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Cultura digitale e senso dell’Altro: ricetta per una buona vita online

Ultimamente si fa un gran parlare di “regolamentazione del web” contro l’aggressività dilagante e l’incapacità diffusa di gestire una conversazione online (specialmente con politici o Opinion Leader) basata sul dialogo costruttivo e non sulla critica fine a se stessa che spesso sfocia nell’offesa. Concordo con Arianna Ciccone quando – su Valigia Blu – dice che quello di cui c’è più bisogno è la diffusione della cultura digitale.

Aggiungo che la cultura digitale deve essere accompagnata da una percezione dell’Altro che per tanti motivi va sempre più sfumando. C’entra di sicuro anche la Rete che viene spesso usata come un enorme megafono di tutto quello che ci passa per la testa e che molto meno viene percepita come un luogo di confronto.

L’autoreferenzialità in cui tutti siamo caduti almeno una volta è una medaglia a 2 facce: la creazione di contenuti online è ormai alla portata di tutti (e con tutti ovviamente intendo coloro che possono e hanno i mezzi per avere una connessione ad Internet) e ha di fatto abbattuto il muro tra chi produce e chi fruisce di una notizia, un testo, un video. Questo è il lato bello.

L’aspetto negativo di questa facilità di pubblicazione è che possiamo dire TUTTO ciò che ci passa per la testa, mettere nero su bianco frustrazioni, entusiasmi, punti di vista assoluti e non sempre teniamo conto di chi non la pensa come noi o – quando lo facciamo – è per alzare la voce un po’ di più.

Il fatto di avere uno schermo che ci separa dagli altri spesso non agevola la capacità critica e se siamo abituati a passare molto tempo online – magari nella solitudine della nostra stanza – il meccanismo a un certo punto si inceppa e l’opportunità di conoscenza che ci offre il web diventa minoritaria rispetto alla sua capacità di fare da cassa di risonanza ai nostri malumori.

La cultura digitale che deve essere intesa come capacità di cogliere il meglio di ciò che ci offre la Rete, acuendo il nostro spirito critico e la nostra curiosità e non il nostro egocentrismo.

Ma in che modo si avvia questo processo, specialmente nei giovani che tanto tempo passano online?

La rete non è (o non è più) un luogo altro dalla nostra vita “reale”: potenzia le nostre relazioni e le nostre fonti ma chi tesse reti sociali o impara cose nuove siamo sempre noi, non un concettuale Avatar che non ha nulla a che fare con il web.

Siamo noi che scriviamo, siamo noi che commentiamo, siamo noi che esprimiamo pareri sulle cose, siamo noi che possiamo scegliere di imparare dagli altri.

Siamo noi che dobbiamo prenderci la responsabilità di ciò che diciamo, di come lo diciamo e dell’effetto e conseguenze che avrà.

Proprio per questo motivo è fondamentale che questa benedetta cultura digitale si diffonda. Senza cultura digitale non ha senso parlare di digitalizzazione delle P.A. . Senza cultura digitale le generazioni più giovani si troveranno a possedere mezzi che non sanno utilizzare  se non come megafono, per l’appunto e i loro genitori e insegnanti continueranno a sentirsi inadeguati di fronte alle opportunità offerte dalla Rete, guardando solo a quello che spaventa.

Succederà lo stesso anche ai nostri politici o ai giornalisti che parlano di Web, si iscrivono ai social network ma non hanno sempre la chiara percezione che stanno usando un mezzo orizzontale e aperto.

Senza cultura digitale molte persone si vedranno sfumare lavoro. Non solo perché ciò che fanno inconsapevolmente online potrebbe tagliare le gambe alla propria reputazione pubblica, ma anche perché non sapranno cogliere strumenti efficaci, sostenibili e in grado di produrre innovazione professionale.

Sono fermamente convinta che la diffusione della cultura digitale sia il motore di innovazione personale di cui in molti abbiamo bisogno: penso alle donne – soggetto particolarmente debole sul Mercato del lavoro – per esempio.

Se tutte coloro che sono professionalmente in sofferenza si sedessero a tavolino e pensassero alla propria idea, quella che ognuno di noi coltiva e sembra spesso irrealizzabile e partissero con il provare a darle una forma online, si accorgerebbero quanto è tutto sommato semplice mettere in gioco la propria professionalità sul web se c’è una solida e consapevole cultura digitale.

Non servono restrizioni e non c’è bisogno di essere coercitivi con il web: dobbiamo cominciare a usarlo bene e a prenderci, ogni momento, la piena responsabilità di quello che ne facciamo e di come ci relazioniamo agli altri anche in questo luogo.

Ricordandoci che tessere reti sane è l’unico modo per vivere bene. Sia online che offline.

[Credit photo: http://bit.ly/11Cpl7m]

Avete mai pensato a quanto inquina il vostro sito? Hosting Sostenibile si!

Ho conosciuto Beppe a una Tweetpizza [leggi ritrovo di gente che normalmente si frequenta su twitter e orbita in una stessa area geografica].

Ci eravamo visti al Freelance Camp prima, ma senza entrare in contatto.

Quando questo uomo (under 30) mi ha raccontato il suo progetto, mi sono subito entusiasmata. Per molti motivi.

Gli ho poi proposto di intervistarlo e ci siamo incontrati per un caffè. Volevo saperne di più per raccontare la sua storia su questo blog.

Perché è una storia di scommessa, creatività, innovazione e sostenibilità: tutti concetti a cui tengo molto e che – in periodi come questi – vanno detti ad alta voce.

Perché faccio parte della schiera degli ottimisti della crisi e ho sposato la massima di Einstein secondo cui è proprio in momenti come questo che si affermano le idee migliori. La “fame” porta creatività, insomma.

Beppe [account twitter @beppe142] sta lanciando in questi giorni un progetto molto interessante.

Si chiama Hosting Sostenibile ed è un servizio di hosting alimentato da pannelli fotovoltaici.

Non è un caso che faccia parte di un più ampio progetto che si chiama “Ecologie digitali”  e che – come mi ha raccontato lui stesso – sia prima di tutto un espressione dei valori in cui crede chi lo ha creato.

Perché anche il web consuma energia, emette CO2 e inquina.

Ci pensiamo sempre troppo poco ma la “smaterializzazione” nel digitale, se da una parte riduce l’uso di carta,  non è totalmente a impatto zero. In questi ultimi anni si comincia a parlare di green web e sono nati veri e propri decaloghi per tutti gli sviluppatori che hanno a cuore l’ambiente. CO2Web è un’ applicazione che ti permette di calcolare l’emissione del tuo sito, per chi fosse curioso di avere dati alla mano.

Beppe ha voluto fare il massimo, ovvero installare i propri Server in una web farm totalmente alimentata da pannelli fotovoltaici: l’idea quindi non è di fare compensazione energetica ma di usare direttamente energia auto prodotta, riducendo all’origine le emissioni.

Dunque trasferire i propri siti e blog su Hosting sostenibile può rappresentare anche per chi li cura un modo per aiutare l’ambiente e fare qualcosa, consapevolmente.

Il progetto ha già convinto professionisti del web del calibro di Gianluca Diegoli e Alessandra Farebegoli  che hanno trasferito i propri siti su Hosting Sostenibile e ora espongono il bollino.

La Web Farm Hosting Sostenibile è in Romagna, per questo chi vuole può andare a conoscere Beppe, i suoi soci e partner durante la conferenza stampa di presentazione presso il Comune di Lugo, il 23 ottobre 2012, alle 12.

Quando incontro persone giovani che hanno idee e passione e sono disposti a mettersi in gioco (Beppe non ha – come si suol dire – le spalle coperte da patrimoni familiari) e che lavorano per realizzare i propri sogni, andando un po’ oltre una visione immediata del lavoro e della vita, io mi esalto. Perché queste persone sono la dimostrazione che quasi ogni cosa, con onestà e impegno, si può fare! Ovviamente quando ho chiesto a Beppe quanto tempo lavora ogni giorno, ha fatto il mezzo sorriso di chi sta investendo tantissime energie per realizzare ciò in cui crede.

E allora in bocca al lupo a Beppe e speriamo che il suo sia un buon esempio per tante altre persone. E’ questo il momento migliore per mettersi in gioco e creare il lavoro che vogliamo.

Per approfondire

Blogger, digital P.R, strategie Social: spiegare questo lavoro a mia nonna

L’allenamento migliore è stato tentare di raccontarlo a mia figlia. La domanda “che lavoro fai?” mi ha messo in crisi per anni, difficile spiegare alla nonna che lavori con l’internet. La riflessione più seria l’ho fatta chiacchierando con un’amica che fa un lavoro molto simile e che una volta ha detto: “In fondo quello che facciamo noi è pubblicità, la puoi raccontare come vuoi, ma quello è!”.

Ci ho messo mesi per elaborare la tagline di questo blog, spiegare in pochissime parole il cuore della mia professione. Ora però voglio spingermi oltre e cercare di mettere in fila (come se lo spiegassi a mia suocera) cosa significa fare la blogger professionista e occuparsi di Digital P.R e Strategie Social. Continua a leggere

Quando una mail di marketing di prodotto rivolta alle “signorine” blogger è infarcita di stereotipi

Capita spesso che mi arrivino mail che invitano a provare prodotti: la maggior parte dei quali ha a che fare con i bambini. Noi genitori che siamo anche blogger, l’ho detto in altre occasioni, siamo certamente tra i più appetibili bocconcini del marketing.

In particolare le mamme sono prese di mira.

Perché in Italia (ma forse nella maggior parte del mondo) si pensa ancora che la cura dei figli sia un compito PRINCIPALMENTE femminile, che siano le donne a interessarsi di ciò con cui gioca, mangia e si veste il proprio bambino.

Non mi sono mai adeguata a questo ruolo e così se ricevo una mail da un BRAND come quella di cui pubblico degli stralci sotto, mi sento un po’ a disagio.

Perché la comunicazione si adegua a stereotipi vecchi come il cucco, invece di scardinarli, anche quando si rivolge direttamente a una persona?

Sul web ha ancora senso parlare di TARGET esattamente come avveniva per i “femminili” (le riviste dedicate a un pubblico di donne) fino a qualche tempo fa?

Leggete la mail se volete. Di seguito qualche considerazione (e non sul prodotto che non conosco e che probabilmente sarà ottimo, ma non è volutamente citato perché non stiamo facendo una critica di alcun genere ad esso, ma una riflessione – spero – costruttiva, sulla comunicazione).

Da blogger, ma anche da professionista della comunicazione web

Signore e signorine, 

vi abbiamo cercato tanto. Non vi diciamo che è stata dura, perché non ci credereste mai, ma, insomma, “eleggervi” tra tante blogger non è stata proprio una scampagnata.

Se credete anche voi che l’iPad non sia un silenziatore da cena, il miglior telecomando per abbassare il volume dei bambini, ma un’opportunità per farli crescere e imparare, aiutandoli a mettersi in gioco (…)

Vi chiediamo solo di provare e fare, se vi piace, quello che naturalmente fareste con una cosa in cui credete: parlatene!

Al parco, a scuola, in casa, a lavoro, in riunione, su twitter, in libreria, pinterest, sotto il casco della parrucchiera, su facebook, dall’estetista, dal pediatra, e perchè no, sul vostro blog (se non chiediamo troppo!). Se condividete il progetto con noi, fate tam tam!

Le mie riflessioni (spero utili anche a chi ha elaborato la mail)

 Signore e Signorine

mi ha fatto venire in mente alcune riviste che mi ha passato mio suocero: “Confidenze” e “Intimità” datati anni 50/60.

Mi ha strappato un sorriso ma neanche troppo. Potrei non sentirmi affatto rappresentata dal termine retrò “Signorina” e d’altronde non sono (per scelta) sposata, come moltissime mie coetanee.

[poi: dove sono i papà???]

Se credete anche voi che l’iPad non sia un silenziatore da cena, il miglior telecomando per abbassare il volume dei bambini, ma un’opportunità per farli crescere e imparare, aiutandoli a mettersi in gioco

Forse sono dietrologa, ma dopo un “Signorine e Signore” questa frase mi è suonata come una presa in giro nei confronti del genere di cui orgogliosamente faccio parte, come se si volesse innalzare noi signorine blogger e farci sentire superiori alle tante mamme il cui mondo è fatto solo di preparativi per la cena e lotte per abbassare il volume della tv.

La sensazione è stata definitivamente supportata dal seguito:

 Al parco, a scuola, in casa, a lavoro, in riunione, su twitter, in libreria, pinterest, sotto il casco della parrucchiera, su facebook, dall’estetista, dal pediatra, e perchè no, sul vostro blog (se non chiediamo troppo!). Se condividete il progetto con noi, fate tam tam!

Perché si sa, noi mamme (per quanto tecnologiche) passiamo il nostro tempo in quei posti lì: mi ci sono vista sotto al casco del parrucchiere deliziare le mie colleghe parlando dei nostri marmocchi e delle cose belle che potremmo fargli provare.

[dove sono i papà?]

Il prodotto pubblicizzato è qualcosa che potrebbero usare anche i papà con i loro bambini, ma il marketing se ne dimentica e si immagina una mamma indaffarata e in carriera (perché la mamma casalinga in totalità è ormai obsoleta) che però contemporaneamente gestisce casa, parco, acquisti in libreria, profili social (e già noi siamo blogger, mamme 2.0) e se vuole rilassarsi va dall’estetista o dal parrucchiere.

Mi sento solo io scarsamente rappresentata da questa comunicazione? E’ solo un mio problema se la mia massima aspirazione NON è che qualcuno si accorga del mio blog per farmi fare passaparola dal parrucchiere?

Credo che le agenzie di comunicazione dovrebbero cominciare ad ascoltare, perché è l’ascolto a portare condivisione e empatia: ingredienti fondamentali per convincere blogger che tutti i giorni ci mettono la faccia (come la sottoscritta) a cliccare su un link ed eventualmente rilanciarlo.

La social content curation e Storify

E’ il mio pallino da un po': da quando grazie ai social media l’informazione da gestire è diventata un flusso che ognuno di noi deve riorganizzare per potere avere una panoramica completa di una notizia, ha ancora senso duplicare contenuti identici, nello stile “comunicato stampa”?

Non è forse meglio seguire la notizia e diffondere i punti di vista, anche divergenti che produce?

Come blogger, quando mi arriva un comunicato stampa, arriccio sempre il naso perché alla piattezza di un testo preferirei una serie di link che rimandino a sito web, eventuale hashtag o profilo su twitter e pagina su facebook. Preferirei “seguire” l’evento e la notizia, piuttosto che lanciarla.

La protagonista della comunicazione ai tempi dei social media non è più la mano che tira il sasso, ma i cerchi nell’acqua che il sasso produce.

Il compito di chi si occupa di Online Media Relations o di chi – come me – fa un lavoro reputation-oriented più che marketing-oriented e che quindi ha il compito di studiare strategie che valorizzino i contenuti e la reputazione di un marchio o di un progetto, è di misurarsi quotidianamente con la social content curation: la cura dei flussi di contenuti prodotti on line, sui social media e non.

Contenuto è un articolo di approfondimento, ma contenuto è anche il dibattito che vede nascere un hashtag su twitter, una discussione su Facebook o una serie di post tematici che rispondono l’uno all’altro.

Oggi realizzare un contenuto informativo intorno a un progetto, un’idea, un momento storico o un evento culturale e/o politico ha un costo in termini di tempo da dedicargli e il valore aggiunto non è più fare lo scoop, ma approfondire al massimo l’inseguimento del flusso di reazioni che suscita un contenuto.

Realizzare una storia on line –  quando è condivisa in tempo reale e ci riguarda tutti, come può essere anche un meraviglioso doppio arcobaleno su Bologna –  non significa necessariamente (o solo) scrivere qualcosa di nuovo ma anche raccogliere e aggregare l’esistente.

Da qualche tempo uso in maniera strategica per il mio lavoro ma soprattutto per la mia crescita personale e professionale, Storify.

Storify permette di aggregare contenuti diversi (da twitter, facebook, instagramm, blog, ecc) e riproporli in una forma accattivante, costruendo rapidamente il flusso di quanto è stato scritto, detto, montato. Sta poi al lettore esplorare le infinite possibile che offre un post su Storify (lettura consequenziale che diventa cronaca o approfondimento verticale esplodendo le proposte contenute).

Storify è diventato per me uno strumento indispensabile.

Se partecipo ad un evento, faccio la cronaca su twitter (stando ben attenta a riportare brevi frasi di senso e non solo di contesto), scatto qualche foto che rilancio attraverso Instagram e quando torno a casa ricostruisco il mio lavoro (completandolo con quello di tutti coloro che hanno seguito l’evento su twitter o attraverso post sui loro blog o video e foto) su storify per creare una cornice che contenga la notizia e permetta a chiunque di ricostruire il contesto dall’informazione e non viceversa.

Io ho imparato a usare Storify usando questo video tutorial  e leggendo questo articolo di Alessandra Farebegoli.

La Content Curation è la prospettiva con cui guardo al mio lavoro, uno degli aspetti più qualificanti di una professione come la mia. Ecco allora che proprio grazie a Storify ho raccolto qualche interessante punto di vista sul tema.

Tessere la Rete: il sito dedicato alla formazione su web e social media a Bologna

Ho deciso di creare un nuovo luogo virtuale, dedicato esclusivamente alla formazione che è diventato uno degli ambiti in cui maggiormente sto investendo, professionalmente, in questo 2012.

Si chiama Tessere la Rete.

Tessere la Rete per costruire connessioni e ridurre il digital divide generazionale, facendolo diventare una risorsa per mettere in contatto reale e costruttivo adulti e adolescenti.

Aree di consulenza

Sono 4 le principali tipologie di consulenza formativa che offro:

  1. mi rivolgo alle aziende per aiutarle a individuare le proprie esigenze di marketing in approccio ai social media e alla rete;
  2. mi rivolgo alle persone per aiutarle a capire come usare gli strumenti offerti dal web e dai social media (alfabetizzazione);
  3. mi rivolgo a genitori e insegnanti per un orientamento consapevole all’uso della rete e dei social media da parte degli adolescenti (riduzione del digital divide generazionale):
  4. mi rivolgo alle scuole (adolescenti e insegnanti) in attività di laboratorio per la creazione collaborativa di blog della classe o della scuola che diventano palestre di comunicazione web.

Cosa trovi su Tessere la rete?

Oltre all’offerta formativa, su Tessere la rete trovi un’area dedicata ai corsi in partenza e un FORUM per chi voglia approfondire i temi di cui parliamo a lezione o semplicemente trovare uno spazio di confronto su tutto ciò che è blog, social media, strumenti del web.

Le migliori amiche del detersivo: le mamme

Si chiama Dash e tutti sapete certamente che prodotto è.

Un detersivo da bucato che è sul mercato dal lontano 1963. Forse “il” detersivo da bucato in Italia.

Ecco come si presenta la pagina Facebook (specchio della recente campagna e linea editoriale scelta dal marchio):

La scelta è quella di rivolgersi alle mamme. Solo a loro. Donne e mamme. Ecco infatti le “info” di pagina:

Dash arriva nelle case italiane nel 1965. Da allora è parte della vita quotidiana delle donne italiane: le accompagna nel loro cambiamento, ascoltando le loro esigenze in fatto di bucato, legate alle abitudini, all’evoluzione del guardaroba, per offrire la performance migliore. Dash si è evoluto al passo con i cambiamenti delle donne garantendo da oltre 45 anni sempre un bucato che “più bianco non si può”. E per questo le donne italiane non lo hanno cambiato. Una storia di un marchio, popolare e amato, che oltre 40 anni è parte della loro vita quotidiana.

Nel sito c’è anche una sezione: le mamme consigliano

Fa piacere sapere che in un paese dove le donne sono scoraggiate 4 volte più che nel resto di Europa nel cercare lavoro, guadagnano molto meno degli uomini  e dove nel 71,3% dei casi il carico familiare è sulle loro spalle [lo dice l’ISTAT in un recentissimo rapporto] un marchio così radicato tanto da essere presente a Sanremo durante il Festival con una serie di telepromozionirappresenti così fedelmente una situazione culturale retrograda – che vede nella donna l’angelo del focolare che accudisce i figli e lava le mutande. Immaginario sulla mamma  che stenta a lasciare il posto all’innovazione sociale, di cui ci sarebbe tanto bisogno in Italia e di cui le donne potrebbero essere motore propulsivo.

Ma visto che se un’azienda sta sui Social Net è per dialogare con i propri fans e utenti, ho voluto postare un mio pensiero sulla bacheca di Facebook di Dash.

Ecco cosa ho scritto:

Ma Dash lo usano solo le mamme? perché usare sempre i soliti triti stereotipi che vedono la donna unica portatrice di pulizie e lavatrici? Cosa c’è di innovativo in una pubblicità che è identica a se stessa [al modello pubblicitario per questi prodotti] dagli anni 50? si parla tanto di pari opportunità e del fatto che le donne italiane hanno il carico di tutta la famiglia e voi che fate? rinfocolate senza un minimo di creatività rivoluzionaria…peccato. quando prodotti come il vostro si renderanno conto della bella occasione innovativa che si perdono, probabilmente sarà già tardi

Dash ha però attivato un filtro dei contenuti sulla sua pagina: non cancella i contenuti di altri ma fa in modo che non siano immediatamente visibili da chi arriva sulla pagina. Si vedono solo se si clicca su “Tutti/più recente“. Non è un caso che molti utenti – prima o dopo di me – chiedano conto all’azienda del perché ha cancellato i contenuti postati. Leggete per esempio il post di Sara Maiocco  (che viene molto prima del mio):

 

Non mi sembra una scelta azzeccata, perché non è completamente trasparente e dà un colpo al cerchio e uno alla botte (o stai sui social network e rendi visibili anche i commenti esterni, oppure cancelli e non stai sui social ma solo sul tuo sito ;-)): detto questo, cercando un po’ è possibile leggere tutti i commenti che sono stati fatti, anche di chi – come me – rimane sempre un po’ perplessa e infastidita da queste scelte di comunicazione.

Spero che Dash trovi il tempo di rispondermi.

Mi piacerebbe immaginare un mondo in cui la pubblicità, una volta tanto, configura anche spazi di cambiamento, oltre che descrivere l’esistente, cristallizzandolo. Non ho nulla contro Dash – sia ben chiaro (anzi, io e il mio compagno spesso lo usiamo) – ma penso che sia giusto mettere sul piatto anche queste perplessità e argomentare scelte come questa.

Chiudo con una pubblicità concorrente (ma Dash non si spaventi, è tratta dalla rivista “Confidenze” del 15 novembre 1959. C’è stato in mezzo un mondo, ma il mondo è cambiato poco. Con lui, la pubblicità.

 

Bravi a Wired Italia!

Ricevo il numero di febbraio di Wired Italia e mi fa molto piacere leggere l’INBOX di questo mese a pagina 17.

Dopo questo post: Wired e le donne  e dopo le diverse segnalazioni di tante persone, sia in merito alla carenza di contributi femminili, sia riguardo alla pubblicità  la rivista ha fatto OUTING.

Sono stati bravi perché non si sono malamente giustificati ma hanno risposto con rispetto alle persone che chiedevano conto di alcune scelte editoriali.

Confermo che tra i contributi di questo mese spiccano 5 donne.

Chapeau! 

Queste sono le piccole, buone notizie che fanno sperare che un’altro genere di comunicazione è possibile! 

Wired - febbraio 2012, pg 17 rubrica "Inbox"

 

Un blog per la scuola: obiettivi e slides introduttive

Una parte del mio lavoro è dedicata alla formazione con l’obiettivo di ridurre il digital divide generazionale e contribuire a un’alfabetizzazione consapevole all’uso dei Social Media e alla pratica del digital storytelling.

Oltre al corso Gioco di Squadra – che si rivolge a genitori e insegnanti – ho iniziato un progetto sperimentale alle scuole medie Dozza di Bologna: costruire un blog insieme a studenti e insegnanti.

Gli obiettivi di questo percorso sono molti:

  • realizzare uno spazio virtuale a disposizione della scuola per raccontarsi e raccontare il quartiere attraverso uno storytelling partecipativo;
  • creare consapevolezza su cos’è un blog, come possono essere usati i social media e quali sono le prerogative di ciascuna piattaforma e del mezzo;
  • orientare alle professioni del web: ogni lavoro è fatto di fatica, studio e formazione continua, anche questo. Esistono differenti professionalità in gioco e attualmente si tratta di lavori che “ancora reggono” alla crisi. Non ci si può però inventare blogger o social media manager.
Il percorso formativo prevede una prima lezione introduttiva ai blog e all’uso della Rete per creare un progetto di narrazione scolastica e poi una serie di incontri con un gruppo ristretto di studenti e insegnanti che  – coordinati da me – creeranno una vera e propria redazione web per la creazione e gestione del blog scolastico.
Gli insegnanti delle scuole medie Dozza di Bologna sono persone avvedute e molto attente;  devo davvero ringraziarli per l’occasione che stanno offrendo a me, ma credo anche alla loro scuola.
Il fatto che l’Istituto sia dotato di lavagne interattive multimediali (LIM) è un vantaggio notevole: nell’avanzamento del percorso ci sarà bisogno anche di internet ma, trattandosi di un gruppo ristretto, potremo usare l’aula informatica della scuola.
Il progetto sta suscitando l’interesse degli studenti (in particolare gli stranieri sono entusiasti all’idea di poter raccontare anche la storia della loro famiglia e delle loro, differenti, culture) e anche degli insegnanti. Durante i diversi scambi avuti con professori, maestre e genitori, in questi mesi in cui sto promuovendo i miei corsi per la scuola, ho avuto l’impressione di aver “colto nel segno”: è maturata una sana consapevolezza che, per usare bene la rete, sia necessario evitare stereotipi demonizzanti o facili entusiasmi e invece si debba imparare a conoscerla.
Non è un caso che mi abbiano invitato anche in un’altra scuola media per un approfondimento sulla netiquette rispetto ai social media (Facebook in primis), privacy, uso consapevole del profilo e della propria identità reale e dei “giochi a pagamento”.
Queste esperienze sono fondamentali per me e davvero entusiasmanti: è molto bello anche il dialogo che si sta creando con alcune strutture scolastiche e associazioni, presso le quali, prossimamente, terrò alcuni dei miei corsi.
Io ho pianificato un’offerta ma le singole declinazioni si sono tarate sulle esigenze della scuola o gruppo di lavoro.
Impariamo tutti: io per prima che, nell’ascolto delle esigenze degli adulti e interessi dei ragazzi, posso davvero fornire un servizio completo e personalizzato.
Di seguito le slides della mia prima lezione alle Dozza, a disposizione dei ragazzi e degli insegnanti, ma anche dei lettori.
Chi fosse interessato ai miei corsi (Bologna e limitrofi) può contattarmi in privato.

Women in Digital: Bologna

[Come hanno gestito, le donne, le potenzialità offerte dal mondo digitale? ]

E’ questa la domanda da cui prende l’avvio il convegno che si terrà venerdì 20 gennaio 2012 al MamBOdi Bologna per una giornata dedicata alla scoperta del rapporto tra donne e tecnologia digitale. Io ci sarò e credo che si tratti di un appuntamento interessante, un punto di vista diverso e fondamentale per capire l’ecologia dell’innovazione italiana e le potenzialità dei nuovi paradigmi offerti dal digitale.

Se il web non è solo per uomini, O-one vuole, con ‘Women in Digital’, approfondire il tema di come le donne, in ambito lavorativo ma non solo, si avvicinano e utilizzino le tecnologie digitali, oggi sempre più diffuse e presenti nella vita quotidiana.

Mattina

Nel corso della mattinata, attraverso la presentazione di alcune case history, si darà la parola a donne che, grazie alla comunicazione digitale, hanno saputo produrre innovazione e connessione.

Pomeriggio

Nel pomeriggio l’evento si tramuterà in tavola rotonda per dare spazio a considerazioni, commenti ed esperienze sulla possibilità, con le tecnologie digitali, di investire in un futuro differente.

Interventi

All’evento patrocinato dal Comune e dalla Provincia di Bologna, saranno presenti quali relatrici nel corso della mattinata, Laura Pezzotta Brand Connection Nike Italy, Vittoria Michielotto Senior Product Manager GSK Consumer Healthcare, Sara Pupin Web Communication Manager Bricocenter, Roberta Barba FGA Web Marketing Manager, Francesca Musolino Global Digital Marketing Manager at New Holland. Interverranno invece nella tavola rotonda pomeridiana, moderata da Cecilia Pedroni Direttore e Client Manager di Dr.O-one e Linda Serra Digital Strategist di Dr.O-one: Micaela Calabresi Web Editor & Sales at Pde S.p.A. | Effe 2005, Leda Guidi Responsabile dei “Servizi di Comunicazione con i cittadini” del Comune di Bologna e Project Manager della rete civica Iperbole Anna Piacentini Presidente & Business Developer at People 3.0 e Manager Emilia IN, Lidia Marongiu, Consulente Studio Giaccardi &Associati e amministratore G&M Network Srl, Organizzatrice di Ravenna Future Lessons, Roberta Chinni Project Manager per Bologna Children’s Book Fair.

 Per iscriversi

L’evento è aperto al pubblico e per partecipare è necessario iscriversi a questo indirizzo http://womenindigital.eventbrite.com/ ; sarà comunque possibile partecipare registrandosi il giorno stesso al desk di accoglienza.

La parte dedicata alle case history avrà inizio alle ore 11, dopo una breve introduzione di Gianfranco Fornaciari (ore 10.30) CEO di O-one; sarà poi offerto un piccolo rinfresco ai partecipanti per proseguire con la tavola rotonda pomeridiana alle 14.30.

Sponsor dell’evento Bper (Banca Popolare dell’Emilia Romagna) e Smemoranda.