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Bravi a Wired Italia!

Ricevo il numero di febbraio di Wired Italia e mi fa molto piacere leggere l’INBOX di questo mese a pagina 17.

Dopo questo post: Wired e le donne  e dopo le diverse segnalazioni di tante persone, sia in merito alla carenza di contributi femminili, sia riguardo alla pubblicità  la rivista ha fatto OUTING.

Sono stati bravi perché non si sono malamente giustificati ma hanno risposto con rispetto alle persone che chiedevano conto di alcune scelte editoriali.

Confermo che tra i contributi di questo mese spiccano 5 donne.

Chapeau! 

Queste sono le piccole, buone notizie che fanno sperare che un’altro genere di comunicazione è possibile! 

Wired - febbraio 2012, pg 17 rubrica "Inbox"

 

Rappresentanza femminile

Stando ai dati del Censimento 2001 (quello del 2011 deve essere ancora completato) in Italia ci sono 100 donne ogni 93,8 uomini (fonte Censimento2011.blogspot).

Eppure

Eppure la rappresentanza femminile in azienda, sui Media (giornali, tv) e nella società è sempre nettamente inferiore a quella maschile.

Siamo proprio sicuri che l’emancipazione non si realizzi reclamando spazi, come ha scritto qualcuno in un commento al mio post Wired e le donne? Siamo sicuri che in questo paese non ci sia invece bisogno di fare emergere questa ANOMALIA che configura e racconta un mondo fatto dagli uomini per tutte le persone?

Nessuno crede nelle quote rosa a tutti i costi, lo si ripete di continuo, lo sento dire da uomini e anche da donne. Anche io ero perplessa fino a qualche mese fa. Ma siamo sicuri che non stiamo scambiando ipotetiche quote rosa con qualcosa di più complesso, ovvero una rappresentanza femminile che rappresenti la totalità del mondo? Siamo sicuri che – visto che in Italia – non riusciamo a ottenerla naturalmente, non possa essere utile “imporla” per legge, almeno a certi livelli (consigli di amministrazione, quote in azienda)?

Le due notizie di oggi, che hanno fatto scaturire questa riflessione sono:

Una recente ricerca mette in relazione i compensi più bassi delle donne con una minore POSSIBILITA’ di FARE RETE con persone influenti, possibilità nettamente superiore per gli uomini. Io sono sempre più convinta che sottovalutiamo (per comodo o per pigrizia) la fondamentale importanza della RAPPRESENTAZIONE che si traduce in RAPPRESENTANZA di tutti gli attori coinvolti.

Donne e Pubblicità: come è andata a finire

U-power: la scarpa che dà calci in culo alle donne

Il 15 ottobre 2010 tramite mail, un lettore mi segnala questa pubblicità che si commenta da sola.

Apro una discussione nell’area forum della community: http://donnepensanti.ning.com/forum/topics/upower-ovvero-prendere-a-calci e contemporaneamente scrivo allo IAP usando l’apposito modulo.

In molti abbiamo scritto per segnalare il contenuto offensivo nei confronti delle donne contenuto in questa campagna pubblicitaria.

Oggi mi arriva questa mail:

Spettabile

Associazione Donne Pensanti

 

alla c.a. Dott.ssa Francesca Sanzo

Segnalazione messaggio pubblicitario “Con le Scarpe da Lavoro U.Power ti puoi permettere “Quasi” tutto!!”

rilevato su affissioni diffuse nella città di Novara nel mese di ottobre 2010

Desideriamo informarLa che il Comitato di Controllo, esaminato il messaggio pubblicitario da Lei segnalato, ha deliberato di emettere ingiunzione di desistenza per violazione degli artt. 9 – Violenza, volgarità, indecenza – e 10 – Convinzioni morali, civili, religiose e dignità della persona – del Codice di Autodisciplina della Comunicazione Commerciale.

L’inserzionista ha comunicato di avere già assunto provvedimenti affinché l’immagine oggetto del provvedimento ingiuntivo non sia più utilizzata a fini commerciali.

Potrà rinvenire il contenuto del provvedimento inibitorio nel nostro sito internet www.iap.it, nella sezione “Le decisioni del Giurì e del Comitato di Controllo”.

RingraziandoLa per l’apprezzata collaborazione, porgiamo i nostri migliori saluti.

I.A.P.

La Segreteria

E’ un segnale importante: lo Iap si muove ed è uno strumento utile, per tutti i cittadini, per non accettare passivamente ciò che li offende e che ha a che fare con le immagini pubblicitarie contenuti in cartelloni, riviste.

Continuiamo così: sviluppiamo gli anticorpi giusti e una consapevolezza diffusa dei nostri diritti!

L’importanza delle parole dei Media

Immagine presa da http://www.etnografia.it/

In questi mesi estivi, durante i quali si sono consumati numerosi omicidi di donne da parte di familiari, conviventi, ex mariti, ex amanti o corteggiatori, oltre al giusto sdegno e alla riflessione sull’importanza di promuovere un’etica diffusa del rispetto reciproco per contrastare il fenomeno cercando di comprenderne le cause sociali oltre a quelle personali, mi è capitato di interrogarmi spesso sul ruolo del linguaggio.

Ho letto sempre con grande attenzione gli articoli dei giornali, le cronache di questi eventi e via via che scorrevo pagine, storie, resoconti più o meno dettagliati, mi rendevo conto che in molti casi a questi fenomeni di violenza venivano associati termini che stonavano, che giustificavano, che in qualche modo straniavano dalla realtà quotidiana l’evento o l’assassino e che isolavano il fatto, come se si trattasse di un unicum di grande eccezionalità.

In molti, durante il mese di luglio hanno sottolineato come sia importante non chiamare questi omicidi delitti passionali, perché di passionale e amoroso non hanno nulla, ma secondo me c’è anche dell’altro.

Il 29 luglio sono nelle Marche dove il giorno precedente Claudio Alberto Sopranzi, guardiano del campeggio dove ho trascorso numerose estati della mia adolescenza, ha ucciso la madre e la sorella della donna che l’ha lasciato –  davanti ai figli di questa – e lo ha fatto con una Berretta in suo possesso, andando a casa delle donne.

Dopo averle uccise è scappato, si è liberato del cellulare e della pistola e ha girato per lungo tempo per i campi.

Il Corriere Adriatico nell’edizione cartacea del 29 luglio, in una serie di articoli dedicati al fatto scrive:

Strage per amore, uccise due donne

titolando a prima pagina.

Lite e minacce prima dell’esplosione di follia

è il titolo di un secondo articolo

Si parla anche di “Trance” e “Raptus omicida”.

E’ l’assassino, una volta arrestato, a dire che non sa cosa ha fatto, che pensava di essere al poligono di tiro.

In questo caso, per fortuna, gli inquirenti non credono al raptus (l’uomo si è liberato del cellulare subito dopo l’omicidio, procurandosene uno nuovo e tentando di fuggire) ma il lessico, il lessico giornalistico inganna.

Ora. Definiamo Trance. Wikipedia scrive:

Tra i comportamenti caratteristici si osserva l’aquiescenza acritica al comando con agiti consapevolmente o inconsapevolmente indipendenti dalla volontà con o senza perdita della memoria di circostanza.

Il raptus è invece:

un improvviso impulso di forte intensità che può portare ad uno stato ansioso e/o alla momentanea perdita della capacità di intendere e di volere.

Siamo proprio sicuri che un uomo che utilizza schede telefoniche “pulite” e tenta la fuga in macchina sia in trance o sotto l’effetto di un raptus? E’ davvero follia, intesa come incapacità di intendere e volere?

Ovviamente il caso di cui sto parlando è solo un esempio, uno dei tanti esempi di come questo genere di eventi vengono narrati.

La narrazione è importante perché delinea l’immaginario del lettore. Parlare di follia, raptus, trance è già un punto di vista.

I giornali, le televisioni, i media contribuiscono – e non solo sulla questione di genere – a promuovere immaginari e nelle scelte dei Palinsesti e delle prime pagine c’è già un messaggio.

Il mezzo è anche un messaggio e in questo caso il mezzo linguistico è portatore di significato.

In questo periodo estivo, così tragicamente costellato di delitti contro le donne, ho davvero riflettuto sull’importanza della comunicazione per innescare un cambiamento.

Quando i giornali, le televisioni, i Media cominceranno a parlare e riflettere sulla questione e a farlo in un modo interrogativo e non scontato, senza usare formule obsolete o tranquillizzanti, allora il problema verrà percepito come tale a livello generale.

La rivoluzione culturale – su tutti i fronti – in Italia deve partire da giornalisti coraggiosi. Deve passare dalle redazioni e dall’Informazione.

La rivoluzione culturale, la resistenza al livellamento verso il basso  deve attraversare il linguaggio, portare parole che abbiano peso specifico.

E’ fondamentale.

Forse per questo applaudo al fatto che – seppur in seconda serata e non sulla rete ammiraglia – domani sera andrà in onda sulla Rai il documentario Il corpo delle donne. Non è molto, se non seguiranno atti altrettanto significativi, ma è già qualcosa.

Per questo ho accolto con entusiasmo l’approfondimento de l’Unità di una decina di giorni fa sulla questione femminile e sono fermamente convinta che ci sia un gran bisogno di parole nuove che parlino di questi problemi.

Parole che trovino nuova forza e sappiano mettere in discussione più che definire.

Perchè le de-finizioni, lo dice la parola stessa, concludono, mentre noi siamo solo all’inizio di quella che deve essere una nuova via verso il rispetto.

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