto Geronimo Stilton e non vedi l’ora che arrivi la sera per leggere un pezzetto di un nuovo libro. Piena di emozione e desiderio di guardare ogni minimo dettaglio.

Mi chiedi spesso perché non hai un fratellino, ti piacerebbe molto e ogni volta mi spezza un pezzettino di cuore, ma fa niente, nella vita mica possiamo avere tutto no?

Io ti rispondo che la tua famiglia sono le persone che ti amano e che ami e che non servono mica i rapporti sanguigni per decidere che qualcuno è tuo parente. Mi dici è vero, infatti io ho una zia che ci siamo scelti perché ci vuole bene, non è mica tua sorella, ma è pur sempre mia zia.

Cresci in fretta e a volte vorrei che il tempo si dilatasse in questi giorni in cui profumata di pane hai ancora voglia di stringerti a me, ti fidi della mamma e le confidi piccoli e grandi segreti. Dici che tu da grande “farai la geografia”, sarà il tuo lavoro, perché così potrai trovare i tesori dei pirati nei segreti delle mappe del mondo. Oppure parli di un futuro da chitarrista e da pizzaiola e da blogger, come la mamma.

Se ti chiedo come è andata a scuola, mi rispondi che me lo racconti alla fine della quinta elementare “così è una sorpresa più grande”!.  Ti arrampichi sugli stipiti delle porte per giocare a SpiderMan, costruisci tane sotto il tavolo e quando dipingi ti piace mischiare i colori, in modo che diventino un unico arcobaleno in miscuglio, per inventare nuove tonalità.

Attualmente hai un paio di desideri grandissimi: farti i buchi alle orecchie e conoscere Babbo Natale. Dici che starai sveglia alla Vigilia, che lui non se ne accorgerà e tu lo spierai mentre mette il tuo regalo sotto l’albero. Tra meno di un mese hai 6 anni, mi sembra che il tempo sia passato in un soffio, mi sembra che nel mio cuore tu ci sia da sempre. Tra questi due estremi viviamo la nostra vita, nei giorni belli e in quelli meno, nei giorni che siamo felici e in quelli che ci arrabbiamo.

Tu – per la verità – ti arrabbi molto poco. Hai sempre un sorriso, ti dimentichi in fretta delle liti e ti adatti a qualunque situazione con una grazia e un coraggio che ti ammiro molto. Se ti scatto una foto mi dici “Dai, dai che così la mettiamo su Facebook” . Metti in fila piccoli personaggi e costruisci narrazioni senza fine, con le vocine diverse per ognuno di loro.

Spero di ricordarmi sempre di te così, che la nostra vita insieme e anche quella dopo, sia la summa di tutto questo e di quello che in potenza già sei e diventerai. Spero di non dimenticarmi mai che sei una persona e non solo mia figlia.

Spero che tu abbia un futuro sereno, che anche nei momenti bui sappia sempre che su di me puoi contare, qualunque cosa succeda, qualunque persona diventerai, qualunque strada prenderemo tu e io insieme, tu e io separate.

Ti amo figlia mia. Lo scrivo perché sono consapevole che questo è uno di quei momenti che ricorderò per sempre e voglio ripetermelo per almeno tre volte di seguito quanto sono fortunata.

Non ci posso credere: sono anche su Anobii!!!!

Oh, mica ci credo ancora eh?

Da oggi una mia favola è disponibile in Ebook, in vendita per chi vorrà darle fiducia ed è anche su Anobii (se vi piace la potete poi recensire lì!).

Per saperne di più leggete su Fabularia, il mio posticino delle favole che sono una mia grande passione!

Le attività di oggi per gestire #ufficioincasa e bambini

Per riuscire a lavorare da casa, d’estate bisogna inventarsi ogni giorno qualcosa per coinvolgere i bambini in attività divertenti e un po’ creative.

La nostra residenza estiva a Montombraro è un luogo privilegiato: Frollina ha tanti amici che abitano nelle case confinanti e un sacco di spazio in cui giocare.

Così oggi ho tirato fuori la creta che ci ha regalato il nonno e abbiamo cominciato un corso di pasticceria mignon che stanno proseguendo in giardino, mentre io scrivo articoli e mi occupo del mio lavoro Digital.

Ecco qua qualche foto.

Servono:

creta (ma va bene anche la pasta di sale se avete un forno in cui cuocere, cosa che a noi manca)

strumenti per lavorare la pasta da modellare

colori a tempera

Dopo che la creta si è seccata, i dolcetti possono essere colorati come si vuole

L’assalto all’infanzia del marketing

Come blogger non ho mai accettato di recensire prodotti.

Molte volte me lo hanno proposto ma ho deciso che non voglio farlo, che se qualcuno ha bisogno di me professionalmente, sono disponibile a valutare proposte di collaborazione per digital P.R e professional blogging, ma che i miei blog devono rimanere sostanzialmente liberi da qualsiasi forma di promozione “a comando”.

Parlo di quello che mi piace e di quello che valuto interessante a prescindere.

Lo stesso vale per i comunicati stampa che mi inviano di continuo: valuto sempre – liberamente – se segnalare qualcosa e spesso, se non c’è un link, non lo faccio, perché io sono blogger e non giornalista.

Voglio sentirmi libera di dire quello che penso senza alcun conflitto di interessi: se non condivido le scelte di una marca, voglio dirlo anche se il marketing fa parte di quello che faccio per vivere.  Citando Massimo Ferrariorifletto sul marketing e non mi piace il marketting.

Credo sia un valore aggiunto: le aziende sanno che se collaboro con loro non sarò mai a-critica, che se dovessi occuparmi di una strategia direi sempre quello che penso.

Mi piace farlo con i miei clienti (che apprezzano) e mi piace che sia un tratto distintivo del mio stare in rete.

Il mio lavoro è orientato allo storytelling, non al marketing in prima istanza e credo che proprio attraverso la possibilità di esercitare anche spirito critico, di promuovere anche visioni divergenti dalla maggioranza, si possa creare un discorso (anche intorno ai prodotti) efficace.

Ma questa è solo una premessa.

Ultimamente, forse per una questione di tempo (sempre meno quello a disposizione per scrivere sulle cose che mi interessano) la mia attività più frequente, on line, è su Twitter.

Mi prendo cura di contenuti di altri, li rilancio, li aggrego, li promuovo e nel frattempo imparo molte cose.

Seguo i flussi di contenuto che mi interessano.

Per questo motivo, probabilmente, alcune case editrici, con cui sono in contatto là, hanno cominciato a segnalarmi libri. Per questo motivo alcune di loro mi hanno contattata per propormi l’invio di qualche titolo.

Mi sono detta: “Perché no? Io amo leggere, leggerei comunque, ma così risparmio!” Il patto è che se voglio recensisco, se ho tempo recensisco, se no amen. La filosofia è che dirò sempre quello che penso di quel libro. Se qualcuno se ne avesse a male e decide che non mi manderà più libri, amen. Io leggerò comunque.

Così Feltrinelli mi ha scritto e mi ha inviato Assalto all’infanzia di Joel Bakan, un saggio con prefazione di Chiara Saraceno.

Il saggio, frutto di uno studio dell’autore intorno alle corporation americane, non è esattamente una lettura ottimistica per un genitore, ma certamente aiuta a riflettere su una questione sentissima negli Stati Uniti e forse meno acuta in Europa e in Italia, ma con cui bisogna fare i conti, perché dietro l’angolo, ovvero la trasformazione dei bambini in “consumatori diretti” e attivi del marketing.

Se la protezione del fanciullo (e relativa Dichiarazione dei diritti del fanciullo del 1959) ha assicurato ai più giovani un periodo in cui le corporation non potevano in alcun modo rivolgersi a loro, dal 1980 le cose sono cambiate. La mia generazione è la prima ad essere figlia di un altro modo di rivolgersi al bambino: diretto e coinvolgente affinché diventi complice delle marche che di volta in volta gli vogliono vendere prodotti o esperienze.

Il marketing si è raffinato e grazie allo studio della psicologia cognitiva e della statistica ha frazionato la popolazione in target sempre più precisi, indagando abitudini, aspettative, bisogni e rivolgendosi in maniera specifica a ogni fase della vita.

Non è forse un caso, se proprio in contemporanea alla lettura del libro, sono incappata in un interessantissimo articolo di Charles Duhigg per “Internazionale” di questa settimana che anticipa l’edizione italiana del suo libro: The power of Habit.

L’articolo (e il libro in uscita) racconta del rapporto sempre più diretto tra studi statistici (applicati alle abitudini umane) e marketing, sottolineando come la scomposizione di ogni nostra azione per capire quale desiderio sottende, come viene appagato e in che modo ci gratifichiamo per compiere atti anche faticosi, abbia reso ancora più efficace la segmentazione dei target, individuando nelle mamme e future mamme il bacino più ghiotto per la pubblicità: sono infatti le donne in attesa quelle più propense a cambiare abitudini e ad ascoltare i consigli dei Media e di chi ha una referenza in tema di genitorialità.

Ma torniamo al saggio di Bakan:

L idea centrale della nuova ideologia – che il libero mercato sia il modo migliore per fare il bene dell’individuo e della società – contraddiceva apertamente le riforme del secolo del fanciullo. (…) Non esiste una cosa chiamata società, esistono soltanto individui e famiglie.

 Bambini, madri e padri diventano un mercato ghiotto, da “assaltare” e colonizzare.

Ne sanno qualcosa – stando a quanto racconta il libro – le corporation televisive americane, principali ideatrici di molti giochi on line dedicati a bambini e adolescenti: un caso tra tutti Nickelodeon che, oltre a possedere il maggior numero di reti televisive USA dedicate ai bambini, ha fondato anche Addictinggames.com, un pluripremiato network per l’infanzia. Tra i giochi più seguiti c’ é Boneless Girl: bisogna riuscire a far passare una donna “senza ossa” in tutti i pertugi possibili.

Boneless Girl è tutto sommato un gioco da educande  se confrontato con altri segnalati nel libro, come per esempio Grand Theft Auto IV, dove il protagonista fa sesso con una prostituta in macchina e poi la ammazza con una mazza da baseball, finendola con una sventagliata di mitra.

Questi sono i giochi che si rivolgono agli adolescenti americani. Perché tanta violenza?

Perché gli studi psicologici e statistici ci dicono che a 12 anni le persone hanno bisogno di staccarsi dalla visione protetta e familiare della vita e passare attraverso anche emozioni violente.

Prendi le tempeste ormonali dei giovani e gli obiettivi di vendita delle aziende, metti tutto nel frullatore e il gioco è fatto!

Il digital divide generazionale spesso poi non consente ai genitori di avere la giusta consapevolezza per maturare anticorpi a questi giochi e per poter gestire bene la “dipendenza” che creano nei propri figli.

Ma l’ assalto all’infanzia arriva anche dalle multinazionali farmaceutiche e chimiche, dai professionisti “al soldo di”, disposti a dichiarare e scrivere articoli che minino qualsiasi spirito critico nel consumatore, pur di rendere appettibile questo o quel prodotto.

E’ un panorama che a noi può sembrare estraneo, eppure, nel nostro piccolo (e forse dall’anticamera) lo vediamo perfettamente anche qui: grazie ai social network, il confine tra marketing e scelta personale, tra passaparola e targhetizzazione è diventato davvero labile e noi genitori siamo sempre i primi a essere bersagliati, perché abbiamo un naturale bisogno di appagare i desideri dei figli e aderire al modello della brava mamma e papà, che passa anche attraverso i prodotti che usiamo per la cura dei nostri bambini (specialmente primogeniti).

C’è da riflettere, specie per chi – come me – si occupa di comunicazione e lo fa, ovviamente, in ottica narrativa ma per promuovere prodotti.

Come professionista, credo che la domanda giusta che posso farmi io, ogni mattina, sia: “Sono davvero libera di scrivere e dire quello che penso?” e comportarmi di conseguenza, a seconda della risposta che ogni giorno mi do e del contesto di riferimento.

Come genitore, la domanda giusta è: in che modo posso aiutare mia figlia ad affrontare questo? Di sicuro non posso evitare ne’ censurare e dunque, come per la televisione, come per qualsiasi comunicazione, devo solo provare ad aiutarla a sviluppare un suo spirito critico, a farla riflettere sulle cose senza darle per assodate o scontate.

E non è poco.

E non è detto che sia possibile.

Però ricordiamocelo sempre: siamo carne da macello del marketing. Tutti. Ma il marketing non è il MALE: ogni cosa dipende da come la affronti. Sta a noi scegliere come operare delle scelte che – per quanto piccole – siano sempre scelte nostre.

Letture

  • Assalto all’infanziaJoel Bakan, Feltrinelli Editore
  • La forza delle abitudini, Charles Duhigg “Internazionale” n 946, pg 44

 

La scuola dove andrà mia figlia: di elementari

Le elementari. Ho dovuto metabolizzare prima di avere voglia di scriverne, perché – diciamo la verità – l’incontro con la scuola dell’obbligo (per il momento solo in fase di iscrizione) è stato per noi e i nostri amici come prendere una sportellata in faccia.

Allora, alla fine abbiamo iscritto nostra figlia nella scuola A, fuori circolo ma a 1 chilometro da casa nostra. Tanto verde, un programma interessante e insegnanti appassionati. Lo abbiamo fatto convinti dalle rassicurazioni pubbliche di alcune figure istituzionali del circolo di quartiere: “Se non vi prendono, sarete inseriti nuovamente nella graduatoria del circolo, come se nulla fosse”.

La frollina e i suoi amici, al primo colpo non sono stati presi.

Nessuno poteva sospettarlo evidentemente (tranne noi altri, che ci eravamo già passati con la materna), ma pare che nel 2006 in quartiere si sia fornicato in gran quantità e che ci siano bambini di 5/6 anni che escono da tutti i buchi.

La notizia ha gettato nel panico tutte le scuole che si sono trovate a fare i conti con gli ESUBERI. Naturalmente noi bamboccioni fiduciosi, che avevamo creduto alle parole dette, siamo stati PENALIZZATI. In base a un regolamento di circolo che più ambiguo non si può, ci è stata immediatamente fatta la promessa che saremmo stati cacciati in fondo alla graduatoria, finendo, di fatto, solo prima dei fuori stradario e degli anticipatari.

Scuola sotto casa adios.

La scuola A ha fatto un sorteggione per recuperare 11 su 15 bambini. Un sorteggione pubblico, con tanto di Dea bendata, impersonata – per l’occasione – da un genitore.

Frollina, come forse qualcuno ricorda, ci ha il suo numero magico che è il 3 (compare in tutti i numeri della sua nascita e noi vogliamo crederci) e quando Tino, che insieme agli altri papà era al sorteggione, lo ha saputo, ha pensato “E’ fatta!”.

E in effetti abbiamo avuto culo: è stata estratta per seconda vincendo un posto nella scuola che avevamo scelto.

Anche uno dei due amichetti di Frollina ce l’ha fatta. Per l’altro è iniziato il calvario. Non lo racconto perché non è il caso, ma alla sportellata, alle risatine sardoniche di chi dovrebbe aiutarti ma non lo fa e a tutto il resto, si è aggiunta la beffa, il danno e anche una schiacciatina di maroni in quello stesso portello.

Sono finiti nella scuola a Inculandia (per giunta in centro, grande gag considerando che abitano accanto a 2 scuole in mezzo al parco).

Pianti, ansie, notti insonni, rabbia hanno sancito l’entrata nel mondo della meravigliosa e magica riforma Gelmini condita con qualche incapacità empatica nostrana.

Ora noi siamo quelli della scuola…

Si perché dovete sapere che intorno alla scuola che frequenterà frollina girano alcuni stereotipi che tutte le volte che mi chiedono dove andrà alle elementari, mi diverto un sacco a guardare le facce e sentire i commenti.

  • La scuola dove non si studia e si fa solo il pane e l’orto
  • La scuola dei comunisti
  • La scuola dei fighetti
  • La scuola dei fighetti comunisti
  • La scuola degli artisti
  • La scuola dei ricchi
  • La scuola che non si impara una sega e poi arrivi alle Medie disadattato perché hai passato 5 anni a salire sugli alberi
  • La scuola dei radical chic
  • La scuola degli atei
  • La scuola dove le maestre fanno politica

Se il passaggio Nido-Materna mi era stato traumatico, credo che probabilmente con questo ci ricoverano tutti quanti. Mamma Panz ansiosa di sicuro 😉

Crollo di muro esterno a causa della neve alla scuola di Frollina. Bologna

Ieri sono andata a prendere frollina da scuola alle 16.30. Ultimamente non succede mai, ho sempre troppo da lavorare e arrivo alle 17. Ieri avevo voglia di andarci prima. La maestra mi ha fermato – ha voluto parlarmi della bimba, che è così fantasiosa e creativa ma è in un periodo in cui è un po’ incontenibile.

Ho cambiato le scarpe a frollina e siamo uscite. Mi trovato a un centinaio di metri dalla scuola ed ero al telefono con Tino che mi stava aggiornando sull’iscrizione alle elementari. Ieri abbiamo iscritto nostra figlia a scuola. Mi raccontava anche altre gag, tipo che mentre iscriveva frollina, sentiva delle prof. della scuola media (sede del circolo didattico) che parlavano di me e dei miei corsi di formazione per la riduzione del digital divide e questa cosa lo aveva fatto molto ridere.

A un certo punto abbiamo sentito un gran botto. Erano circa le 17. Un rumore sordo e fortissimo.

Non ho pensato – per quel sentimento di sicurezza che ti danno i luoghi familiari – che potesse essere successo qualcosa a scuola. Ho detto: “Ecco, qualcuno ha fatto un bel frontale!” e, trovandomi lì con frollina, ho pensato solo di allontanarmi (che di scene brutte, per il momento, può farne anche a meno).

E invece.

Invece a causa delle infiltrazioni di acqua dovute allo scioglimento della neve e al peso sul tetto, si è staccato un pezzo di muro e grondaia (lungo circa 20 metri) dalla facciata della scuola materna di frollina.

L’ho scoperto in tarda serata, quando il giro di telefonate delle mamme ha confermato l’accaduto.

Mensa e dormitori inagibili: si mangiano panini e i piccoli non potranno fare il pisolino.

E’ andata bene.

In quel momento nessuno stava uscendo dalla scuola e nel caso, nessun bambino si era allargato oltre il passaggio (sotto la tettoia) che conduce fuori dalla scuola.

Nel giro di mail è arrivato un comunicato dal Quartiere: la scuola è sicura e non ci sono rischi per le persone, ma deve essere reso agibile l’intero lato esterno.

Ok, la scuola è sicura, ma cosa sarebbe successo se la grondaia fosse crollata in testa a qualcuno?

E’ 10 giorni (ovvero da quando questa ondata eccezionale di neve ha investito Bologna) che c’è un cartello davanti all’entrata che invita genitori e bambini alla prudenza. Lo ha messo il bidello. Il bidello ha telefonato subito e solertemente in Comune.

Stamattina ho voluto fare qualche foto della situazione e ho incontrato una signora (presumo del Quartiere o del Comune di Bologna) la quale mi ha detto che i tecnici sono venuti a fare un controllo una settimana fa ma solo alla TETTOIA, proprio su segnalazione del personale della nostra scuola.

Solo sulla tettoia?

Oggi mi interrogavo sul fatto che a margine di una situazione così emergenziale come quella che ha appena/sta superando Bologna in questo momento, a causa della forte nevicata, a nessuno sia venuto in mente di fare un controllo SISTEMATICO di tutte le scuole.

Una cosa del genere era davvero “imprevedibile” come mi ha – testualmente – detto questa signora, o poteva essere evitata scaricando il tetto dalla neve in eccesso?

Inoltre, come mai una scuola ricostruita circa 7 anni fa (forse anche meno), cede di fronte alla prima difficoltà?

Insomma, io le domande me le faccio. Non sono ne’ un architetto, ne’ un ingegnere, ma ho una bambina di 5 anni che tutti i giorni si reca alla scuola materna, ovvero in un posto SICURO e PROTETTO.

Mi piacerebbe che qualcuno mi spiegasse bene e in maniera articolata cosa è successo, se era evitabile e se si pensa di rinforzare strutturalmente la nostra amatissima scuola.

Ecco qualche foto scattata stamattina. Ne ho altre.

 

 

Non è nevicato solo a Roma

In Emilia-Romagna ha nevicato/sta nevicando tantissimo.

Non ho mai visto scendere su Bologna tanta neve insieme, nemmeno nel 1985. Solo con la prima tornata (ha nevicato per 2 giorni consecutivi) si sono accumulati al suolo 45 centimetri, in città. Dopo quell’evento ce ne sono stati altri due (sempre di due giorni l’uno) ancora più forti. Non ho il metro ma sono convinta che la neve abbia abbondantemente superato i 70 centimetri. Non oso pensare ai paesi in collina.

Non sono affetta da celodurismo, ma è irritante vedere come la televisione e i media italiani in questa occasione parlino prevalentemente di quanto accade [e si tratta di qualcosa che è squisitamente politico, prima di tutto] a Roma, dimenticando che nella nostra regione ci sono paesi dell’entroterra romagnolo completamente isolati. Getta una luce inquietante sul modo in cui si raccontano le notizie, sempre se non ce ne fosse stato bisogno.

Ma torniamo alle nostre cronache nevose.

La neve ha portato a Bologna parecchi disagi: le scuole chiuse per molti giorni e a singhiozzo, l’impossibilità di muovere l’auto, un sacco di incidenti a causa del ghiaccio e molti alberi – ed erano bellissimi pini marittimi – abbattuti, specie nel mio quartiere che ne aveva in dote un alto numero.

Non sono ovviamente mancate le polemiche nei confronti dell’amministrazione comunale, ma io penso che abbiano fatto tutto il possibile con i mezzi a disposizione e credo che, vista l’emergenza, non se la siano cavata tanto male. Forse si poteva evitare di diramare un comunicato sulla chiusura delle scuole di giovedì sera per il giorno seguente, ma la “psicosi Alemanno” è dilagata e il timore di non dare abbastanza ascolto alla Protezione Civile ha fatto il suo corso.

Dal punto di vista dei bambini, questa nevicata è stata una gran manna! La città si è trasformata in un enorme parco gioco e specie in zone pedecollinari (tipo dove stiamo noi) la gente va al parco per godersi le discese con qualunque mezzo.

Ho avvistato sciatori di fondo in mezzo alla via, famiglie con lo slittino e altre con la padella e la mamma della Malta si è presentata con un intero set di vassoi da cucina.

Tino ha tirato fuori dalla cantina il suo Bob anni ’70 e ci siamo dati da fare anche noi. I parchi sono affollatissimi di persone che si divertono e l’atmosfera è abbastanza surreale, tanto che Benedetto Zacchiroli, su Facebook ha anche pubblicato la mappa del comprensorio sciistico bolognese.

La nostra auto è rimasta per giorni sommersa dalla neve: l’avevo parcheggiata all’imbocco di una via e oltre a quella che si è depositata sopra, ha accumulato un muro altissimo di neve trasportata dallo spazzaneve.

Uno dei primi giorni siamo scese in cortile con Frollina: mi ha fatto impressione accorgermi che lei praticamente affondava per l’80% del corpo.

A livello sociale la neve ha fatto bene: nell’emergenza le persone chiacchierano tra loro e quando possono, si aiutano. Vedere le strade completamente vuote, con le persone che camminano in mezzo a una fitta coltre di neve, è stato emozionante e bello, per alcuni giorni si sono sentite solo le voci, non c’era traccia di rumore di pneumatici – eccezione fatta per i mezzi di soccorso e gli spazzaneve – per la via.

Abbiamo passato lunghe giornate tappati in casa, inventandoci di tutto per non annoiarci troppo. La forzata permanenza all’interno del Condominio ha dato i suoi frutti ed è nata un’amicizia coatta con la dirimpettaia ottenne con cui, prima, nostra figlia non giocava. Ora passano un sacco di tempo insieme e ne sono felice: credo sia sempre una gran forza avere degli amici che vivono nel tuo stesso palazzo.

Essendo Tino ed io degli “Imprenditori di noi stessi”, abbiamo dovuto lavorare con la bambina a casa, annoiata e con molta voglia di giocare: presa dalla disperazione, una mattina mi sono pure inventata l’ufficio di Frollina, ho messo il suo tavolino accanto al mio e ho “sacrificato” il mio NetBook, in modo che potesse simulare quello che facevo io.

Non ha funzionato molto, ma ci siamo divertite.

Abbiamo fatto cioccolate in tazza, gran session di pasta di sale e molte avventure in mezzo ai paesaggi lunari creati dalla neve bolognese.

Ora però siamo stanchi. Vorremmo – francamente – riavere la nostra città 😉

Ormai a Bologna si parla solamente di ghiaccio e pericolo caduta neve, catene o gomme termiche e parcheggi creativi e il verbo più usato è “spalare”. Si narra che perfino sugli autobus, invece di chiedere il biglietto, i controllori striscino lo skypass per capire se hai il giornaliero o il settimanale e a quale pista del comprensorio puoi accedere  😉

Ieri sera siamo stati a mangiare una pizza con i nostri amici della scuola: i bambini erano talmente infagottati che sembravano dei palombari e quando siamo usciti abbiamo fatto a palle di neve tra le “fazioni” prevalenti in quanto a scelta di elementari.

Perché questa settimana dobbiamo iscrivere nostra figlia.

Il tempo è scaduto e abbiamo preso una decisione. Alla fine, dopo valutazioni e sentimento, abbiamo deciso che.

Non ve lo dico. Per scaramanzia.

Diciamo che abbiamo cercato di valutare la scuola più adatta a lei, a prescindere dalle nostre ansie. Poi, al massimo, cambieremo in II elementare. Stava diventando francamente ridicolo il mio stato d’animo ansiogeno ;-9

Per raccontarvi la neve vi lascio una mia personale galleria fotografica. Se avete voglia di spunti creativi, invece, per le giornate che passeranno in mezzo alla neve, consiglio il bellissimo post di Pollon che in quanto a giochi con il proprio bambino, ne sa una più del Diavolo!

 

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