Articoli

Le proposte di collaborazione: ovvero mail marketing aggressivo

[se vuoi fare marketing del tuo sito fallo bene, se no – anche se i contenuti sono di qualità – rischi davvero di rovinarne la credibilità]


Qualche giorno fa ho dedicato un post allo spam, quello meno evidente perché forse inconsapevole. Evitare di diventare spammer è FONDAMENTALE se abbiamo l’obiettivo di stare bene in Rete.

Oggi prendo spunto da una mail (ma sul genere me ne arrivano ancora troppe!) con la proposta di collaborazione per il mio blog. Immagino che in molti sappiate di cosa sto parlando: operazioni di mail marketing che mirano a diffondere i contenuti di siti commerciali, usando la visibilità di altri.

Le parole “collaborazione”, “rimborso spese” hanno perso il loro significato professionale per diventare parole civetta che attraggono l’attenzione ma che – di solito – vogliono solo barattare pubblicità gratuita.

Le 2 mail che mi sono arrivate e di cui pubblicherò solo brevi passaggi per rispettare la privacy di chi mi ha scritto sono EMBLEMATICHE: ce ne sono di ben più subdole e le cui intenzioni sono difficilmente decriptabili.

Credo che se si decide di stare in rete e di comunicare attraverso di essa, bisogna farlo nel modo giusto, secondo le proprie possibilità: se vuoi fare marketing del tuo sito fallo bene, se no – anche se i contenuti sono di qualità – rischi davvero di rovinarne la credibilità.

Ecco allora il carteggio che abbiamo scambiato, con qualche riflessione a margine.

Gentile Blog,

Siamo il sito (…) e ci occupiamo di (…) e abbiamo creato anche una sezione tutta dedicata alla mamma e bebé, che sicuramente potrà destare il vostro interesse. Vi scriviamo perché vorremmo proporvi una collaborazione, che consiste nell’inviarvi i materiali presenti sul nostro sito, in maniera tale che voi possiate linkarli e farli visualizzare ai vostri utenti. (Il nostro sito ha un traffico stimato pari a 1 milione di visite al mese).

Saremmo lieti se, per l’eventuale collaborazione prendeste in considerazione non solo gli articoli riguardanti la mamma e bebé ma anche quelli inerenti le altre rubriche.

(..) vi alleghiamo anticipatamente gli ultimi articoli e video riguardanti (..) che se volete, potete già pubblicare, ovviamente inserendo i nostri link e il logo.

Si parte subito male. La formula “Gentile Blog” rende palese il fatto che si tratti di un invio multiplo e NON personalizzato: chi scrive aveva un database di indirizzi disponibili e lo ha usato indiscriminatamente. La formula oltretutto è fastidiosa anche linguisticamente: non stai scrivendo a una cosa (blog) ma a una persona.

Ma passiamo alla parte più “divertente”.

Mi propongono una COLLABORAZIONE che consiste nel pubblicare loro contenuti sul mio blog. Mi fanno capire che per me sarebbe conveniente perché il loro sito ha molti accessi (usano la carta, solita, della VISIBILITA’). Ma se sono io a pubblicare i loro contenuti, in che modo i loro utenti dovrebbero trasformarsi in un vantaggio per il mio blog? Non è vero invece viceversa?

Visto che sono molto curiosa e ci provo anche un certo gusto a cercare di arrivare al fondo di questi messaggi, facendolo dire ai diretti interessati qual’è il fine ultimo, ho risposto:

E in cambio? F.

Dopo 4 giorni (che in Rete sono un’eternità, specie per chi fa teoricamente sta puntando sulle mail per fare business) mi scrivono:

Il nostro sito da tempo fornisce in maniera del tutto gratuita contenuti su diversi ambiti  a testate giornalistiche e ad emittenti radiotelevisive, ora però vorremmo ampliare il nostro bacino d’utenza, puntando sui blog.

Quindi, noi le forniremmo i contenuti sotto forma di (…) e lei dovrebbe pubblicare i contenuti che più le piacciono mettendo un link al nostro sito. Tutto qui!

Credo che ne valga la pena, data anche la portata del traffico che ha il nostro sito, che le ricordiamo essere pari a 1 milione di visite al mese.

Il punto è: io i contenuti li produco, perché dovrei pubblicare quelli di altri? Non sono una radio o una testata giornalistica e se hai letto il mio blog dovrebbe esserti chiaro. A me è palese che hai sparato nel mucchio, lo hai fatto in maniera confusa e senza capire esattamente quale sia l’ecosistema in cui ti stai muovendo.Rilanci di nuovo la carta degli accessi, come se questo dovesse bastarmi e avanzarmi. Continuo però a non capire: gli accessi di cui mi parli sono al TUO sito, mica al mio. Non sei tu a mettere il link al mio blog ma dovrebbe essere viceversa no? Io cosa ci guadagno?

Ecco, a mio avviso, se lavori con la Rete o semplicemente la usi come mezzo per diffondere il tuo lavoro (editoriale e non), non puoi permetterti questo genere di sbavature, perché quello che mi racconta il non verbale è:

  1. mandi mail a caso, contribuendo alla spazzatura digitale
  2. non hai mai letto il blog della persona a cui stai scrivendo perché se no sapresti che è completamente fuori target rispetto ai tuoi contenuti
  3. non hai ben presente come funziona la blogosfera: un conto è diventare provider di contenuti per un ufficio stampa o una rivista specializzata, un conto è pensare di fare la stessa cosa per un blog. Di solito un blog – per diventare autorevole – è costituito di articoli a firma e non di semplici rilanci “copia carbone” di altri.
Dato che il mondo è bello perché vario, sono certa che mi arriveranno mail come questa ancora per molti anni: il digital divide tra chi usa la rete consapevolmente e chi invece la usa ma senza sapere davvero quello che sta facendo è impressionante. Assolutamente lecito per chi non ci lavora in mezzo fare degli sbagli (e se mai capire che deve confrontarsi con chi ha il polso della situazione), inaccettabile per chi, invece, come in questo caso, sta cercando di VENDERE un prodotto che è WEB.
La caratteristica più faticosa di questo Digital Divide è il fatto che spesso non ci si renda nemmeno conto della necessità di affidarsi a professionisti per fare quello che – a prima vista – sembra così facile, dato che non si tratta di altro che scrivere una lettera, ma che a ben vedere non lo è affatto perché ha a che fare con le strategie di comunicazione e con il web: due ambiti su cui bisogna essere competenti per poterli usare bene.

Spam or not Spam?

[Si diventa spammer in un attimo, mentre per farsi una reputazione ci vuole tempo, lavoro, passione e rispetto per gli altri.]

La maggior parte delle persone crede che lo spam sia solo quello che arriva via mail e che lo spammer sia una brutta persona che passa la notte a bere caffè e a studiare modi malefici per spillarti soldi, con messaggi di posta scritti in brutto italiano che ti invitano a cambiare il codice della tua carta di credito o ad accrescere la lunghezza del tuo pene, per rubare tutti i tuoi risparmi.

E invece i modi per “fare spam” o “spammare” qualcuno sono TANTISSIMI, anche senza furto, brutto italiano o allungamento del pene.  ;-)

Visto che sempre più spesso mi capita di essere vittima – in quanto blogger e quindi come “appetibile target” – di queste forme di SPAM (spesso inconsapevole), ho deciso di scrivere questo post.

Quali sono le “male pratiche” per le quali qualcuno può essere definito spammer? Come evitare di cadere in questa etichetta, tanto difficile da scrollarsi di dosso?

Da quando il livello di interazione sul web è aumentato esponenzialmente, specie con l’avvento dei Social Network “conversazionali”, moltissime persone hanno scelto la rete per promuovere progetti, prodotti o anche semplicemente i propri contenuti on line usando il passaparola, il commento, il tag.

Niente di male: il web è pervasivo, costa poco e permette di rinnovare spesso i contenuti e di declinarli su diversi piattaforme. Ciò non significa però che non servano competenze, o anche solo un po’ di attenzione, per evitare di usarlo in maniera impropria, creando solo un rumore di fondo che infastidisce, invece di coinvolgere e interessare.

Ecco allora qualche consiglio su cosa NON fare in rete se non si vuole diventare SPAMMER.

In mail

Non mandare la stessa mail per segnalare il tuo sito in maniera indistinta a moltissimi indirizzi: se puoi cerca di personalizzare il messaggio, declinalo a seconda del destinatario e spiega con chiarezza e trasparenza che ci tieni a far conoscere il tuo progetto. Se proprio non puoi fare a meno di mandare la stessa mail a molte persone, evita di lasciare in chiaro tutti gli indirizzi e usa la modalità BBC (o CCN) in modo che tra loro, le persone a cui stai scrivendo, non vedano gli indirizzi degli altri. Può essere davvero fastidioso sapere che il tuo indirizzo è messo in condivisione ad altri che magari non conosci nemmeno.

L’invio di mail promozionali a una mailing list di persone che non ne hanno esplicitamente richiesto l’invio è ILLEGALE. Sull’argomento vi consiglio di leggere l’ottimo articolo di Barbara su Mommit, spiega chiaramente cosa dice il Garante della Privacy e offre validi consigli per evitare di  trasformarsi in celeberrimi Mail Spammer ;-).

Consiglio anche l’articolo di Michela Calculli sullo spam di Natale.

Su Facebook

[Crea una pagina, non un utente]

Se sei un’azienda o hai un progetto editoriale che vuoi promuovere, fallo in maniera adeguata, ovvero creando una pagina dedicata: se vuoi puoi invitare i tuoi amici a seguirla ma in questo modo, per farti promozione non dovrai costringere gli altri ad accettare richieste di amicizie da parte di aziende e marchi, invece che persone.

La tua comunicazione sarà molto più chiara ed efficace ed eviterai l’effetto “incursione”, ovvero quel senso di disagio che molti provano –  specie se sanno di essere fonte di attenzione per il marketing, come capita per esempio ai blogger –  a ricevere richieste di amicizia da utenti che non hanno una faccia ma un logo.

[Evita approcci via messaggio privato solo per lanciare il tuo sito!]

Hai creato una pagina ma vuoi farti conoscere: bravo!

La strada giusta NON è quella di cercare nuovi amici mandando loro un messaggio che contiene solo il link al tuo sito e una frase generica del tipo: “vieni a trovarmi sul mio sito, scoprirai tante cose interessanti!”. Specie se stai tentando di attirare l’attenzione di un blogger (parlo per esperienza personale), che riceve molti contatti al giorno, non è la strada migliore.

Sarebbe come se un anonimo tirasse un sasso dentro alla tua finestra con su scritto a caratteri cubitali il suo indirizzo e un “vieni a trovarmi!”: avresti davvero voglia di passare a casa sua per un the con i pasticcini?

Piuttosto che usare questa tattica (spesso fallimentare), pensa ai contenuti del tuo blog, tessi una buona rete interessandoti VERAMENTE ai contenuti degli altri e rilanciandoli anche sulla tua pagina con quella logica dell0 scambio che rende così speciale il web. I rapporti virtuali si costruiscono nel tempo, esattamente come quelli reali e sono basati sulla fiducia e lo scambio reciproco. Se davvero impari a conversare e a valorizzare i contenuti di qualità, stai pur certo che gli altri verranno a trovarti e lo faranno con vero piacere e non perché gli hai mandato segnali di fumo tramite messaggi privati o in bacheca.

[Non invadere le bacheche altrui off topic!]

Esattamente come il messaggio privato, se qualcuno ti ha offerto la sua amicizia non è perché tu vada a TIMBRARE la sua bacheca con il famoso link condito con la generica frase di invito a “cliccare” su un fantomatico e “imperdibile” contenuto.

La persona a cui hai deciso di regalare il tuo link chi è? Cosa fa? Sei sicuro che gradisca? Sa chi sei tu?

Lo stesso discorso vale per i gruppi. Se vendi formaggio, fai benissimo a iscriverti a tutti i gruppi dedicati al formaggio che ci sono su Facebook, ma non farlo se è solo per “vistarli” con il tuo link o le tue offerte commerciali: gli altri membri lo troveranno odioso e stai pur sicuro che i formaggi rimarranno in cantina ad invecchiare ;-)

Iscriviti se davvero ti interessa partecipare alle discussioni, se attraverso quello che dici e scrivi puoi raccontare la tua identità aziendale, aumentare la qualità dei contributi presenti e creare delle relazioni di mutuo scambio. Iscriviti se hai voglia del confronto, se no meglio mettersi in piazza e distribuire volantini!.

[Se commenti, fallo perché hai qualcosa da dire]

Non commentare un post solo perché partecipano persone interessanti che fanno parte del tuo ipotetico target o perché pensi che sia FONDAMENTALE che anche lì tu diffonda il tuo link. Commenta se hai qualcosa da dire su quel particolare argomento e se hai voglia di proporre un punto di vista personale.

[Non taggare a caso]

Non taggare gente a caso nei tuoi post o contenuti multimediali: fallo se veramente le persone sono interessate e se il contenuto parla anche di loro. Tagga con moderazione: il TAG è un bene prezioso e va usato senza esagerare. Troppi TAG diventano un “Al lupo!” gridato per scherzo, nessuno verrà più a guardare in cosa è stato taggato se lo fai troppo spesso!

Su Twitter

Vale lo stesso discorso che vale per Facebook per quanto riguarda messaggi privati e TAG. Twitter è un potente strumento di condivisione e informazione: anche se abbiamo aperto un account per il nostro progetto imprenditoriale, ricordiamoci che il modo peggiore per usarlo è quello di rilanciare solo link e non interagire con altri se non per convincerli a cliccarci. Di Twitter e di come usarlo ho scritto in un post dedicato: Perché usare Twitter?

Sui blog

Hai raccolto una web map ricca di indirizzi utili di blogger opinion leader nel tuo settore e qualcuno ti ha detto che se riesci ad attrarre la loro attenzione il tuo progetto è a cavallo?

Non cominciare a infilare commenti a caso a margine dei loro post. Non c’è niente di più irritante per una persona che ha scritto un articolo di ricevere un commento che non c’entra nulla ed è chiaramente off topic: parla di superficialità da parte di chi lo scrive e fa sentire “target” chi lo riceve. Stai pur tranquillo che quel blogger non verrà MAI sul tuo sito!

Se vuoi partecipare alle discussioni (sui blog come su facebook o altrove), fallo dopo esserti fattoun’idea dell’ecosistema in cui ti sei inserito.

Si diventa spammer in un attimo, mentre per farsi una reputazione ci vuole tempo, lavoro, passione e rispetto per gli altri.

E l’unica cosa che DAVVERO ti farà VENDERE qualcosa è la tua reputazione!

[Se queste argomentazioni ti sembrano sciocche e ti chiamano spammer…]

Almeno non ti offendere!

Troppo spesso capita che di fronte alla LECITISSIMA lamentela nei confronti di comportamenti simili a quelli elencati in questo post, il diretto interessato si offenda a morte perché qualcuno gli chiede di non “spammare” il proprio sito, la propria pagina o il proprio account di Twitter. A volte si rischia addirittura che la vittima di spam venga accusata di maleducazione, snobismo, o peggio di non stare al gioco della rete, magari perché decide di allontanare qualcuno dal proprio blog o di bannarlo dalle proprie amicizie.

Anche se fare pubbliche relazioni digitali sembra molto facile,  non è così. Il “livello base” però si può imparare e con un po’ di attenzione e rispetto dell’altro, senza bisogno di essere professionisti, si può creare un’identità virtuale in grado di comunicare in maniera sana e robusta, facendo anche business!

Freccia rossa per chi?

Tramite il passaparola su Facebook arrivo a un post di Benedetto Zacchiroli che riflette sulla comunicazione scelta da Trenitalia per presentare i diversi modi di viaggiare sui treni Freccia Rossa nella pagina

Frecciarossa: 4 diversi modi di viaggiare

Guardate un po’ le immagini associate alle diversi tipologie? (cliccando sullo screenshot arrivate alla pagina del sito)

Le “diverse tipologie di servizio” corrispondono a tariffe più o meno elevate. Le immagini associate alla tipologia “Executive”, mostrano un gruppo di persone che fanno una riunione in treno. “Business” corre talmente veloce da un appuntamento all’altro che le persone non si vedono nemmeno. “Premium” è la tipologia riservata a persone che vogliono “un po’ di più”: 2 uomini d’affari che stanno facendo uno spuntino in treno.

La tariffa “Standard”, ovvero quella che meno di così  sul Frecciarossa non ci sali, “per un viaggio con la velocità, la sicurezza e le dotazioni tecnologiche del Frecciarossa a prezzi competitivi. Ai clienti del livello Standard non è consentito l’accesso alle carrozze Premium, Business e Executive” è rappresentata dall’immagine di una famiglia senza troppe pretese.

Guardate bene l’immagine di questa famiglia senza pretese.

Sono stranieri.

In nessuna altra foto a corredo della pagina (o degli approfondimenti) compare uno straniero TRANNE in questa che rappresenta la “classe di viaggio” più bassa.

Probabilmente un caso.

Un caso di brutta comunicazione.

Un caso di brutta comunicazione che potrebbe sembrare – all’occhio ingenuo – un po’ razzista.

Segnaliamo allo IAP

Per chi vuole, potete segnalare questa scelta pubblicitaria allo IAP, usando l’apposito modulo: http://www.iap.it/it/modulo.htm

Io l’ho appena fatto!

Silvia Storelli consiglia di segnalare anche all’Unar (Ufficio Nazionale antidiscriminazioni razziali): http://www.unar.it/

 

 

Oggi le mamme capiscono la differenza. E i messaggi della pubblicità?

A inizio dicembre sono stata a Lugo per una riflessione, su invito dell’Associazione Demetra , rispetto al ruolo della comunicazione pubblicitaria come humus su cui si fondano anche i possibili presupposti della violenza di genere. E’ un po’ quello di cui mi sono occupata per Donne Pensanti in questi anni: promuovere una riflessione collettiva su quanto gli stereotipi di genere promossi dalla comunicazione siano forti nel nostro Paese, incrementando gli stereotipi. Ho voluto presentare il progetto Zero Stereotipi  e il relativo decalogo che abbiamo elaborato con Giorgia Vezzoli. Zero Stereotipi si rivolge alle aziende e alle agenzie per promuovere una comunicazione alternativa e che tenga più in conto le differenze, senza strumentalizzare inutilmente il corpo della donna.

Quasi in contemporanea al lancio del nostro decalogo, anche l’Art Director Italiano ha promosso un  manifesto deontologico  che invita a un uso consapevole delle metafore linguistiche e visive, senza che il corpo femminile diventi l’unico lasciapassare al marketing di prodotto. Ecco un passaggio particolarmente interessante:

Il nostro mestiere è raccontare le offerte dei nostri clienti attraverso narrazioni efficaci. Ironia, humour, paradosso, appartengono al patrimonio storico del miglior linguaggio pubblicitario. Sono, fra i molti tratti distintivi della pubblicità, forse i più popolari e apprezzati, se e quando vengono impiegati con competenza, precisione e misura. Per questo crediamo, come professionisti e come individui responsabili, di dover assumere, condividere e promuovere un insieme di princìpi che servano da positivo fattore di sensibilizzazione e orientamento etico per chi, ogni giorno, crea e diffonde linguaggi e simboli. Ad animarci non è un intento censorio, che non ci appartiene, ma il desiderio di portare un contributo positivo alla crescita, non solo materiale ma anche culturale, di questo paese. In questo spirito sottoscriviamo otto semplici appelli che auspichiamo possano essere raccolti e condivisi anche al di fuori dell’Art Directors Club Italiano. Non solo dagli altri colleghi che si occupano – in vari modi – di comunicazione, ma anche dagli enti e dalle imprese per cui lavoriamo e da chiunque abbia l’opportunità, oltre che la responsabilità, di veicolare messaggi attraverso i media.

In questi giorni è Annamaria Testa (tra le firmatarie del manifesto deontologico) a tornare sul tema con la presentazione Donne e pubblicità: immaginare per cambiare. La presentazione di Annamaria Testa approfondisce un tema che mi sta molto a cuore proprio perché – come blogger che a lungo è stata inserita nella categoria delle “mamme blogger” – ho modo di sperimentare quasi quotidianamente l’attenzione della pubblicità nei confronti delle mamme, intese come target appettibile.

Io stessa, poi, professionalmente mi occupo di comunicazione e web, anche in progetti Corporate dedicati a genitori e bambini.

Le mamme, nella pubblicità, sono davvero granitici stereotipi che occhieggiano agli anni ’50 e alle famiglie idealizzate dai mulini bianchi. Anche quando non sono il soggetto dello spot, le si ingabbia in un ruolo domestico, di cura esclusiva del proprio bambino, che definisce un immaginario collettivo duro a morire, quello secondo cui è la mamma a fare da mangiare, è la mamma a pulire, è la mamma a spalmare unguenti per far passare il raffreddore ai propri cuccioli.

Probabilmente avrete letto tutti, in almeno 1 quotidiano, della bagarre nata tra Plasmon e Barilla per una pubblicità comparativa. Io ho seguito la vicenda anche su alcuni blog che trattano argomenti legati alla genitorialità e mi sono resa conto che un elemento importante veniva taciuto da tutte le brillanti analisi del caso.

Non approfondisco quindi i termini legali e di principio di questa operazione, ma constato.

comparativa Plasmon

comparativa Plasmon

Constato che anche in questa pubblicità le mamme diventano il destinatario UNICO del messaggio, le depositarie del destino alimentare dei propri bambini, quelle che sono deputate a SCEGLIERE al supermercato. In due parole la pubblicità dipinge un contesto da cui, faticosamente, l’Italia sta tentando di uscire.

Ecco cosa ci racconta un semplice claim:

  1. le mamme italiane scelgono la pastina per i figli
  2. le mamme italiane sono quelle che vanno al supermercato o nei negozi
  3. le mamme italiane sono quelle che cucinano
  4. le mamme italiane sono quelle che si prendono cura dei figli
  5. le mamme italiane, a forza di spingispingi pubblicitari hanno imparato
C’è di peggio, direte voi. Il messaggio decodifica semplicemente un modo che è connaturato alla genitorialità italiana: per la maggior parte sono le donne a occuparsi di queste cose, in famiglia.
E’ vero e non siamo certamente di fronte a una pubblicità offensiva (non almeno per i destinatari).
Ma
Ma sembra che questo immaginario sia talmente granitico che non ce ne si può liberare, che anzi, in qualche modo ci faccia sentire protette. Eppure, se ci pensiamo, non c’è tanta differenza con le tante pubblicità che usano tette e culi per pubblicizzare telefoni. In ambo i casi siamo schiacciate da ruoli che altri ci stanno imponendo, senza che la pluralità venga proposta.
Conosco molti padri che cucinano la pastina ai propri figli. Vedo molti padri al supermercato. All’uscita dall’asilo.
Perché sono esclusi da questo tipo di comunicazione? Perché troppo spesso, noi donne, non ci accorgiamo nemmeno del fatto che siamo le uniche prese in considerazione quando si parla di questi temi? Non c’è anche in questa accettazione del tipo di comunicazione che ci riservano, un’accettazione di un ruolo esclusivo che plasma l’immaginario maschile e femminile?
Perché non è mai al soggetto maschile che si rivolgono gli appelli pubblicitari collegati alla cura dei figli? Quando scrivo mi sforzo di parlare, sempre, di genitorialità e non di maternità, eppure mi rendo conto che troppo spesso la persona/uomo rimane al margine del discorso e lo slittamento concettuale a “maternità” avviene quasi naturalmente.
Dovremmo certamente partire anche da qui.
Cominciando a chiedere alle aziende di raccontare il mondo dell’infanzia non come qualcosa di cui è portatrice solo la donna. Sono sicura che anche in questo modo, la fatica di essere genitore in tempi come questi, con il nostro welfare e i problemi del Mercato del lavoro, sarebbe sostenuta a 360 gradi da una riflessione collettiva che non ci richiude in inutili etichette.
Non è tanto, ma diventa un pezzo di un puzzle i cui pezzi sono sparsi ovunque.
E la recente pubblicità di 4 salti in padella?
Ecco un paio di interventi con cui mi trovo molto in linea:

Perché usare twitter?

[Quello dei Social Media deve essere un uso consapevole e di ognuno occorre distillare le caratteristiche perché dialoghino con i nostri obiettivi interni]

 

Twitter

Premetto che questo articolo si basa solo sulla mia esperienza e sulla sperimentazione diretta.

A me Twitter piace moltissimo: ha qualità intrinseche che lo rendono molto apprezzabile sia per il personal branding che per la gestione della comunicazione dei clienti.

Twitter  permette di seguire un flusso di post informativi (max 140 caratteri) dei propri followers e di coloro che vengono rilanciati da chi hai deciso di seguire (non necessariamente le persone che segui coincidono con quelli che ti seguono). Per saperne di più sul funzionamento meccanico e le specifiche tecniche, rimando alla ottima pagina di Wikipedia.

Secondo gli ideatori di Twitter, non si tratta di un Social Network ma di un Information Network. 

“Twitter is for news. Twitter is for content. Twitter is for information”. (fonte Tagliablog)

Differenze d’uso con Facebook

Facebook è biunivoco e si basa sul concetto di reciprocità:  c’è una bacheca chiusa, in cui puoi seguire ed essere seguito solo da utenti “amici”  e le due pratiche coincidono, mentre Twitter no. Non necessariamente chi segui coincide con chi ti segue, o viceversa. Proprio per questo motivo Twitter permette una maggiore serendipity, ovvero offre l’opportunità di venire a contatto anche con informazioni e notizie che non stavamo cercando ma che ci accorgiamo essere di nostro interesse. L’interfaccia di Twitter è semplice e il flusso di post non è interrotto da applicazioni, giochi e pubblicità.

Tag e hashtag

I TAG (@) e HASHTAG (#) permettono di condividere con altri e aggregare tematicamente informazioni in maniera molto rapida ed efficace. L’hashtag, in particolare, offre numerose possibilità di tematizzazione che si sono rivelate utili in molte occasioni.

I Tag (@) servono a coinvolgere altri nella conversazioni, chiamandoli in causa per citarne un articolo o per chiedere un parere. Ad es.: @ciccio ha scritto un bellissimo post qui: ….. Quando menzioni qualcuno attraverso un tag, a lui arriva una segnalazione e ti può ringraziare per averlo fatto.

Gli Hashtag (#) diventano dei veri e propri aggregatori istantanei di contenuti e informazioni e vengono molto apprezzati durante il live blogging di eventi o per manifestazioni di cittadinanza attiva on line. Quando un hashtag è usato contemporaneamente da molte persone, diventa un tema di tendenza condiviso nella sidebar di destra e che può essere seguito e scoperto da chiunque. Funzionano come potente motore di ricerca che crea parole chiave dal basso.

Come lo uso io

Attraverso gli hashtag locali mi informo su quanto viene scritto sulla mia città: eventi, news, riflessioni politiche. Mi basta inserire nel form per la ricerca #Bologna o collegarmi alla lista delle mie ricerche salvate per poter accedere direttamente al flusso di post tematizzati.

Seguo i temi di tendenza in Italia e nel mondo in modo da farmi un’idea generale di quelli “caldi” per potermi informare in diretta.

Twitter è stato recentemente fondamentale durante l’alluvione in Liguria e in particolare a Genova. Attraverso una serie di hashtag che si erano imposti nel momento, tutti abbiamo potuto seguire in diretta il drammatico evolversi degli eventi e – cosa più importante – i genovesi si sono scambiati informazioni fondamentali su quello che stava succedendo in città e su dove occorreva aiuto o era meglio non transitare.

In maniera molto significativa, è stato  proprio il Comune a invitare la popolazione ad aprire la propria rete wi-fi casalinga per permettere a tutti di  twittare rapidamente attraverso il proprio dispositivo mobile. Esistono infatti varie App (sia per I phone che per Android) che permettono di installare direttamente sul proprio smart phone twitter. E’ di qualche giorno fa la notizia che in questi giorni si sia imposto l’hashtag #veniteagenova per favorire la ripresa della città e che i cittadini stessi presenti su twitter stiano promuovendo eventi per richiamare turismo e farla rinascere, in una sorta di Proloco autoorganizzata dal basso.

Un hashtag molto interessante è #opencamera con cui alcuni deputati di vari schieramenti politici fanno la cronaca di tutte le sedute parlamentari e dialogano con quanti la seguono.

Individuare un hashtag efficace che scala la classifica ha alcuni vantaggi di comunicazione che non sottovaluterei:

  1. permette di aggregare contenuti in maniera tematica in una rete allargata di persone che – altrimenti – non saprebbero dell’esistenza gli uni degli altri, ne’ comunicherebbero tra loro.
  2. fa emergere temi altrimenti sommersi all’ordine del giorno non solo di chi li ha già tra i propri interessi e scopi, ma anche tra chi non ne sa nulla. Per alcune questioni, come per esempio quelle legate agli stereotipi di genere che vengono sempre derubricate a notizie di serie B, potrebbe essere uno strumento di grande efficacia per aumentare la consapevolezza intorno all’urgenza di discuterne e risolverle. Io sto patrocinando il progetto Un hashtag per i femminismi.

I contenuti dei propri followers possono essere retwittati, ovvero condivisi e rilanciati sulla propria bacheca, a disposizione di altri che possono rilanciarli a loro volta e contemporaneamente venire a conoscenza della fonte.

Twitter si basa sulla credibilità di chi posta: come spesso accade in rete, la nostra fiducia nella persona (o Ente) si trasforma in una specie di garanzia ed è più facile che un contenuto rilanciato da qualcuno che stimiamo o che ha interessi simili ai nostri, diventi rilevante anche per noi, nel rumore di fondo prodotto costantemente sul web.

Le liste

Puoi aggiungere le persone che segui a liste e seguire a tua volta le loro liste. Si tratta di un’ ulteriore ripartizione tematica che rende più efficace la tua ricerca (per saperne di più leggi l’articolo su Twitterando)

Strategie di posizionamento sui Social Media: perché usare anche Twitter e con quali specificità

Facebook si è imposto come Social Network per eccellenza, ma anche questo è uno stereotipo di comunicazione che banalizza la potenzialità dei Social Media.

Un’azienda o chiunque voglia posizionarsi al meglio in rete, rafforzando la propria identità e comunicando la propria etica può farlo anche usando Twitter.

Io consiglio di procedere in questo modo:

  1. Contenuti: l’identità si comunica attraverso contenuti efficaci, interessanti e che migliorino la qualità della vita (o almeno della conoscenza) delle persone, contribuendo con un plus informativo. E’ quello che io chiamo il digital storytelling, ovvero il racconto condiviso dell’identità che passa attraverso la rete e genera empatia e identificazione. I contenuti devono avere un supporto specifico (blog, sito aziendale).
  2. Rete: ogni entità (persona, azienda) è inserita in un’area tematica, un orizzonte di interessi e obiettivi ed è in quella che si deve posizionare, aumentando la propria conoscenza attraverso i contributi degli altri e rendendo disponibili i propri agli altri. Condividere link interessanti, risorse e creare una narrazione fatta anche dei propri interessi e del dialogo proficuo che nasce con chi si occupa di temi analoghi è sinonimo di volontà di miglioramento continuo fatto di ascolto e relazione. Tessere la rete è quindi uno dei valori fondamentali per una sana e robusta comunicazione in rete.
  3. Presenza sui Social Media: essere su Facebook e Twitter non DEVE ESSERE un must. Prima di aprire una pagina su Facebook o un account su Twitter,  dovremmo riflettere su molti fattori. Non è questo il tema del post, per cui non mi dilungherò sulle strategie generali. Puntando allo specifico, penso che Twitter non debba duplicare la pagina di Facebook rilanciando propri post (quindi con una logica promozionale da Old Media) ma valorizzare la nostra presenza on line individuando e valorizzando le specificità del mezzo. Segnalare eventi tematici (non necessariamente solo di nostra produzione) in giro per il mondo, rilanciare post interessanti (taggando le fonti in modo che sappiano che li apprezziamo) e fare liveblogging durante i convegni a cui andiamo, perché i punti-chiave dei contenuti possano essere condivisi anche da chi non c’è, sono pratiche che vedono in Twitter lo strumento più efficace. Quello dei Social Media deve essere un uso consapevole e di ognuno occorre distillare le caratteristiche perché dialoghino con i nostri obiettivi interni. Rilanciare news e informazioni su twitter con la consapevolezza dei vantaggi di tag, hashtag e liste è un valore aggiunto e peculiare che non deve essere sprecato.

Articoli correlati (esterni)

 

Le aziende sui Social Media: cosa vogliono gli utenti, cosa vogliono i Social Media Marketer

Cosa vogliono gli utenti dalle pagine delle aziende presenti sui Social Media?

Secondo una ricerca CUOA

Dai risultati ottenuti stupisce il fatto che, con il 68%, le pagine aziendali sono mediamente più seguite rispetto a quelle dei personaggi pubblici e famosi, che raggiungono solo il 62,5%.

Più di 8 persone su 10 hanno affermato di essere fan di almeno una pagina: oltre il 33% dei soggetti è fan da una a cinque pagine, mentre il 24% da sei a dieci pagine.

Nel 72,8% dei casi l’utente diventa fan della pagina aziendale per hobby o interessi personali. Il 55,6% lo fa per essere informato rapidamente. Il 48,4% lo fa per interesse professionale e, per un senso di appartenenza, lo fanno il 48,4% delle persone.

I motivi che spingono un utente a disinnamorarsi dell’azienda, dell’ente o del personaggio sono svariati e tra questi troviamo: i troppi messaggi (64,4%), messaggi troppo (o solo) pubblicitari (49,6%), messaggi ripetuti troppe volte (41,5%), notizie non interessanti o utili (40,1%), messaggi non tempestivi (28,2%), e azioni dell’azienda che non si approvano (25,8%).

Dalla ricerca effettuata emerge la necessità, da parte dell’utente, di una comunicazione corretta.

L’utente, infatti, ha bisogno di esprimere il suo pensiero in un rapporto che sia alla pari con l’azienda, l’ente o il personaggio e, dunque, non gradisce i messaggi che risultano essere troppo o esclusivamente commerciali.

La comunicazione deve coinvolgere il fan, riconoscendogli l’importanza di avere associato il proprio nome a quello della pagina.

 Quanto è considerata importante dai Social Media Marketer la presenza delle aziende sui Social Media?

Secondo la ricerca di Microsoft Advertising e Advertiser Perceptions, datata Luglio 2011 (fonte Tagliablog)

il 74% dei social media marketer ritiene molto importante la presenza su Facebook, mentre solo il 57% la pensa allo stesso modo sulla pubblicità. Per quanto riguarda Twitter le percentuali sono più ravvicinate, ma pendono comunque a favore della presenza (47%), in vantaggio di 5 punti sulla pubblicità (42%). Se guardiamo invece a come vengono spesi i soldi sui social media, possiamo notare che il 48% dei budget vengono spesi per attirare nuovi utenti sulle pagine, di cui il 28% su Facebook e Twitter e il 20% su altri social. Il 19% viene invece utilizzato per mantenere alto l’engagement delle rispettive community, e un ulteriore 20% viene speso sui paid media per sostenere il numero di fan.

In buona sostanza un’azienda deve essere presente sui principali Social Media (Facebook in testa), deve evitare di usare la pagina solo per fare pubblicità e promozione a se stessa, privilegiando l’emersione di notizie interessanti, rispetto al contesto di riferimento e il coinvolgimento attivo e paritario degli utenti. Il racconto, lo storytelling che configura l’identità aziendale ha quindi un peso fortissimo per posizionare e rafforzare l’azienda che decide di essere sui Social Media facendo sana e robusta comunicazione.

[Sana e robusta comunicazione è un progetto di Studio Lost e Francesca Sanzo (ovvero me ;-) per promuovere una comunicazione sostenibile, corretta e che valorizzi le persone e le idee]