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Cultura digitale e senso dell’Altro: ricetta per una buona vita online

Ultimamente si fa un gran parlare di “regolamentazione del web” contro l’aggressività dilagante e l’incapacità diffusa di gestire una conversazione online (specialmente con politici o Opinion Leader) basata sul dialogo costruttivo e non sulla critica fine a se stessa che spesso sfocia nell’offesa. Concordo con Arianna Ciccone quando – su Valigia Blu – dice che quello di cui c’è più bisogno è la diffusione della cultura digitale.

Aggiungo che la cultura digitale deve essere accompagnata da una percezione dell’Altro che per tanti motivi va sempre più sfumando. C’entra di sicuro anche la Rete che viene spesso usata come un enorme megafono di tutto quello che ci passa per la testa e che molto meno viene percepita come un luogo di confronto.

L’autoreferenzialità in cui tutti siamo caduti almeno una volta è una medaglia a 2 facce: la creazione di contenuti online è ormai alla portata di tutti (e con tutti ovviamente intendo coloro che possono e hanno i mezzi per avere una connessione ad Internet) e ha di fatto abbattuto il muro tra chi produce e chi fruisce di una notizia, un testo, un video. Questo è il lato bello.

L’aspetto negativo di questa facilità di pubblicazione è che possiamo dire TUTTO ciò che ci passa per la testa, mettere nero su bianco frustrazioni, entusiasmi, punti di vista assoluti e non sempre teniamo conto di chi non la pensa come noi o – quando lo facciamo – è per alzare la voce un po’ di più.

Il fatto di avere uno schermo che ci separa dagli altri spesso non agevola la capacità critica e se siamo abituati a passare molto tempo online – magari nella solitudine della nostra stanza – il meccanismo a un certo punto si inceppa e l’opportunità di conoscenza che ci offre il web diventa minoritaria rispetto alla sua capacità di fare da cassa di risonanza ai nostri malumori.

La cultura digitale che deve essere intesa come capacità di cogliere il meglio di ciò che ci offre la Rete, acuendo il nostro spirito critico e la nostra curiosità e non il nostro egocentrismo.

Ma in che modo si avvia questo processo, specialmente nei giovani che tanto tempo passano online?

La rete non è (o non è più) un luogo altro dalla nostra vita “reale”: potenzia le nostre relazioni e le nostre fonti ma chi tesse reti sociali o impara cose nuove siamo sempre noi, non un concettuale Avatar che non ha nulla a che fare con il web.

Siamo noi che scriviamo, siamo noi che commentiamo, siamo noi che esprimiamo pareri sulle cose, siamo noi che possiamo scegliere di imparare dagli altri.

Siamo noi che dobbiamo prenderci la responsabilità di ciò che diciamo, di come lo diciamo e dell’effetto e conseguenze che avrà.

Proprio per questo motivo è fondamentale che questa benedetta cultura digitale si diffonda. Senza cultura digitale non ha senso parlare di digitalizzazione delle P.A. . Senza cultura digitale le generazioni più giovani si troveranno a possedere mezzi che non sanno utilizzare  se non come megafono, per l’appunto e i loro genitori e insegnanti continueranno a sentirsi inadeguati di fronte alle opportunità offerte dalla Rete, guardando solo a quello che spaventa.

Succederà lo stesso anche ai nostri politici o ai giornalisti che parlano di Web, si iscrivono ai social network ma non hanno sempre la chiara percezione che stanno usando un mezzo orizzontale e aperto.

Senza cultura digitale molte persone si vedranno sfumare lavoro. Non solo perché ciò che fanno inconsapevolmente online potrebbe tagliare le gambe alla propria reputazione pubblica, ma anche perché non sapranno cogliere strumenti efficaci, sostenibili e in grado di produrre innovazione professionale.

Sono fermamente convinta che la diffusione della cultura digitale sia il motore di innovazione personale di cui in molti abbiamo bisogno: penso alle donne – soggetto particolarmente debole sul Mercato del lavoro – per esempio.

Se tutte coloro che sono professionalmente in sofferenza si sedessero a tavolino e pensassero alla propria idea, quella che ognuno di noi coltiva e sembra spesso irrealizzabile e partissero con il provare a darle una forma online, si accorgerebbero quanto è tutto sommato semplice mettere in gioco la propria professionalità sul web se c’è una solida e consapevole cultura digitale.

Non servono restrizioni e non c’è bisogno di essere coercitivi con il web: dobbiamo cominciare a usarlo bene e a prenderci, ogni momento, la piena responsabilità di quello che ne facciamo e di come ci relazioniamo agli altri anche in questo luogo.

Ricordandoci che tessere reti sane è l’unico modo per vivere bene. Sia online che offline.

[Credit photo: http://bit.ly/11Cpl7m]

Blogger, digital P.R, strategie Social: spiegare questo lavoro a mia nonna

L’allenamento migliore è stato tentare di raccontarlo a mia figlia. La domanda “che lavoro fai?” mi ha messo in crisi per anni, difficile spiegare alla nonna che lavori con l’internet. La riflessione più seria l’ho fatta chiacchierando con un’amica che fa un lavoro molto simile e che una volta ha detto: “In fondo quello che facciamo noi è pubblicità, la puoi raccontare come vuoi, ma quello è!”.

Ci ho messo mesi per elaborare la tagline di questo blog, spiegare in pochissime parole il cuore della mia professione. Ora però voglio spingermi oltre e cercare di mettere in fila (come se lo spiegassi a mia suocera) cosa significa fare la blogger professionista e occuparsi di Digital P.R e Strategie Social. Continua a leggere

La social content curation e Storify

E’ il mio pallino da un po’: da quando grazie ai social media l’informazione da gestire è diventata un flusso che ognuno di noi deve riorganizzare per potere avere una panoramica completa di una notizia, ha ancora senso duplicare contenuti identici, nello stile “comunicato stampa”?

Non è forse meglio seguire la notizia e diffondere i punti di vista, anche divergenti che produce?

Come blogger, quando mi arriva un comunicato stampa, arriccio sempre il naso perché alla piattezza di un testo preferirei una serie di link che rimandino a sito web, eventuale hashtag o profilo su twitter e pagina su facebook. Preferirei “seguire” l’evento e la notizia, piuttosto che lanciarla.

La protagonista della comunicazione ai tempi dei social media non è più la mano che tira il sasso, ma i cerchi nell’acqua che il sasso produce.

Il compito di chi si occupa di Online Media Relations o di chi – come me – fa un lavoro reputation-oriented più che marketing-oriented e che quindi ha il compito di studiare strategie che valorizzino i contenuti e la reputazione di un marchio o di un progetto, è di misurarsi quotidianamente con la social content curation: la cura dei flussi di contenuti prodotti on line, sui social media e non.

Contenuto è un articolo di approfondimento, ma contenuto è anche il dibattito che vede nascere un hashtag su twitter, una discussione su Facebook o una serie di post tematici che rispondono l’uno all’altro.

Oggi realizzare un contenuto informativo intorno a un progetto, un’idea, un momento storico o un evento culturale e/o politico ha un costo in termini di tempo da dedicargli e il valore aggiunto non è più fare lo scoop, ma approfondire al massimo l’inseguimento del flusso di reazioni che suscita un contenuto.

Realizzare una storia on line –  quando è condivisa in tempo reale e ci riguarda tutti, come può essere anche un meraviglioso doppio arcobaleno su Bologna –  non significa necessariamente (o solo) scrivere qualcosa di nuovo ma anche raccogliere e aggregare l’esistente.

Da qualche tempo uso in maniera strategica per il mio lavoro ma soprattutto per la mia crescita personale e professionale, Storify.

Storify permette di aggregare contenuti diversi (da twitter, facebook, instagramm, blog, ecc) e riproporli in una forma accattivante, costruendo rapidamente il flusso di quanto è stato scritto, detto, montato. Sta poi al lettore esplorare le infinite possibile che offre un post su Storify (lettura consequenziale che diventa cronaca o approfondimento verticale esplodendo le proposte contenute).

Storify è diventato per me uno strumento indispensabile.

Se partecipo ad un evento, faccio la cronaca su twitter (stando ben attenta a riportare brevi frasi di senso e non solo di contesto), scatto qualche foto che rilancio attraverso Instagram e quando torno a casa ricostruisco il mio lavoro (completandolo con quello di tutti coloro che hanno seguito l’evento su twitter o attraverso post sui loro blog o video e foto) su storify per creare una cornice che contenga la notizia e permetta a chiunque di ricostruire il contesto dall’informazione e non viceversa.

Io ho imparato a usare Storify usando questo video tutorial  e leggendo questo articolo di Alessandra Farebegoli.

La Content Curation è la prospettiva con cui guardo al mio lavoro, uno degli aspetti più qualificanti di una professione come la mia. Ecco allora che proprio grazie a Storify ho raccolto qualche interessante punto di vista sul tema.

Bravi a Wired Italia!

Ricevo il numero di febbraio di Wired Italia e mi fa molto piacere leggere l’INBOX di questo mese a pagina 17.

Dopo questo post: Wired e le donne  e dopo le diverse segnalazioni di tante persone, sia in merito alla carenza di contributi femminili, sia riguardo alla pubblicità  la rivista ha fatto OUTING.

Sono stati bravi perché non si sono malamente giustificati ma hanno risposto con rispetto alle persone che chiedevano conto di alcune scelte editoriali.

Confermo che tra i contributi di questo mese spiccano 5 donne.

Chapeau! 

Queste sono le piccole, buone notizie che fanno sperare che un’altro genere di comunicazione è possibile! 

Wired - febbraio 2012, pg 17 rubrica "Inbox"

 

Un blog per la scuola: obiettivi e slides introduttive

Una parte del mio lavoro è dedicata alla formazione con l’obiettivo di ridurre il digital divide generazionale e contribuire a un’alfabetizzazione consapevole all’uso dei Social Media e alla pratica del digital storytelling.

Oltre al corso Gioco di Squadra – che si rivolge a genitori e insegnanti – ho iniziato un progetto sperimentale alle scuole medie Dozza di Bologna: costruire un blog insieme a studenti e insegnanti.

Gli obiettivi di questo percorso sono molti:

  • realizzare uno spazio virtuale a disposizione della scuola per raccontarsi e raccontare il quartiere attraverso uno storytelling partecipativo;
  • creare consapevolezza su cos’è un blog, come possono essere usati i social media e quali sono le prerogative di ciascuna piattaforma e del mezzo;
  • orientare alle professioni del web: ogni lavoro è fatto di fatica, studio e formazione continua, anche questo. Esistono differenti professionalità in gioco e attualmente si tratta di lavori che “ancora reggono” alla crisi. Non ci si può però inventare blogger o social media manager.
Il percorso formativo prevede una prima lezione introduttiva ai blog e all’uso della Rete per creare un progetto di narrazione scolastica e poi una serie di incontri con un gruppo ristretto di studenti e insegnanti che  – coordinati da me – creeranno una vera e propria redazione web per la creazione e gestione del blog scolastico.
Gli insegnanti delle scuole medie Dozza di Bologna sono persone avvedute e molto attente;  devo davvero ringraziarli per l’occasione che stanno offrendo a me, ma credo anche alla loro scuola.
Il fatto che l’Istituto sia dotato di lavagne interattive multimediali (LIM) è un vantaggio notevole: nell’avanzamento del percorso ci sarà bisogno anche di internet ma, trattandosi di un gruppo ristretto, potremo usare l’aula informatica della scuola.
Il progetto sta suscitando l’interesse degli studenti (in particolare gli stranieri sono entusiasti all’idea di poter raccontare anche la storia della loro famiglia e delle loro, differenti, culture) e anche degli insegnanti. Durante i diversi scambi avuti con professori, maestre e genitori, in questi mesi in cui sto promuovendo i miei corsi per la scuola, ho avuto l’impressione di aver “colto nel segno”: è maturata una sana consapevolezza che, per usare bene la rete, sia necessario evitare stereotipi demonizzanti o facili entusiasmi e invece si debba imparare a conoscerla.
Non è un caso che mi abbiano invitato anche in un’altra scuola media per un approfondimento sulla netiquette rispetto ai social media (Facebook in primis), privacy, uso consapevole del profilo e della propria identità reale e dei “giochi a pagamento”.
Queste esperienze sono fondamentali per me e davvero entusiasmanti: è molto bello anche il dialogo che si sta creando con alcune strutture scolastiche e associazioni, presso le quali, prossimamente, terrò alcuni dei miei corsi.
Io ho pianificato un’offerta ma le singole declinazioni si sono tarate sulle esigenze della scuola o gruppo di lavoro.
Impariamo tutti: io per prima che, nell’ascolto delle esigenze degli adulti e interessi dei ragazzi, posso davvero fornire un servizio completo e personalizzato.
Di seguito le slides della mia prima lezione alle Dozza, a disposizione dei ragazzi e degli insegnanti, ma anche dei lettori.
Chi fosse interessato ai miei corsi (Bologna e limitrofi) può contattarmi in privato.

Women in Digital: Bologna

[Come hanno gestito, le donne, le potenzialità offerte dal mondo digitale? ]

E’ questa la domanda da cui prende l’avvio il convegno che si terrà venerdì 20 gennaio 2012 al MamBOdi Bologna per una giornata dedicata alla scoperta del rapporto tra donne e tecnologia digitale. Io ci sarò e credo che si tratti di un appuntamento interessante, un punto di vista diverso e fondamentale per capire l’ecologia dell’innovazione italiana e le potenzialità dei nuovi paradigmi offerti dal digitale.

Se il web non è solo per uomini, O-one vuole, con ‘Women in Digital’, approfondire il tema di come le donne, in ambito lavorativo ma non solo, si avvicinano e utilizzino le tecnologie digitali, oggi sempre più diffuse e presenti nella vita quotidiana.

Mattina

Nel corso della mattinata, attraverso la presentazione di alcune case history, si darà la parola a donne che, grazie alla comunicazione digitale, hanno saputo produrre innovazione e connessione.

Pomeriggio

Nel pomeriggio l’evento si tramuterà in tavola rotonda per dare spazio a considerazioni, commenti ed esperienze sulla possibilità, con le tecnologie digitali, di investire in un futuro differente.

Interventi

All’evento patrocinato dal Comune e dalla Provincia di Bologna, saranno presenti quali relatrici nel corso della mattinata, Laura Pezzotta Brand Connection Nike Italy, Vittoria Michielotto Senior Product Manager GSK Consumer Healthcare, Sara Pupin Web Communication Manager Bricocenter, Roberta Barba FGA Web Marketing Manager, Francesca Musolino Global Digital Marketing Manager at New Holland. Interverranno invece nella tavola rotonda pomeridiana, moderata da Cecilia Pedroni Direttore e Client Manager di Dr.O-one e Linda Serra Digital Strategist di Dr.O-one: Micaela Calabresi Web Editor & Sales at Pde S.p.A. | Effe 2005, Leda Guidi Responsabile dei “Servizi di Comunicazione con i cittadini” del Comune di Bologna e Project Manager della rete civica Iperbole Anna Piacentini Presidente & Business Developer at People 3.0 e Manager Emilia IN, Lidia Marongiu, Consulente Studio Giaccardi &Associati e amministratore G&M Network Srl, Organizzatrice di Ravenna Future Lessons, Roberta Chinni Project Manager per Bologna Children’s Book Fair.

 Per iscriversi

L’evento è aperto al pubblico e per partecipare è necessario iscriversi a questo indirizzo http://womenindigital.eventbrite.com/ ; sarà comunque possibile partecipare registrandosi il giorno stesso al desk di accoglienza.

La parte dedicata alle case history avrà inizio alle ore 11, dopo una breve introduzione di Gianfranco Fornaciari (ore 10.30) CEO di O-one; sarà poi offerto un piccolo rinfresco ai partecipanti per proseguire con la tavola rotonda pomeridiana alle 14.30.

Sponsor dell’evento Bper (Banca Popolare dell’Emilia Romagna) e Smemoranda.

 

 

1932 BELGIUM. 1932.
BELGIUM. Brussels. 1932.

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© Henri Cartier-Bresson / Magnum Photos

Le proposte di collaborazione: ovvero mail marketing aggressivo

[se vuoi fare marketing del tuo sito fallo bene, se no – anche se i contenuti sono di qualità – rischi davvero di rovinarne la credibilità]

Qualche giorno fa ho dedicato un post allo spam, quello meno evidente perché forse inconsapevole. Evitare di diventare spammer è FONDAMENTALE se abbiamo l’obiettivo di stare bene in Rete.

Oggi prendo spunto da una mail (ma sul genere me ne arrivano ancora troppe!) con la proposta di collaborazione per il mio blog. Immagino che in molti sappiate di cosa sto parlando: operazioni di mail marketing che mirano a diffondere i contenuti di siti commerciali, usando la visibilità di altri.

Le parole “collaborazione”, “rimborso spese” hanno perso il loro significato professionale per diventare parole civetta che attraggono l’attenzione ma che – di solito – vogliono solo barattare pubblicità gratuita.

Le 2 mail che mi sono arrivate e di cui pubblicherò solo brevi passaggi per rispettare la privacy di chi mi ha scritto sono EMBLEMATICHE: ce ne sono di ben più subdole e le cui intenzioni sono difficilmente decifrabili.

Credo che se si decide di stare in rete e di comunicare attraverso di essa, bisogna farlo nel modo giusto, secondo le proprie possibilità: se vuoi fare marketing del tuo sito fallo bene, se no – anche se i contenuti sono di qualità – rischi davvero di rovinarne la credibilità.

Ecco allora il carteggio e qualche riflessione a margine.

Gentile Blog,

Siamo il sito (…) e ci occupiamo di (…) e abbiamo creato anche una sezione tutta dedicata alla mamma e bebé, che sicuramente potrà destare il vostro interesse. Vi scriviamo perché vorremmo proporvi una collaborazione, che consiste nell’inviarvi i materiali presenti sul nostro sito, in maniera tale che voi possiate linkarli e farli visualizzare ai vostri utenti. (Il nostro sito ha un traffico stimato pari a 1 milione di visite al mese).

Saremmo lieti se, per l’eventuale collaborazione prendeste in considerazione non solo gli articoli riguardanti la mamma e bebé ma anche quelli inerenti le altre rubriche.

(..) vi alleghiamo anticipatamente gli ultimi articoli e video riguardanti (..) che se volete, potete già pubblicare, ovviamente inserendo i nostri link e il logo.

Si parte subito male. La formula “Gentile Blog” rende palese il fatto che si tratti di un invio multiplo e NON personalizzato: chi scrive aveva un database di indirizzi disponibili e lo ha usato indiscriminatamente. La formula oltretutto è fastidiosa anche linguisticamente: non stai scrivendo a una cosa (blog) ma a una persona.

Ma passiamo alla parte più “divertente”.

Mi propongono una COLLABORAZIONE che consiste nel pubblicare loro contenuti sul mio blog. Mi fanno capire che per me sarebbe conveniente perché il loro sito ha molti accessi (usano la carta, solita, della visibilità). Ma se sono io a pubblicare i loro contenuti, in che modo i loro utenti dovrebbero trasformarsi in un vantaggio per il mio blog? Non è vero invece viceversa?

Visto che sono molto curiosa e ci provo anche un certo gusto a cercare di arrivare al fondo di questi messaggi, facendolo dire ai diretti interessati qual’è il fine ultimo, ho risposto:

E in cambio? F.

Dopo 4 giorni (che in Rete sono un’eternità, specie per chi fa teoricamente sta puntando sulle mail per fare business) mi scrivono:

Il nostro sito da tempo fornisce in maniera del tutto gratuita contenuti su diversi ambiti  a testate giornalistiche e ad emittenti radiotelevisive, ora però vorremmo ampliare il nostro bacino d’utenza, puntando sui blog.

Quindi, noi le forniremmo i contenuti sotto forma di (…) e lei dovrebbe pubblicare i contenuti che più le piacciono mettendo un link al nostro sito. Tutto qui!

Credo che ne valga la pena, data anche la portata del traffico che ha il nostro sito, che le ricordiamo essere pari a 1 milione di visite al mese.

Il punto è: io i contenuti li produco, perché dovrei pubblicare quelli di altri?

Non sono una radio o una testata giornalistica e se hai letto il mio blog dovrebbe esserti chiaro. A me è palese che hai sparato nel mucchio, lo hai fatto in maniera confusa e senza capire esattamente quale sia l’ecosistema in cui ti stai muovendo.

Rilanci di nuovo la carta degli accessi, come se questo dovesse bastarmi e avanzarmi. Continuo però a non capire: gli accessi di cui mi parli sono al TUO sito, mica al mio. Non sei tu a mettere il link al mio blog ma dovrebbe essere viceversa no? Io cosa ci guadagno?

Ecco, a mio avviso, se lavori con la Rete o semplicemente la usi come mezzo per diffondere il tuo lavoro (editoriale e non), non puoi permetterti questo genere di sbavature, perché quello che mi racconta il non verbale è:

  1. mandi mail a caso, contribuendo alla spazzatura digitale
  2. non hai mai letto il blog della persona a cui stai scrivendo perché se no sapresti che è completamente fuori target rispetto ai tuoi contenuti
  3. non hai ben presente come funziona la blogosfera: un conto è diventare provider di contenuti per un ufficio stampa o una rivista specializzata, un conto è pensare di fare la stessa cosa per un blog. Di solito un blog – per diventare autorevole – è costituito di articoli a firma e non di semplici rilanci “copia carbone” di altri.
Dato che il mondo è bello perché vario, sono certa che mi arriveranno mail come questa ancora per molti anni: il digital divide tra chi usa la rete consapevolmente e chi invece la usa ma senza sapere davvero quello che sta facendo è impressionante.
Assolutamente lecito per chi non ci lavora in mezzo fare degli sbagli (e se mai capire che deve confrontarsi con chi ha il polso della situazione), inaccettabile per chi, invece, come in questo caso, sta cercando di VENDERE un prodotto che è WEB.
La caratteristica più faticosa di questo Digital Divide è il fatto che spesso non ci si renda nemmeno conto della necessità di affidarsi a professionisti per fare quello che – a prima vista – sembra così facile, dato che non si tratta di altro che scrivere una lettera, ma che a ben vedere non lo è affatto perché ha a che fare con le strategie di comunicazione e con il web: due ambiti su cui bisogna essere competenti per poterli usare bene.

Spam or not Spam?

[Si diventa spammer in un attimo, mentre per farsi una reputazione ci vuole tempo, lavoro, passione e rispetto per gli altri.]

La maggior parte delle persone crede che lo spam sia solo quello che arriva via mail e che lo spammer sia una brutta persona che passa la notte a bere caffè e a studiare modi malefici per spillarti soldi, con messaggi di posta scritti in brutto italiano che ti invitano a cambiare il codice della tua carta di credito o ad accrescere la lunghezza del tuo pene, per rubare tutti i tuoi risparmi. Continua a leggere

Freccia rossa per chi?

Tramite il passaparola su Facebook arrivo a un post di Benedetto Zacchiroli che riflette sulla comunicazione scelta da Trenitalia per presentare i diversi modi di viaggiare sui treni Freccia Rossa nella pagina

Frecciarossa: 4 diversi modi di viaggiare

Guardate un po’ le immagini associate alle diversi tipologie? (cliccando sullo screenshot arrivate alla pagina del sito)

Le “diverse tipologie di servizio” corrispondono a tariffe più o meno elevate. Le immagini associate alla tipologia “Executive”, mostrano un gruppo di persone che fanno una riunione in treno. “Business” corre talmente veloce da un appuntamento all’altro che le persone non si vedono nemmeno. “Premium” è la tipologia riservata a persone che vogliono “un po’ di più”: 2 uomini d’affari che stanno facendo uno spuntino in treno.

La tariffa “Standard”, ovvero quella che meno di così  sul Frecciarossa non ci sali, “per un viaggio con la velocità, la sicurezza e le dotazioni tecnologiche del Frecciarossa a prezzi competitivi. Ai clienti del livello Standard non è consentito l’accesso alle carrozze Premium, Business e Executive” è rappresentata dall’immagine di una famiglia senza troppe pretese.

Guardate bene l’immagine di questa famiglia senza pretese.

Sono stranieri.

In nessuna altra foto a corredo della pagina (o degli approfondimenti) compare uno straniero TRANNE in questa che rappresenta la “classe di viaggio” più bassa.

Probabilmente un caso.

Un caso di brutta comunicazione.

Un caso di brutta comunicazione che potrebbe sembrare – all’occhio ingenuo – un po’ razzista.

Segnaliamo allo IAP

Per chi vuole, potete segnalare questa scelta pubblicitaria allo IAP, usando l’apposito modulo: http://www.iap.it/it/modulo.htm

Io l’ho appena fatto!

Silvia Storelli consiglia di segnalare anche all’Unar (Ufficio Nazionale antidiscriminazioni razziali): http://www.unar.it/

 

 

Perché usare twitter?

[Quello dei Social Media deve essere un uso consapevole e di ognuno occorre distillare le caratteristiche perché dialoghino con i nostri obiettivi interni]

 

Twitter

Premetto che questo articolo si basa solo sulla mia esperienza e sulla sperimentazione diretta.

A me Twitter piace moltissimo: ha qualità intrinseche che lo rendono molto apprezzabile sia per il personal branding che per la gestione della comunicazione dei clienti.

Twitter  permette di seguire un flusso di post informativi (max 140 caratteri) dei propri followers e di coloro che vengono rilanciati da chi hai deciso di seguire (non necessariamente le persone che segui coincidono con quelli che ti seguono). Per saperne di più sul funzionamento meccanico e le specifiche tecniche, rimando alla ottima pagina di Wikipedia.

Secondo gli ideatori di Twitter, non si tratta di un Social Network ma di un Information Network. 

“Twitter is for news. Twitter is for content. Twitter is for information”. (fonte Tagliablog)

Differenze d’uso con Facebook

Facebook è biunivoco e si basa sul concetto di reciprocità:  c’è una bacheca chiusa, in cui puoi seguire ed essere seguito solo da utenti “amici”  e le due pratiche coincidono, mentre Twitter no. Non necessariamente chi segui coincide con chi ti segue, o viceversa. Proprio per questo motivo Twitter permette una maggiore serendipity, ovvero offre l’opportunità di venire a contatto anche con informazioni e notizie che non stavamo cercando ma che ci accorgiamo essere di nostro interesse. L’interfaccia di Twitter è semplice e il flusso di post non è interrotto da applicazioni, giochi e pubblicità.

Tag e hashtag

I TAG (@) e HASHTAG (#) permettono di condividere con altri e aggregare tematicamente informazioni in maniera molto rapida ed efficace. L’hashtag, in particolare, offre numerose possibilità di tematizzazione che si sono rivelate utili in molte occasioni.

I Tag (@) servono a coinvolgere altri nella conversazioni, chiamandoli in causa per citarne un articolo o per chiedere un parere. Ad es.: @ciccio ha scritto un bellissimo post qui: ….. Quando menzioni qualcuno attraverso un tag, a lui arriva una segnalazione e ti può ringraziare per averlo fatto.

Gli Hashtag (#) diventano dei veri e propri aggregatori istantanei di contenuti e informazioni e vengono molto apprezzati durante il live blogging di eventi o per manifestazioni di cittadinanza attiva on line. Quando un hashtag è usato contemporaneamente da molte persone, diventa un tema di tendenza condiviso nella sidebar di destra e che può essere seguito e scoperto da chiunque. Funzionano come potente motore di ricerca che crea parole chiave dal basso.

Come lo uso io

Attraverso gli hashtag locali mi informo su quanto viene scritto sulla mia città: eventi, news, riflessioni politiche. Mi basta inserire nel form per la ricerca #Bologna o collegarmi alla lista delle mie ricerche salvate per poter accedere direttamente al flusso di post tematizzati.

Seguo i temi di tendenza in Italia e nel mondo in modo da farmi un’idea generale di quelli “caldi” per potermi informare in diretta.

Twitter è stato recentemente fondamentale durante l’alluvione in Liguria e in particolare a Genova. Attraverso una serie di hashtag che si erano imposti nel momento, tutti abbiamo potuto seguire in diretta il drammatico evolversi degli eventi e – cosa più importante – i genovesi si sono scambiati informazioni fondamentali su quello che stava succedendo in città e su dove occorreva aiuto o era meglio non transitare.

In maniera molto significativa, è stato  proprio il Comune a invitare la popolazione ad aprire la propria rete wi-fi casalinga per permettere a tutti di  twittare rapidamente attraverso il proprio dispositivo mobile. Esistono infatti varie App (sia per I phone che per Android) che permettono di installare direttamente sul proprio smart phone twitter. E’ di qualche giorno fa la notizia che in questi giorni si sia imposto l’hashtag #veniteagenova per favorire la ripresa della città e che i cittadini stessi presenti su twitter stiano promuovendo eventi per richiamare turismo e farla rinascere, in una sorta di Proloco autoorganizzata dal basso.

Un hashtag molto interessante è #opencamera con cui alcuni deputati di vari schieramenti politici fanno la cronaca di tutte le sedute parlamentari e dialogano con quanti la seguono.

Individuare un hashtag efficace che scala la classifica ha alcuni vantaggi di comunicazione che non sottovaluterei:

  1. permette di aggregare contenuti in maniera tematica in una rete allargata di persone che – altrimenti – non saprebbero dell’esistenza gli uni degli altri, ne’ comunicherebbero tra loro.
  2. fa emergere temi altrimenti sommersi all’ordine del giorno non solo di chi li ha già tra i propri interessi e scopi, ma anche tra chi non ne sa nulla. Per alcune questioni, come per esempio quelle legate agli stereotipi di genere che vengono sempre derubricate a notizie di serie B, potrebbe essere uno strumento di grande efficacia per aumentare la consapevolezza intorno all’urgenza di discuterne e risolverle. Io sto patrocinando il progetto Un hashtag per i femminismi.

I contenuti dei propri followers possono essere retwittati, ovvero condivisi e rilanciati sulla propria bacheca, a disposizione di altri che possono rilanciarli a loro volta e contemporaneamente venire a conoscenza della fonte.

Twitter si basa sulla credibilità di chi posta: come spesso accade in rete, la nostra fiducia nella persona (o Ente) si trasforma in una specie di garanzia ed è più facile che un contenuto rilanciato da qualcuno che stimiamo o che ha interessi simili ai nostri, diventi rilevante anche per noi, nel rumore di fondo prodotto costantemente sul web.

Le liste

Puoi aggiungere le persone che segui a liste e seguire a tua volta le loro liste. Si tratta di un’ ulteriore ripartizione tematica che rende più efficace la tua ricerca (per saperne di più leggi l’articolo su Twitterando)

Strategie di posizionamento sui Social Media: perché usare anche Twitter e con quali specificità

Facebook si è imposto come Social Network per eccellenza, ma anche questo è uno stereotipo di comunicazione che banalizza la potenzialità dei Social Media.

Un’azienda o chiunque voglia posizionarsi al meglio in rete, rafforzando la propria identità e comunicando la propria etica può farlo anche usando Twitter.

Io consiglio di procedere in questo modo:

  1. Contenuti: l’identità si comunica attraverso contenuti efficaci, interessanti e che migliorino la qualità della vita (o almeno della conoscenza) delle persone, contribuendo con un plus informativo. E’ quello che io chiamo il digital storytelling, ovvero il racconto condiviso dell’identità che passa attraverso la rete e genera empatia e identificazione. I contenuti devono avere un supporto specifico (blog, sito aziendale).
  2. Rete: ogni entità (persona, azienda) è inserita in un’area tematica, un orizzonte di interessi e obiettivi ed è in quella che si deve posizionare, aumentando la propria conoscenza attraverso i contributi degli altri e rendendo disponibili i propri agli altri. Condividere link interessanti, risorse e creare una narrazione fatta anche dei propri interessi e del dialogo proficuo che nasce con chi si occupa di temi analoghi è sinonimo di volontà di miglioramento continuo fatto di ascolto e relazione. Tessere la rete è quindi uno dei valori fondamentali per una sana e robusta comunicazione in rete.
  3. Presenza sui Social Media: essere su Facebook e Twitter non DEVE ESSERE un must. Prima di aprire una pagina su Facebook o un account su Twitter,  dovremmo riflettere su molti fattori. Non è questo il tema del post, per cui non mi dilungherò sulle strategie generali. Puntando allo specifico, penso che Twitter non debba duplicare la pagina di Facebook rilanciando propri post (quindi con una logica promozionale da Old Media) ma valorizzare la nostra presenza on line individuando e valorizzando le specificità del mezzo. Segnalare eventi tematici (non necessariamente solo di nostra produzione) in giro per il mondo, rilanciare post interessanti (taggando le fonti in modo che sappiano che li apprezziamo) e fare liveblogging durante i convegni a cui andiamo, perché i punti-chiave dei contenuti possano essere condivisi anche da chi non c’è, sono pratiche che vedono in Twitter lo strumento più efficace. Quello dei Social Media deve essere un uso consapevole e di ognuno occorre distillare le caratteristiche perché dialoghino con i nostri obiettivi interni. Rilanciare news e informazioni su twitter con la consapevolezza dei vantaggi di tag, hashtag e liste è un valore aggiunto e peculiare che non deve essere sprecato.

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