Dieta, movimento e creatività: il racconto di come sono uscita dalla sedentarietà e ho ritrovato il mio focus. Una rubrica per chi vuole motivarsi al cambiamento fisico e mentale insieme a Panzallaria.

Di responsabilità e giustificazioni

In questo percorso di dimagrimento  sono tantissime le cose che sto imparando su di me e sui meccanismi mentali che mi hanno portato all’obesità.

Mi libero dei chili ma nel frattempo rifletto sulla mia anima nera  (a cui recentemente ho trovato il nome, si chiama Dexter come uno dei miei personaggi televisivi preferiti) e cerco anche di capire il perché certe cose vadano e certe altre no, del perché io mi ritrovi sempre con progetti aperti (e spesso non chiusi) e non riesca davvero a prendere in mano la mia vita professionale.

Quanta carne al fuoco, direte voi.

Vero.

Ma prima o poi bisogna farlo e io sto tentando di distillare poche cose dal mucchio e risolverle, una alla volta o – quanto meno – affrontarle.

Perché sono convinta che ci complichiamo estremamente la vita di solito, mettiamo molta roba nel calderone (e così non risolviamo nulla) ma i nodi in realtà sono molti meno: quello che inceppa il meccanismo è una rotella, una rotella che bisogna rimettere in carreggiata, oliare, sistemare.

E io credo di avere capito una cosa importante ultimamente ovvero che la mia obesità (lasciatemi dire ex obesità, ora sono solo una donna un po’ cicciottella 😉 non era il problema ma la giustificazione.

Come tutte le illuminazioni, è stata una chiacchierata con una nuova amica (una delle persone che lavora con me al coworking) a farmelo capire. Una chiacchierata in pausa pranzo, giusto per l’ironia della vita.

Mi sono resa conto che essere grassa per me era MOLTO più facile che essere una persona NORMALE.

Da grassa potevo lamentarmi di non potere fare delle cose, di non riuscire a trovare i vestiti adatti a me, di non piacere alle persone per il mio aspetto fisico.

Da grassa POTEVO COMPATIRMI, piangermi addosso, ripararmi, proteggermi dal mondo e dalle situazioni che mi spaventano.

Il grasso diventava un’ottima scusa, un’ottima protezione dalla vita, dall’affrontare i miei (numerosi) problemi di auto percezione professionale, il mio terrore di essere inadeguata, di non essere abbastanza intelligente, di non essere abbastanza brava sul lavoro e come mamma.

Ero grassa. Questo era evidentissimo. Non c’era bisogno di farsi altre domande.

E invece di domande, ora, ho cominciato a farmene parecchie e riguardano molti aspetti della mia esistenza. Professionalmente devono cambiare molte cose e le devo fare cambiare io, con uno scatto di percezione di me stessa che finora mi era impensabile e durissimo.

Mi aspetta un lavoro colossale quest’anno, mentre ancora fatico a riconoscermi in questo corpo nuovo (sono a quota 20 chili, me ne mancano 10 per raggiungere il mio obiettivo), le poche foto che qualcuno mi ha scattato recentemente mi mostrano una persona che sono io ma è anche una sconosciuta.

Ma mi sono data degli obiettivi. Il primo di tutti è raggiungere la dimensione professionale a cui aspiro, che sono convinta di potere gestire, che risponde alla mia formazione e preparazione. Basta compromessi, basta accettare lavori che non mi si addicono perché temo di “non essere abbastanza”. O andrà bene e potrò dare corpo ai miei progetti, oppure da settembre cambio vita, chiudo con il web e mi trovo un altro lavoro (commessa, baby sitter, ecc) che mi consenta di vivere dignitosamente ma anche di avere tempo DAVVERO libero per le mie passioni.

E se sarà fallimento, se non ce la farò a realizzare i miei progetti professionali da qui a settembre, amen. I fallimenti sono troppo sottovalutati. Molte persone diventano rancorose perché falliscono, oppure – come era la sottoscritta – pensano che di poter trovare, nel fallimento, responsabilità che sono, per lo più, esterne (la crisi, qualcuno di più “esposto” di noi, la sfiga, l’invasione delle cavallette…).

Se si fallisce, invece, è perché di solito non si è abbastanza bravi, non si è lavorato abbastanza o con la giusta lungimiranza. Ciò non vuole dire che non si potrà riprovare e farlo meglio.

Ma non è mai colpa della crisi o di qualcun altro o del mondo sporco e cattivo, è prima di tutto colpa nostra che non abbiamo saputo interpretare adeguatamente il cambiamento e gestire il nostro progetto nel modo più efficace.

Insomma, per me questo sarà l’anno delle responsabilità e del mettersi a nudo per evitare qualsiasi giustificazione.

Sarà l’anno dei “conti della serva”, in cui misurerò con grande perizia vantaggi e svantaggi di qualunque cosa. Sarà l’anno dei no: imparerò a dire no, ma sarà un modo per dire dei veri si.

Sarà l’anno in cui mi metterò – al meglio  – in gioco.

Per riuscire.

[foto scattata a ArteFiera]

La mia anima nera: perché sto riuscendo a dimagrire

Oggi la mia doc. mi ha pesata e con le feste e tutto, sono arrivata a 17 chili persi.

Diciassette.

Lei era contenta, io di più.

La cosa bella è che mi sta aumentando la massa magra e quella muscolare, che i centimetri persi in vita sono un numero importante e che mi sento davvero soddisfatta di me.

Mi sono resa conto che quella che sto facendo non è propriamente una dieta ma una “muta”.

Sto mutando e non tanto fuori, anche se è quello che si vede di più, quanto dentro.

Durante le vacanze di Natale non ho fatto sacrifici inaffrontabili.

Il 25 dicembre ho mangiato le lasagne, che se non mangiavo le lasagne mia suocera probabilmente mi avrebbe tolto il saluto e ho mangiato anche i tortellini, che sono bolognese, mica pizza e fichi.

Ci sono stati anche incontri con gli amici, una pizza, qualche cena in montagna e un piatto viennese, nelle ultime settimane.

Ma ci sono stati anche i chilometri macinati avanti e indietro per il portico di San Luca (la mia palestra naturale), i dolci a cui ho rinunciato, i carboidrati quasi azzerati (se non nelle occasioni speciali) e una grande attenzione alla qualità del cibo che ho ingerito.

Quando ho deciso di mettermi seriamente a dieta l’ho fatto in un modo nuovo rispetto al passato: mi sono presa da parte e ho iniziato con la mia anima nera e golosa un bel discorsetto a tu per tu. Un discorsetto spietato. Niente scuse. Mi sono messa al muro.

La mia anima nera mi diceva che non era così grave che fossi grassa, sono una donna forte, riesco comunque a fare un sacco di cose. Poi non è mica vero che l’asma dipende anche dal peso e per le malattie della pelle, cosa ci posso fare se soffro di una malattia immunitaria?

Io ho cercato di farla ragionare.

Implacabile come solo uno scorpione sa essere.

Col cazzo che non c’entra il peso, ti sei guardata – le ho detto – mentre sali le 2 rampe di scale per arrivare al tuo appartamento?

Hai quarantanni e ansimi come se ne avessi ottanta!

Poi scusami, non senti che la pancia ti si gonfia di continuo e spesso, quando mangi tutte quelle schifezze che tu chiami “beni di conforto”, ti viene perfino il mal di testa?

Lei all’inizio ha tentato di rispondere con un “Ma cosa vuoi che sia una merendina mentre lavoro!” ma io non mi sono fatta prendere per il naso.

Le ho detto chiaramente che avanti così non ci potevamo andare, che io voglio salire sul letto del camper senza sembrare una balena che si sta spiaggiando, che la sedia sfondata quest’estate, a Montombraro, non era mica difettosa lei e che le persone grasse – lo dicono le statistiche, mica io – vivono decisamente meno a lungo.

Le ho detto anche che mi dispiace, ma non la trovavo così carina con il triplo mento da arrotolare e un giro vita da mongolfiera.

Spietata. Spietata. Sono stata spietata.

Quando la mia anima nera ha cominciato a fare tremare uno dei suoi menti e una lacrima è scesa sulla sua florida guancia, sebbene mi stesse anche un po’ impietosendo, non ho rinunciato a ricordarle (ma con uno strategico Pat! Pat! battuto sulla spalla) che di tutti quei chili lei non aveva mica più bisogno.

Che dai su, si diventa grandi, ciò che ci ha fatto soffrire – magari quando eravamo poco più che adolescenti – ormai è lontanissimo nel tempo, che questa è la nostra vita e compiangerci non è da noi e che, insomma, non è mica una bella cosa se tua figlia di 7 anni ti dice che ti vuole bene ANCHE SE sei molto grassa…

[Che poi io concordo con la mia anima nera che l’aspetto fisico non fa il monaco, ma è pur vero che cominciamo ad avere una certa età, lei ed io, e vorrei arrivare almeno ai 70. Rincoglionita. Ma in salute.]

Dopo una lunga discussione, intervallata dai suoi singhiozzi rumorosi e da un attacco d’asma da “Scommetti che se perdi qualche chilo andrà meglio?”, abbiamo raggiunto insieme una conclusione e cioè che era giunto il momento di iniziarla questa benedetta muta e che noi due siamo toste, inutile pensare che l’obiettivo fosse irraggiungibile!

Adesso l’anima nera ed io siamo tornate amiche. Lei tenta continuamente di convincermi che un pezzo di cioccolata non è il peggiore dei mali, io le sbuccio un kiwi, lei mi dice “Non è la stessa cosa, stai tentando di fottermi!” ma io la ignoro e si vive una meraviglia, insieme.

L’anima nera ogni tanto si abbatte: le sembra che la strada sia sempre in salita, mi ricorda che una cicciona rimarrà una cicciona per sempre, che forse non ne vale la pena. Fa bene a ricordarmelo, ora la ascolto quando mi dice queste cose, che se c’è una sacrosanta verità è che io sono una tossica (ex tossica) di cibo e un tossico di cibo lo rimarrà per sempre, quindi dovrà sempre stare in allerta.

Il portico di San Luca e i suoi scalini mi vengono in aiuto.

L’anima nera ed io li saliamo con voracità, come fossero un pezzo di torta alla nutella. Un gradino alla volta. Quando sentiamo la fatica, l’anima nera ed io spegniamo l’interruttore, mettiamo la musica a palla e ci concentriamo sui muscoli, sul fiato, sui chili che sudano via.

Non guardo mai la fine della salita. Preferisco guardare il gradino successivo e basta. Così arrivo alla fine.

L’anima nera ed io ci siamo provate un paio di pantaloni acquistati un anno fa. Sono belli ma non stanno mica più su. Ci guardiamo allo specchio, ci mettiamo le creme, pieghiamo il collo in avanti e non troviamo più il mento 2 e il mento 3.

Non abbiamo più attacchi d’asma. Solo delle volte, ma perché stiamo a contatto con qualcosa che ci fa davvero male.

Saliamo le scale che è una meraviglia. Delle volte ci viene voglia di arrivare fino all’ultimo piano e non fosse che temiamo che qualche vicino chiami la Neuro, lo avremmo anche fatto.

Ci vogliamo bene l’anima nera ed io. Più bene che un anno fa. Ci ascoltiamo. Non facciamo finta che il mondo sia un posto meraviglioso dove a noi non può succedere nulla, qualunque scelta facciamo.

Stiamo mutando. Insieme. Rimarremo insieme per sempre, cosa che fino a poco tempo fa ci risultava incredibile. Mi ero sempre detta che lei prima o poi se ne sarebbe andata, mi avrebbe abbandonata e avrei vissuto felice e contenta.

Mentre, come in tutte le relazioni, bisogna accettare gli alti e bassi, prendere il proprio partner per quello che è, accettando i suoi difetti, accompagnandolo nei cambiamenti.

E – paradossalmente – è proprio il fatto di sapere che non ci lasceremo mai, che lei rimarrà per tutta la vita con me, che mi sta dando la forza, la certezza che ce la faremo.

Insieme.

Il divorzio con le anime nere, miei cari, non è contemplato. Bisogna solo imparare a volere loro bene.

15 chili: cosa sto imparando

Ero dimagrita altre volte nella vita. Per esempio quando ho aperto questo blog. Era sempre stata una gara. Dovevo perdere peso. Volevo rientrare in una vecchia, agognata, taglia 42. Volevo sentirmi apprezzata. Dagli altri, prevalentemente.

La gara la vincevo quasi sempre. Dimagrivo e raggiungevo la meta.

Poi mi fermavo. Mi godevo i risultati E ricominciavo a mangiare, che il cibo ed io abbiamo sempre avuto un rapporto particolare. Mi piace mangiare. Mi piace quando sono felice. Mi consola quando sono triste.

E così passava il tempo e io tornavo – esattamente – a fare quello che facevo prima. Per un po’ non succedeva niente, che pensavo addirittura che mi fosse cambiato il metabolismo, che finalmente cominciavo anche io a far parte di quelli un po’ golosi che però non ingrassano.

Poi mettevo la bilancia in cantina. Non ne avevo bisogno, mi dicevo, tanto ormai ero “magra”. E dopo qualche mese pesavo come prima, mi deprimevo, pensavo che non ne valesse la pena, tutti quegli sforzi, dimenticavo di avere fatto una dieta e prendevo su il doppio dei chili della volta precedente.

Più mi vedevo gonfia, più mi sentivo brutta, più pensavo che però, cavoli, se la gente mi guardava male per questo era un problema della gente, non mio, che avrei riconosciuto le persone speciali proprio dal fatto che andavano oltre il mio peso.

E poi era così bello pigiamarsi sul divano con una bella fetta di pane e nutella a leggere un libro! Io non avevo bisogno di quelle stupide conferme che cercano gli altri, mi dicevo, non avevo bisogno nemmeno di essere in forma, di avere tante persone intorno, di vestirmi carina: chi mi ama va oltre la bruttezza!

Che, diciamolo pure, era un modo per dirmi che mi facevo schifo e volevo che il mondo lo sapesse, che volevo trovare quelle rare perle di persone che vanno oltre, che ti apprezzano per quel che sei anche quando sei tu la prima a non apprezzarti.

E per la verità, di gente così ne ho pure trovata, quindi – diciamocelo – sono stata fin troppo fortunata per essere una che si odiava in maniera seriale.

Oggi ho perso 15 chili.

Sono 3 mesi e mezzo che ho iniziato la dieta. Ma è una cosa nuova. Un modo nuovo di dimagrire. Un modo nuovo di vivere.

Intanto non dimagrisco più per gli altri o per essere apprezzata dagli altri. Dimagrisco per me, perché me lo merito, mi merito di stare bene, di correre, camminare senza ansimare, di fare tutte le cose che voglio fare. Avere 40 anni significa anche questo, prendersi il lusso di guardare alla vita senza troppe fisime ma con la certezza che non è infinita. Che la salute conta più di ogni altra cosa, perché con la salute possiamo fare le cose, senza è più difficile.

Poi non ho più bisogno di questo zainetto di chili. Mi è sicuramente servito quando sono entrata nel tunnel dell’autodistruzione (che lo so, sono brava, in pochi se ne sono accorti, ma ci ero entrata con tutte e due le scarpe in un certo periodo della mia vita), ma ora non mi serve più. Non ho più bisogno del mio scudo di zuccheri e grasso.

Non più.

Voglio stare bene. E così, prima di tutto, è la testa che sto cercando di cambiare. Con la consapevolezza che il mio nuovo stile di vita non è a termine. Una cicciona come me rimarrà sempre una cicciona dentro.

Dovrò sempre tenere presente che ho una debolezza, che appena qualcosa gira storto io mi butto sulla cioccolata.

E comportarmi di conseguenza.

Cioé, questa volta la dieta non finisce. Arriverò a raggiungere i 25/30 chili che mi sono data come obiettivo, ma quel giorno dovrò iniziare un percorso di mantenimento che porterò avanti per sempre.

Perché sto bene. Sto bene con il mio corpo che sente tutto, che risponde ai comandi, che comincia a snellirsi e quando mi guardo, con tutte le rughe, con la cellulite e il seno che non ha più 20 anni, sta cominciando comunque a diventare un corpo sano, che mi piace.

Le spalle, sotto il grasso ho ritrovato le mie spalle larghe e agili di nuotatrice.

E tutto sommato rinunciare ai cibi di cui ero drogata (cioccolato, pizza, snack…) non è così difficile e non pensiate che vado alle feste e mangio gallette al niente. Capita, capita che faccia eccezioni, che mangi qualcosa che non dovrei. Ma poi mi rimetto in carreggiata, bilancio, faccio una camminata in più. Senza sensi di colpa, senza ambire a diventare una tardona che sogna di essere anoressica.

Questo cambiamento è un cambiamento dentro. A cui nessuno vi può costringere. Che un giorno arriva, siete pronti e allora bisogna abbracciarlo, ma se non arriva, lascia le mie parole, le parole dei tanti che ci sono passati in una sorta di limbo delle opportunità di cui si stenta a capire il nocciolo, di cui si legge solo la teoria.

Quindi se avete amici con problemi alimentari, se voi stessi avete problemi alimentari , dimenticate le diete last minute, quelle che vi fanno dimagrire 20 chili in due settimane, per intenderci e non spingete altri a fare queste piccole prove di forza. La vera prova è cambiare testa, ricominciare ad accorgerci dei messaggi che lancia il nostro corpo e – soprattutto – ricominciare ad ascoltarli.

La vera prova è iniziare un cambiamento e capire che non deve essere momentaneo.

La vera prova è ricordarsi che il bene che ci vogliamo passa anche da quello che mangiamo, da ciò che concediamo al nostro corpo. Che non vale meno della nostra meravigliosa anima.

Anche se ci piace credere il contrario.

 

 

Due banali conti. Anzi 40.

Ho imparato che non posso sempre piacere a tutti. Ho imparato che posso cambiare. Ho imparato che non mi serve il mio zainetto di ciccia. Ho imparato che posso chiedere aiuto. Ho imparato che ridere fa sempre bene, ma a volte bisogna anche sapere piangere. Ho imparato che gli amici, quelli veri, sono pochi, ma quelli che ci sono, sono perle. Ho imparato ad accettare che ogni tanto mi dimentico qualcosa. Ho imparato a farla anche nei bagni pubblici, se mi scappa. Ho imparato a sentirmi un po’ meno in colpa se non riesco a fare TUTTO quello che mi sono prefissa, in contemporanea. Ho imparato che sono fortunata: non ho nemmeno un capello bianco. Ho imparato che la pasta mi appesantisce e posso farne a meno. Ho imparato che se mi dimentico a casa le mutande, partendo per un viaggio, posso sempre comprarle al supermercato.  Ho imparato che niente è definitivo, ma tutto ci definisce. Ho imparato che se un treno è già passato, posso sempre raggiungere la meta con mezzi alternativi. Ho imparato che mi piace imparare, che non è peccato non averlo fatto ancora e che non è vero che le persone non cambiano mai.

Non ho ancora imparato ad andare sulle montagne russe. Ho ancora paura dell’areo. Non sono mai stata fuori dal nostro Continente. Devo dimagrire ancora 20 chili. Non ho mai fatto la testimone di nozze. Non ho superato l’ansia di sbagliare. Non riesco a smettere di ripetere sempre le stesse cose alle persone. Devo imparare a non farmi tremare la voce quando parlo di cose a cui tengo molto. Non ho ancora imparato a dire no quando vorrei dire no, a fare contrattazioni economiche e – in generale – a parlare di soldi senza sentirmi una ladra.

Non ho ancora imparato a fare delle belle foto, a cucinare un buon piatto di pesce, a cuocere una torta a cucire un pupazzo di calzini per mia figlia, a non confondere i numeri alti e a capire i calcoli complicati. Non ho imparato nemmeno a salire sullo scooter dal lato destro, che sono sinistrogira.

Quest’anno vorrei riuscire a dimagrire, sentirmi bene, viaggiare molto, non pensare ai soldi che mancano sempre, passare molto tempo con Tino e la Frollina, ricordarmi che mia figlia è una persona staccata da me, avere tanti progetti sulla scrivania, invece che nel cassetto, fare cose belle con le persone che amo, uscire spesso con gli amici, girare molto in bicicletta e vedere tanti posti nuovi.

Con occhi nuovi.

Oggi sono 40 e questi sono i miei due banali conti.

 

Allergia, dieta e stili di vita

Dopo gli ultimi post dedicati al mio nuovo stile di vita (dimagrisco/curo la mia salute), molte persone mi hanno scritto privatamente per farmi delle domande specifiche e per raccontarmi le loro storie, così diverse e così uguali alla mia. Non potete capire quanta carica mi avete dato!

Per rispondere a dubbi, domande sul mio regime alimentare e sul legame con la mia salute, le mie allergie e le mie malattie croniche, ho deciso di scrivere un post tematico. Eccolo qua. Chi è passato per leggere delle storie salti questo articolo e cerchi alla voce racconti, tutti gli altri possono proseguire con la lettura 😉

Non si tratta ovviamente di un post scientifico o medico, perché medico non sono, ma si basa sulla mia personale esperienza.

Scrivo questo post perché penso che alcune cose possano essere utili anche ad altri (specialmente chi a causa di allergie soffre di asma e problemi di pelle) e perché ricordo bene quei terribili 9 mesi in cui la mia malattia immunitaria si è palesata in forma acuta e io non capivo cosa fare (la medicina tradizionale ha cercato per molto tempo di estirpare il sintomo, non la causa e io peggioravo sempre).

 Ho finalmente finito la premessa della premessa della premessa ;-). 

Io ho costantemente un eccesso di Istamina nel corpo con la conseguenza di scatenare violente reazioni allergiche a livello della pelle e dei bronchi (che sono organi collegati e di solito, fateci caso, chi soffre di dermatiti, ha sofferto o soffre anche di asma).

La presenza di Istamina nel sangue si monitora attraverso semplicissimi esami da cui evidenziare i valori IgE (qui si spiega la correlazione tra Istamina, IgE e malattie polmonari e della pelle) .

Per farvi un esempio su di me: i miei valori IgE ad agosto erano a 288, mentre la norma dovrebbe essere minore di 100.

Alti valori di IgE corrispondono a una possibilità maggiore di avere una risposta allergica più violenta quindi bisogna fare in modo di tenerli a bada attraverso un’alimentazione povera di alimenti istamino conduttori e che la contengono. In questo post trovate una lista degli alimenti “incriminati”.

Dunque, perno della mia dieta, almeno per i primi tre mesi è evitare la maggior parte di questi cibi (in realtà il tonno, per esempio, lo mangio) per cercare di abbassare le IgE e quindi essere meno esposta a risposte allergiche forti.

Non mangio la pasta di grano duro ma quella di kamut (anche se sono consapevole che la definizione “Kamut” è un marchio commerciale e a breve, con alcune amiche farò un acquisto qui di pasta di grano Khorosan che ha le stesse proprietà organolettiche ma il nome etimologico del tipo di grano).

Perché?
Perché il grano duro comune, sottoposto a ibridazioni nel corso del tempo, in casi come il mio risulta avere un potere più infiammatorio (non sono intollerante al grano).

Qualcuno mi ha chiesto perché bevo un bicchiere di acqua con mezzo limone tutte le mattine, a stomaco vuoto. Questa pratica che mi sta davvero facendo molto bene, la consiglio a tutti coloro si sentano un po’ debilitati o abbiano attraversato un periodo di “follie alimentari” perché, al contrario del mito secondo cui limone vuole dire stitichezza, rimette a posto fegato e intestino e ha un benefico effetto depurativo.
Su questo vi lascio con un articolo della mia amica Daniela Bortolotti che mi ha scritto, incuriosita dall’acqua e limone e poi è diventata un’adepta 😉

A livello umorale come sto a quasi un mese di dieta?


Alterno stati d’animo molto diversi, in generale mi sento energica e con un obiettivo impegnativo e importante, ma ho anche momenti in cui sono incazzatissima e vorrei solo trovarmi da sola in un negozio di torte, mentre ho stordito la mia coscienza perché non lo venga a sapere.

Però mi ascolto molto, se mangio più del solito sento lo stomaco gonfio e una sensazione spiacevole e la domenica (l’unico giorno che posso mangiare la pasta) godo molto ma poi sento una sensazione di pesantezza che durante la settimana non ho.

Nella mia liberazione da questo fardello (25 chili di cui non ho più bisogno) 2 delle tecniche che sto utilizzando per CAMBIARE sono quella di ascoltare il mio corpo e contemporaneamente di leggere e informarmi sul legame tra cibo e salute.

Io ho un problema

E’ stato il giorno in cui DAVVERO mi sono detta “Io ho un problema” che ho deciso di telefonare alla nutrizionista e prendere appuntamento.

Vi sembrerà sciocco ma quel giorno lì ho pianto molto e prima le ho scritto una mail che sembravo nel confessionale del Grande Fratello, ma senza telecamere.

Io ho un problema perché il cibo è SEMPRE stato il mio scudo nei confronti del mondo.

Io ho un problema perché mangiare (ma anche non mangiare, ho passato anni a vomitare pranzo e cena quando ero adolescente) è un’àncora (e un ancora).

Un modo per inebetirmi.

Un modo per non pensare.

Un modo per dire “Sto bene” anche se nel frattempo mi trasformo in un cinghialotto oppure mi viene la colite nervosa, oppure mi sento gonfia come un pesce palla.

Io ho un problema perché, quando nel 2008, dopo un periodo molto brutto, scoprire la mia malattia immunitaria, cercare di uscire da un dopo parto devastante e da quel senso di fallimento che sentivo perché NON lavoravo e dovevo chiedere la paghetta a Tino perfino per comprare il giornale (che non compravo comunque, che veramente in casa nostra si viveva con 3 soldi), ecco scoprirla mi ha reso un po’ più forte ma anche un po’ più debole, perché io non ammetto mai di avere dei problemi e alla fine finisce sempre che li metto da parte, non ci penso ed è come se non esistessero.

E così quando il medico mi disse che con quella malattia che mi sarei portata avanti a vita l’asma e tutti i problemi allucinanti di pelle che avevo erano solo l’inizio, che poi nel tempo avrebbe preso molte forme e l’unica cosa che potevo fare era tenermi in forma e NON mangiare le cose che quella malattia lì la fanno venire più facilmente, le ricordano di rompermi i maroni, io ho messo tutto via, in un angolo della mia testa e tra le carte della mia salute e ho ricominciato a mangiare uguale a prima (anzi peggio) come se non ci fosse domani.

Io ho un problema perché non mi curo e – non solo almeno – perché sono una femminista incazzata che da tanto poco valore all’aspetto fisico, ma anche perché il mio corpo è come se fosse solo un involucro e lo tratto male, lo metto alla prova e nel frattempo metto la prova gli altri: vi devo piacere ANCHE se sono cicciona, ANCHE se non mi depilo se non una volta all’anno, ANCHE se non mi vesto in maniera decente, ANCHE se mi taglio la frangia da sola e viene fuori una bestemmia (si, ho fatto anche questo).

Sono 16 giorni che ho iniziato la dieta.

I primi sono stati DURISSIMI: ero molto incazzata, a tratti anche un po’ triste. Sentivo dolori che non avevo. Mi è venuto mal di testa. La dietologa mi ha tolto tantissimi cibi, carboidrati dimezzati, zuccheri non pervenuti (tranne quelli della frutta).

Mi ha cambiato RADICALMENTE lo stile alimentare di vita.

Per esempio i formaggi, quelli che io lo sapevo anche prima che erano la mia morte ma amavo tantissimo, non li vedo nemmeno in cartolina (non è vero, un giorno a pranzo ho un po’ di ricotta). Per esempio il pomodoro, quello che ne ho preparato una scorta per l’inverno con il basilico, il pomodoro è uno dei veleni peggiori per la mia malattia.

Ho cominciato a mangiare più lentamente (che quando non ce n’è molto, vale la pena di gustarselo), ho iniziato a pensare SEMPRE a buone alternative per non perdermi eventi sociali con gli amici, per non stare troppo male mentre siamo alla baracchina a prendere il gelato.

Ho smesso di bere qualsiasi alcolico.

Ho cominciato a portarmi sempre dietro una bottiglia d’acqua, a berne un bicchiere con mezzo limone tutte le mattine, a stomaco vuoto. Per il fegato e per la ritenzione idrica. Ho detto ciao al frumento (che mi fa MALISSIMO) e sono passata al kamut.

Ieri sera sono perfino andata a San Luca a piedi per introdurre un po’ di moto.

E mentre sudavo come un lottatore di Sumo, mentre guardavo il culo a mandolino delle cinquantenni che si inerpicano sul colle e sono molto ma molto più in forma di me, mentre ascoltavo musica sparata nelle orecchie e guardavo l’autunno fare toc toc alle finestre del mondo e alle foglie dei colli, mi sono resa conto che no, non sono immortale, che si ho un problema e chi se ne frega, che devo prenderne atto e c’è chi per tutta la vita porta gli occhiali (anche io, se per questo), chi ha problemi di schiena e deve sempre dormire in una posizione precisa se no rischia di rimanerci secco, chi è sordo e porta l’apparecchio acustico, chi non vede e usa il bastone, chi soffre di stitichezza e prende i fermenti, chi ha paura del vuoto e non vola e poi ci sono io che ho una malattia immunitaria e un rapporto morboso con il cibo e che quindi ecco, per me, per stare bene, dovrò SEMPRE stare attenta a questo aspetto.

Diobono ho quaranta anni tra poco più di un mese, voglio camparne almeno altri 40!

Poi mi sto svegliando le mattine che sto bene, che sono serena e mi sento piena di energie.

Perché in questo percorso ho cominciato pure ad andare a letto prima e ne sto traendo davvero grandi vantaggi! Ho ricominciato perfino a guardarmi allo specchio, a scegliere i vestiti nell’armadio come se non dovessi buttarli addosso a una botte di vino.

Ho ricominciato a pensare che sono bella e non dipende dai chili ma dal fatto che ho RIcominciato a guardarmi.

E niente. Oggi sono stata dalla dottoressa. In questi 16 giorni ho perso 3 chili e il 4% di massa grassa. Siamo solo all’inizio e lo so che sarà un anno durissimo, ma per la prima volta so che questo è SOLO un inizio, che la fine della dieta dimagrante sarà SOLO un inizio e che devo imparare a fare i conti con il mio problema.

Mi rendo conto che sono un po’ grandicella per fare questi discorsi, che molti di voi diranno che potevo pensarci anche prima, ma cosa volete, sono sempre stata una tardona in (quasi) tutto e io ci sono arrivata ora.

Obiettivo: 25 chili in un anno

Tornati da una splendida vacanza all’isola d’Elba, la prima settimana di settembre.

Rigenerati.

Nessuno è stato male.

La macchina non ci ha abbandonato, anche perché non ne possediamo più una e non ha piovuto cani e gatti per 7 giorni, anzi: nessuna nuvola in cielo.

Ci voleva.

Ci voleva proprio.

Abbiamo anche pianificato progetti positivi, per la nostra famiglia, per il nostro lavoro.

Oggi è iniziata la scuola. E anche per me è iniziata una nuova fase per un sacco di motivi. Ora andiamo solo in bicicletta e stiamo mettendo in fila idee. Ma non solo.

L’11 settembre sono stata dalla dietologa, la stessa per cui, 8 anni fa ho aperto questo blog.

Che no, non l’ho aperto quando ero incinta, come qualcuno crede, ma perché mi ero messa a dieta.

Una dieta che era riuscita bene, non fosse che poi, da bravo scorpione eccessivo, con la nascita di Frollina e il post parto e tutto quello che è successo nel mezzo, poi mi sono lasciata terribilmente andare e sono ingrassata, di nuovo, il doppio di prima.

La dietologa (nutrizionista, naturopata) mi ha messo a stecchetto di tutti i cibi che mi fanno male: niente zuccheri, niente cibi istaminoconduttori, niente latticini (che io amo). Tanti legumi, poca pasta (di kamut), cereali, un po’ di carne e pesce come se fossi ancora nel mare dell’Elba (che lì di pescetti ne abbiamo visti davvero tanti).

E poi i beveroni a base di limone e ancora limone e ancora limone. E tarassaco e betulla e altre tinture madre, che ora di madri a cui dare retta ne ho parecchie.

Piscio come un cammello, mangio poco e equilibrato e sono diventata un’adepta dell’acqua al limone a stomaco vuoto.

Ci vuole concentrazione. Per preparare pranzi e cene, per organizzare spese e per coordinarmi con il resto della famiglia. Ci vuole forza di volontà per resistere. Ieri, per esempio, a questa festa di bambini, sembrava che il Fato avesse complottato contro di me: c’erano formaggi dei più deliziosi (o almeno così mi è sembrato), salumi da ogni parte d’Italia, dolci come se fossimo nella fabbrica del cioccolato e tutti, ma proprio tutti mangiavano, offrivano, masticavano.

Io sono stata brava. Mi sentivo come una drogata in crisi d’astinenza a cui qualcuno sta offrendo una dose e pensa “E’ l’ultima poi basta. Dopo non ci casco più”. Ma ho resistito. Mi ero portata il mio OTTIMO budino di SOIA, tracannavo acqua come fosse vodka e sono riuscita a non toccare nulla di ciò che, fino a una settimana prima, mi avrebbe reso felice.

Perché a me il cibo piace in maniera ossessiva e si vede e si sente.

Comunque.

Mi sento molto meglio, non c’è che dire. Più energetica e concentrata.

Mi sento che sto facendo del bene a me stessa.

Obiettivo: 25 chili in un anno.

Per il momento ho una visita in programma ogni due settimane, che ho bisogno di qualcuno che mi controlli, proprio come il droghello che va in comunità di recupero.

La mia vita sociale ne risentirà? Non lo so. Sembra che a 40 anni mangiare sia sempre l’occasione migliore per uscire con gli amici. Troverò delle alternative che non voglio mica rimanere sola e abbandonata con la mia salute di ferro eh?

L’altra notte ho sognato che mi strafogavo di pizzette del mio bar preferito. Poi ad un certo punto mi sentivo in colpa e chiedevo al barista se erano di kamut.

La fame mi rende più simpatica però: sto sviluppando una sana autoironia verso la mia condizione di cicciona in dismissione.

Me lo dico da sola, che in momenti come questo, bisogna volersi molto bene.

E insomma: sono di nuovo qui, all’alba dei quarantanni, a fare la dieta, a scriverne su un blog e a cercare di riderci un po’ su. Ma d’altronde mi ero detta che o scrivevo un libro, o facevo la dieta quest’anno e ho capito che per scrivere un libro non sono dotata, non almeno un libro bello  come vorrei che fosse bello per me.

Poi sempre per tornare ai progetti familiari, ne abbiamo uno a cui teniamo parecchio che include il fatto che devo essere abbastanza in forma per sostenerlo e delle volte bisogna avere qualche incentivo in più per agire bene.

Vi terrò aggiornati.

[Angolo promozione: chi fosse interessato a partecipare ai miei corsi dedicati al web che si terranno nei prossimi mesi, trova tutte le informazioni qui]

 

La creatività è popolare

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Da un po’ di tempo mi affascina molto il concetto di pensiero laterale e creatività: sto leggendo In una notte di luna vuota di Marco Dallari e Creatività e pensiero laterale di Edward De Bono e ci ho trovato dentro grande ispirazione per riflettere su quello che è – per me – la creatività.

La creatività è popolare

Quello che la creatività sia appannaggio di pochi “ispirati” pubblicamente accreditati è un concetto che non mi appartiene culturalmente, sono portata a credere che in quanto atto di creazione di qualcosa che è nella nostra mente, la creatività sia principalmente un modo di approcciarsi al mondo che possiamo ALLENARE tutti.

Mi ha fatto piacere leggere – in questi due testi, davvero ricchi di spunti – che esistono studi e correnti di pensiero che cercano di recuperare a ogni individuo la creatività.

Pare oggi importante sottolineare come il pensiero creativo non possa essere riconosciuto come tale solo quando diviene produttivo e legato al fare, al costruire e al produrre, ma sia rintracciabile anche in certe modalità di pensare, di guardare, di interpretare. (…) La ricezione, il modo di guardare le cose, il mondo, e anche la nostra immagine allo specchio, può avere i caratteri della creatività se pratica la via del pensiero metaforico e della divergenza, oppure può essere convergente e convenzionale, quando il giudizio e la riorganizzazione vissuta di ciò che l’esperienza percettiva ci offre si limita al riconoscimento e consiste solamente in una classificazione canonica e normativa del percepito.  (DALLARI)

Oggi più che mai sarebbe davvero importante che ciascuno di noi pensasse a se stesso come a una persona in grado di avere un approccio creativo alla vita, al mondo, a ciò che vede, alla cultura. Perché il pensiero laterale, alla base della creatività è resistente,  rivoluzionario, mette in moto un meccanismo di conoscenza della realtà non scontato ma ricco di sfumature, al contrario del pensiero verticale che assolutizza i processi per renderli routine.

Il pensiero laterale è quello caratterizzato dalla capacità di interrompere il flusso lineare del suo procedere cercando stimoli e soluzione che inizialmente possono apparire logicamente inadeguate ma si configurano come curiose, paradossali, esteticamente interessanti, o anche solo differenti. Procede come se dicesse “E se invece…” e crea, accanto al procedimento lineare, intersecazioni, ramificazioni, digressioni, capaci di configurare altre vie possibili, più originali e fantasiose, quando non esplicitamente rivoluzionarie e oppositive. (DALLARI)

Se per un attimo mettiamo da parte il senso di inadeguatezza che contraddistingue questo tempo e che ci ha reso individualisti e salottieri (nel senso che non ci schiodiamo dal nostro divano ;-)) possiamo vedere in quante cose, in quanti modi possiamo esercitare il nostro pensiero laterale, mettere a frutto la creatività che dorme dentro di noi.

Basta davvero guardare. Semplicemente guardare. Senza che le immagini ci scorrano semplicemente davanti agli occhi. Basta tirare fuori la voglia di concretizzare un’idea o semplicemente di pensarla, farla crescere e darle uno sfogo, come ad esempio un semplice giro in bicicletta tra filari di pioppi.

Ultimamente mi capita che qualcuno mi dica che lo metto a disagio perché faccio tante cose, perché scrivo, per donne pensanti, per lo spettacolo. Soffro sempre molto, specie quando a dirmi queste cose è un amico a cui tengo particolarmente. Mi piacerebbe comunicare DAVVERO il fatto che non sono una persona “speciale”, ne’ mi ritengo tale, che faccio tante cose perché sono una incosciente e il tappo del mio pensiero laterale (ora posso dargli finalmente un nome!) è stato finalmente tolto, dopo anni in cui mi sono sentita troppo piccola, ignorante, banale, stupida, sciocca, per farlo e che ci sono molte idee, molti sogni e molti progetti che vogliono uscire e prendere forma.

Ed è così. Sono un’incosciente prevalentemente. Penso fortemente di avere uguale diritto di espressione di un artista, di un poeta, di uno scrittore. Ci provo perché – in quanto essere umano – è l’unico modo che ho per oppormi al brutto, per dare un mio contributo, per costruirmi come persona imparando è FRUIRE il mondo, masticarlo, elaborarlo, mettendoci un pezzettino di me, di quello che sento e sono.

Molte delle persone che mi dicono che li metto a disagio con tutta questa mia produzione, non lo sanno ma sono persone che ammiro profondamente, che quando guardo al modo in cui osservano il mondo, alle loro doti, anche solo a come tengono una penna in mano o si passano le dita tra i capelli, io rimango del tutto estasiata perché vedo uno sguardo inusuale, affatto scontato, perché mi insegnano ogni giorno qualcosa, anche solo con un sorriso.

Forse mi sbaglio ma ci credo.

Credo che la creatività debba tornare ad essere popolare. Fortemente. Facciamola uscire dai luoghi polverosi in cui l’abbiamo relegata. E’ questo il momento di farla scendere in piazza, di riportarla in mezzo alle case, di condividerla.

E’ l’antidoto di cui disponiamo per contrastare questi tempi bui e risiede proprio dentro ognuno di noi.

Forse per questo ho sposato con entusiasmo l’iniziativa di Giorgia Poetry Attack in occasione dell’8 marzo e penso che sia bellissimo se scenderemo, in tanti, in piazza, con una poesia al collo o declamandola sull’autobus.

Forse per questo credo nella forza dell’ironia che apparentemente suscita risate ma è dotata di peso specifico e incita la riflessione molto più di un saggio economico.

E devo dire che mi ha fatto molto piacere, pensandoci, leggere anche questo:

L’ironia è un congegno intellettuale e cognitivo prezioso, tipicamente laterale, perché mentre conserva l’interpretazione canonica e pragmatica di qualcosa, di un testo, di un discorso, ne elabora, a lato, un’altra che ne problematizza, sorridendo, la pretesa univocità. L’ironia è la via lieve che conduce verso la complessità nel panorama plurale dei giudizi possibili. (DALLARI)

Mentre ero nella sala d’aspetto dalla dottoressa, come faccio spesso quando voglio elaborare le idee, ho disegnato una mappa mentale dedicata alla creatività (non sono brava, chiedo venia, ma mi servono davvero tanto) che è quella che trovate qui sopra.