2 agosto: quanto è importante la memoria

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Domani. Un altro 2 agosto. Sono passati 36 anni e ancora la memoria collettiva si mischia alla memoria personale. Riflettere sul senso di una STRAGE oggi appare ancora più importante.

Nella mente si mischiano ricordi, dolore, cronaca, stratigrafia di commemorazioni, processi, insabbiamenti, colpevoli e lacrime.

Il 2 agosto 1980 ero nella mia città, Bologna. Avevamo fatto un giro in bicicletta: mio fratello, io e mio padre. Aspettavamo che mamma tornasse dal lavoro, credo che fossimo lì, lì per partire per il campeggio in Puglia.

Tornando a casa sentimmo un botto, non abitavamo tanto lontano dalla stazione in linea d’aria. “Il botto”. Non riesco a non associare a quel giorno questa parola. Se ne potrebbero usare mille altre: bomba, attentato, deflagrazione, boato, ma io ho quella scolpita nella testa, perché è stata poi la parola con cui nelle narrazioni familiari e in quelle cittadine veniva sintetizzato quel momento, quel preciso istante in cui, per la mia città, tutto è cambiato.

Arrivati in cortile c’era un vicino, uno che aveva i capelli grigi e a me che di anni ne avevo 7, sembrava vecchissimo. Piangeva. Piangeva come un bambino. Era la prima volta che vedevo una persona di quell’età piangere e mi fece un grande effetto. E qui entrò nel mio vocabolario la parola “caldaia”.

Per qualche tempo, anche dopo che si era saputo che poi non era vero che era scoppiata – incidentalmente – una caldaia in stazione, quando qualcuno parlava di caldaie, io avevo paura. Non volevo stare vicina alle caldaie.

Le ore successive di quel giorno ce le ho impresse nel cuore e nella testa. Mia zia stava rientrando, in treno, da Milano e ho in mente la schiena di mia mamma, un telefono nero attaccato al muro e lei che tenta – ossessivamente – di mettersi in contatto con i suoi genitori: mia zia era attesa a casa loro. Il telefono però non funzionava e il silenzio assordante di una città inchiodata era interrotto solo dalle sirene. Tantissime sirene.

Mia mamma cercava di stare calma, c’eravamo noi bambini che non bisognava spaventare, ma io ricordo che la guardavo con una specie di noce di angoscia ferma nel gozzo. Non avevo ancora capito bene ma sapevo che era successo qualcosa di grave e che nessuno sapeva dove fosse mia zia.

Mia zia quel giorno doveva arrivare alle 10.30 in stazione ma per una volta i ritardi delle Ferrovie dello Stato ci furono propizi. Bloccarono il suo treno a pochi chilometri dalla stazione a botto avvenuto e rimase ore ferma in una carrozza, nel nulla prima del nulla.

Quando riuscì a scendere da quel treno, vide cose che poi non volle raccontare.

Partimmo per le vacanze, dopo.

Mi ricordo che quando conoscevamo qualcuno, in campeggio e dicevamo che eravamo di Bologna, ecco mi ricordo che tutti ci guardavano come si guardano i superstiti e facevano delle gran domande ai miei genitori. Mi ricordo anche pensieri un po’ biechi, i pensieri di una bambina di 7 anni: “Siam diventati famosi perché abitiamo a Bologna”.

A settembre, primo giorno di scuola, in classe la maestra ci parlò della strage. In quell’estate, oltre “botto”, “caldaia” e “bomba”, avevo imparato una nuova parola: STRAGE.

La maestra ci chiese bene come stavamo, cosa sapevamo e ci disse che il papà di una nostra compagna, che era vigile del fuoco, sarebbe venuto per parlare con noi del 2 agosto.

2 AGOSTO. Una data che non potrà mai più essere scissa da quell’anno, da quel botto.

Il papà della nostra compagna era alto, abbronzato, forte. Pensai che erano stati fortunati quelli che aveva salvato lui, perché poteva tirare su dei pesi enormi con quelle braccia grandi e di sicuro aveva sollevato mattoni, lamiere e macchine pur di salvare le persone. L’avevo vista e rivista alla televisione la stazione di Bologna dopo il botto, avevo visto gli autobus, quelli con cui andavo in centro che erano diventati ambulanze e obitori.

Questo omone grande e grosso ci raccontò che aveva lavorato, ininterrottamente, quel giorno, fino a quando non era venuto di nuovo mattino. Ci raccontò dei morti, quanti morti che aveva visto, quanti feriti che aveva preso in braccio. Ci raccontò dei bambini. C’erano dei bambini come noi, che adesso a scuola non ci erano mica tornati, rimaneva un banco vuoto. Qualcuno, avevamo 7/8 anni, fece domande da bambino. Ne ricordo una in particolare che mi fece un brutto effetto, mi venne la nausea ed era: “Hai visto teste rotolare?”.

Il papà della mia amica a quel punto lì cominciò a piangere anche lui come un bambino, come il mio vicino.

Ma come, anche i vigili del fuoco, gli omoni grandi e grossi, possono piangere?

Tornai a casa e piansi, piansi tantissimo anche io. Piango tutti gli anni, il 2 di agosto. È più forte di me.

Ultimamente ho dovuto raccontare a mia figlia di un camion che si butta contro la folla, durante una festa nazionale e di una città che lei ama e dove vivono dei nostri parenti, in cui è stato seminato il terrore. L’ho fatto perché ha quasi 10 anni e il mondo non aspetta di essere raccontato da mamma e papà, a volte entra dalle finestre e bisogna che lei sia preparata. L’ho fatto perché non voglio che senta quella noce in gola, o meglio, voglio esserle vicina mentre la sente.

Ho raccontato usando le parole che avrei usato per la Panzallaria del 2 agosto 1980, quelle che tentò di usare mia madre.

Credo nella memoria come migliore antidoto alla violenza, credo nelle storie delle persone come attivatrici di empatia. Credo che chi era il 2 agosto 1980 e poi dalle 10.25 non era più vada ricordato, onorato, rispettato – così come tutte le persone che in qualsiasi parte del mondo muoiono per mano di un’idea manipolata o di una guerra ingiusta – e che in questo stia l’unica salvezza, l’unica speranza per restare umani.

Ecco perché, ogni anno, quando vedo come il Comune di Bologna si muove per ricordare, io mi sento ORGOGLIOSA di essere bolognese. Ecco perché per me #2agosto significa principalmente MEMORIA.

Amo la mia città, la sua gente, le sue contraddizioni e amo anche le sue ferite. Le ferite che stanno nella memoria personale pungono di più di quelle che ascoltiamo alla televisione? Un po’ si, credo che sia umano: lo sforzo è pensare alle nostre ferite e al dolore che proviamo e cercare sempre di immergerci nelle ferite e nei dolori che non conosciamo, cercando di fare germogliare qualcosa, affinché ciò che è accaduto non si ripeta o almeno affinché possiamo trovare un modo, il nostro, per tentare di evitarlo.

Seguite le storie di chi era alla stazione di Bologna il 2 agosto su Facebook e su un blog che coltiva la memoria.

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2 commenti
  1. speranzah
    speranzah dice:

    Ricordo bene quel 2 agosto. Ero.da mia nonna e l’aiutavo a pulire la casa. Rimanemmo tutta la mattina con la tv accesa. L’unica volta che sono passata a Bologna era proprio sul treno che ci portava a Parigi per la giornata mondiwdella gioventù del 1997. Il treno si fermo’ davanti all’orologio che era ancora fermo all’ora della strage. Lo fissavo e piangevo. Certi avvenimenti non si dimenticano mai. Però come è finita la stagione delle stragi del terrorismo finirà anche questa dovuta all’Isis. Questa è la nostra speranza e certezza.

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  2. cristina
    cristina dice:

    E’ bellissimo il tuo racconto… ed è vero essendo bolognese.. ogni anno vorrei essere là insieme a ricordare a fare il minuto di silenzio… mi riprometto sempre di andarci ma poi arrivo sempre lunga e il lavoro aihme.. ci assorbe….

    Rispondi

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