Scommesse

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Avevano scommesso. Una giornata calda d’inferno e nessuno in giro: luglio 1963. Tutto il mondo boia stava al mare, mogli al mare, figli piccoli al mare.

Loro quattro erano rimasti a Bologna che la scuola era finita e iniziava il tempo del lavoro. Enzo lavorava in una pompa di benzina sulla via Emilia e quando alla sera tornava a casa sua mamma gli diceva che sembrava un barile di nafta ed era meglio si mettesse in balcone qualche ora che la casa era pulita e non voleva che i vicini pensassero che cucinava delle robe strane, con tutto quell’odore di benzina e sudore.

Beppe detto il lungo (e pare non per la sua modesta altezza di un metro e 68) faceva l’aiutante dal macellaio, il Conca lavorava dal meccanico e Ianes stava nel bar del babbo a fare caffè e a intrattenere gli amici raccontando della Gina, quella porcona della sua vicina di casa che d’estate girava in mutande e reggiseno e la dava via a tutto il quartiere.

Il bar San Petronio, che era poi tutto quello che avrebbe lasciato il padre allo Ianes era il ritrovo abituale dei quattro amici in quella estate afosa. Si stava lì fumando come matti, parlando della Gina e del mondoboia che era al mare e intrattenendosi come si poteva.

A far scorrere un po’ di adrenalina erano sempre le scommesse sulle carte o sul biliardo e la posta ogni giorno si faceva più alta.

Il lungo era forte a biliardo e da sborone qual era sfidava sempre gli amici che a batterlo si erano incaponiti. Lo Ianes – che in quanto figlio del padrone si sentiva il capo della banda del bar – un giorno credette che ce l’avrebbe potuta fare a battere l’amico per via di un sogno premonitore che aveva fatto la notte prima.

“Scommetto 1 caffè che ti batto!” disse all’amico, che tanto lui i caffè mica li pagava che era tutta roba del babbo!

Il Lungo – che di caffè era drogato – non se lo fece dire due volte, certo che tutto sarebbe andato a suo vantaggio. Lo Ianes quel giorno lì si era impuntato e malgrado l’amico lo stesse stracciando di brutto continuava a scommettere caffè del babbo tra gli incitamenti degli altri due e le saracche dei vecchi che giocavano a briscola nel tavolino di fianco.

Andarono avanti 5 ore. Cinque ore di biliardo. Cinque ore di passione per il giovane barista.

La sboronaggine del Lungo sembrava incontenibile e tra pernacchie e strizzatine d’occhio, alla fine si trovò ad avere incassato ben 150 caffè.

150 caffè.

Una vagonata di chicchi e caffeina.

Lo Ianes aveva un diavolo per capello e con le sue bestemmie stava facendo scendere la Madonna di San Luca.

“Scolta Ianes, però che ne dici se commutiamo i caffè con qualcosa d’altro? facciam due conti e mi dai del gelato o dei panoni o delle caramelle!” disse il Lungo con l’aria di chi è magnanimo e non vuole infierire sulla sua preda.

Ianes era rubizzo in faccia dalla rabbia.

“Te mio caro ti prendi i caffè! abbiamo scommesso caffè e adesso ti prendi i caffè!” urlò deciso battendo il palmo della mano sul bancone in marmo.

Tutti si zittirono. Non lo avevano mai visto così. Suo padre era famoso per la calma con cui sapeva sempre gestire la situazione e occuparsi degli imbariegh che giravano lì attorno e nessuno lo aveva mai sentito parlare a voce troppo alta: lui aveva perso le staffe per una scommessa.

“Allora li voglio ora i miei caffè!” disse il Lungo che aveva accolto la sfida e pregustava la goliardata.

“Adès?!!? tott quant?”

“tott quant! mettimeli in una tinozza, in un secchio, fai come ti pare ma li voglio tutti!”

“mo soccia Lungo, ti propri uno sbregamarón mica da rider!”

Ianes che credeva davvero di avergliela fatta a quello sborone del Lungo a costringerlo a riscuotere solo dei caffè, contando sul fatto che era uno che poi le cose se le dimenticava in fretta, ora non sapeva davvero se dargli retta o meno.

I suoi amici lo fissavano. L’odor di nafta che emanava Enzo si faceva più forte e gli umarells che giocavano a carte si erano tutti fermati per assistere allo spettacolo.

Non poteva permettere a quel cuajón del suo amico di sputtanarlo con tutti i clienti.
Andò a prendere il catino in cui bagnavano i burazzi per pulire il pavimento del bar e si mise di gran lena a fare dei caffè. Riempiva la tazzina, girava la macchinetta e via andare: uno, due, tre, cento, centrotrenta e centocinquanta caffè.

A mezzanotte Ianes aveva pagato il suo debito. A mezzanotte e cinque il Lungo si era tirato giù i pantaloni e le mutande e c’aveva la sua lunghissima oca a penzoloni davanti a tutti gli avventori che applaudivano e fischiavano e non erano voluti tornare a casa nemmeno per la cena pur di scoprire cosa sarebbe successo al bar degli Sgamba.

Il Lungo guardò lo Ianes con aria di sfida, scrollò per qualche istante a destra e a sinistra il suo usél e poi si mise a sedere a cavalcioni del secchio e si fece un bel bidè, si sciacquettò le chiappe e i maroni nel caffè canticchiando e spernacchiando il barista.

” Avevo proprio bisogno di lavermi al dedrì!” disse soddisfatto il Lungo tra gli applausi generali.

Si tirò su i pantaloni, consegnò la bacinella all’amico e uscì dal locale, certo che nessuno avrebbe mai più osato sfidare il suo talento sia per quanto riguardava il gioco del biliardo sia per un altro paio di cosette.

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  1. […] del bar storico, quelli di mio suocero, quelli che mi hanno ispirato anche altri due racconti: Scommesse e […]

  2. Sarò ospite di You Post: 24 novembre 2009 « Francesca Sanzo ha detto:

    […] di incontrare lì tante persone, ecco il link al primo racconto che leggerò martedì 24 dalle 20 alle 21 al Macondo. Novembre 9th, 2009 | Category: […]

  3. […] E nel mio piccolo, mi è venuta una gran voglia di scriverle tutte quelle storie. Storie come questa […]

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