Le favole di Panzallaria -Francesca Sanzo. Il progetto Fabularia, favole per aria, favole online.

Il coniglio Meloncello cerca casa a Bologna

Pesche, pere, tu mi fai impazzire…

I bambini di Condominio Bandiera sono in cortile: giocano a nascondino e intanto cantano, in una bella sera di inizio estate.

Luglio, Agosto, poi, poi, poi

Silvia sta per fare pace, Samy corre intorno al palazzo per cercare qualcuno che si è nascosto meglio di altri, Bea insegue la sorellina, Asam fa le linguacce a suo cugino.

Il papà di Silvia è appena tornato dal lavoro, smonta dalla moto, si toglie il casco.

La mamma gli va incontro, contenta di vederla e un po’ sudata, perché fa caldo e lei è grassottella, così fa più fatica.

Proprio mentre Stefano sta per togliersi il casco, Francesca sta per sorridere, Silvia sta per fare pace, Samy sta per vedere Asam, Asam sta per essere scoperto, Bea sta per riacciuffare sua sorella Gaia, Gaia sta per scivolare sull’asfalto, proprio in quel momento

Renzo, Lorenzo, sciuga mano asciuga

Pesche pere

Tu mi fai impazzire

 

Proprio in quel momento dalla strada.

Correndo come un pazzo.

Con le orecchie indietro.

E gli occhi rosa e tondi.

E il pelo bianco.

E le zampe grigie.

E il muso a punta.

E la coda battufolo.

Fa capolino un coniglio!

Silvia non fa più pace, Samy smette di correre, Bea stringe la mano di Gaia, Asam spalanca la bocca, Stefano rimane con il casco a mezza faccia, Francesca smette di parlare e per un attimo

nel cortile

regna il silenzio.

Silenzio

All’improvviso Samy urla fortissimo

Coniglioooooooooooo!!!!!!!!!!!!!

e tutti si mettono a correre in direzione della bestiola, che nel frattempo si è riparata sotto un’auto ferma.

Scende il Signor Calderoni che – a sentire tutte quelle urla – pensa che qualcuno gli abbia segnato la macchina con il pallone, che il Signor Calderoni è convinto che i cortili non siano dei bambini ma delle macchine parcheggiate.

Scende la Signora Anna che sta preparando il sugo e ha bisogno di un po’ di basilico.

Scendono anche i gemelli Rossi che stanno studiando per l’esame di Maturità e vengono distratti da tutto quel baccano!

E tutti si chinano, si inginocchiano, si affacciano, tutti a guardare sotto la Fiat Punto rosso amaranto dove si è rifugiato il coniglio bianco.

Il cortile si riempie di bambini che brandiscono carote come spade.

Un coniglio? In città? Ma come sarà finito qui?

borbotta il Signor Calderoni.

La Punto amaranto è la sua. Teme che il coniglio possa mordere le gomme e rovinargli i pneumatici.

Invita quindi tutti i bambini a non agitarlo troppo, fino a quando è sotto la sua auto.

La signora Anna lo trova bellissimo.

Come è bianco! Come è bello…poverino, si sarà perso!!!!

dice, profumata del suo mazzo di basilico.

E se lo avesse perso un MAGO???

squilla la voce di Silvia.

Si, magari aveva appoggiato un attimo il cappello su un prato, lui è uscito, il mago non se ne è accorto e ora si stanno cercando!

continua Samy.

Ha gli occhi rosa, si vede che è un coniglio magico!

dice Asam mentre sgranocchia la carota che dovrebbe servire a catturare l’animaletto.

Papà Stefano, che nel mondo della fantasia faceva sicuramente l’angelo degli animali perduti, incomincia a intonare un ritornello, schioccando la lingua.

Tiene nella mano una delle carote dei bambini e si inginocchia a distanza dall’auto del Signor Calderoni che,  quando il piccolo coniglio bianco esce,  è molto felice.

Il coniglio – che chiameremo Meloncello – si avvicina cauto e tremolino alla mano di papà Stefano, afferra la carota e papà Stefano afferra il coniglio.

I bambini, con il respiro bloccato in attesa di prendere il coniglio, appena è in braccio a papà Stefano esultano, saltano, si agitano.

“Posso prenderlo?” “No, prima io” “No io! Quello è il mio papà” “No io! Sono il primo che ha visto il coniglio!!!!” “Io che sono la più piccola” “Io che sono il più grande!” Io che una volta ho accarezzato un coniglio e so come si fa”.

E mentre il coniglio passa da bambino a bambino, in un profluvio di carezze, all’improvviso,  nell’aria si vede volteggiare un cappello.

E’ un cilindro nero come quello che indossano i maghi.

Gaia punta il dito verso il cielo e indica lo strano uccello agli amici.

Tutti quelli che prima avevano gli occhi puntati in giù, sotto la macchina, ora hanno gli occhi puntati in su, verso il cielo.

Il cappello sta scendendo, ondeggiante, sull’asfalto del cortile condominiale.

Si appoggia proprio di fianco alla piccola Silvia, mentre tiene in braccio il coniglio.

A bocca spalancata Bea tira fuori dal cilindro un foglio di carta e comincia a leggere quello che ci è scritto sopra:

Mio caro coniglio bianco,

sono dovuto tornare alla città dei maghi che avevo un appuntamento importante con Mangiafuoco.

Ti ho tanto cercato, ma purtroppo stavo facendo tardi e come tu sai, il treno della magia passa solo una volta ogni 100 anni.

A malincuore ti ho dovuto lasciare, ma sono sicuro che troverai chi ti vuole bene: un bambino, una famiglia, una ballerina, un imbianchino, un dottore, una commercialista, un barista o un trapezista, la donna cannone, un bidello d’asilo o un nonno senza nipoti. Una nonna che fa il ragù, un giovane laureato, la mamma che aspetta il bambino e il bambino che coccola la mamma.

Sono sicuro che un po’ della tua magia entrerà in una casa di questa città e quando tra 100 anni tornerò per il mio prossimo spettacolo di magia, potremo ritrovarci, tu mi presenterai i tuoi amici, io ti presenterò i miei.

Ti lascio il tuo cappello, che ti faccia buona compagnia! Scappo che il treno parte.

Tuo affezionatissimo Mago Caracolla

 Questa è la storia di come il coniglio Meloncello è arrivato a Bologna, vicino allo Stadio.

Ora lui cerca una casa.

Se sei un bambino, una bambina, una mamma o un papà, un trapezista o la donna cannone, un commercialista o il bidello della scuola, un idraulico o un elettricista, una musicista o una ballerina, un barista o una nonna che fa il ragù, un nonno senza nipoti o una mamma in attesa, se sei questa o altre cose, ma soprattutto se hai voglia di prenderti cura di un coniglio speciale, in attesa che il Mago Caracolla venga a trovare Meloncello,

 

L’Itaglia e la Filandia vanno in guerra

Nel grande continente di Uaperù, molto ma molto lontano da qui, esistevano un tempo due nazioni che stavano per farsi la guerra: oggi vi racconterò la storia di come una bambina riuscì ad evitare la catastrofe!

La Filandia era un luogo bellissimo, dove nevicava quasi tutto l’anno e i bambini portavano a spasso cani e slittini.

I filandesi si chiamavano così perché:

  • facevano la fila ordinata alle Poste;
  • andavano in giro in fila indiana anche quando erano solo in tre (la loro si chiamava fila filandese);
  • tessevano fili di colori bellissimi e producevano filati di lana e di broccati che esportavano in tutto il mondo;

Un giorno arrivarono in Filandia i Tagliani che venivano da un paese dove splendeva sempre il sole e i bambini avevano ciascuno un pezzetto di mare per se’ (anche quando abitavano in montagna) che si chiamava Itaglia (e non Italia come il paese da cui scrive la sottoscritta!).

Gli Tagliani erano famosi perché:

  • tagliavano sempre i sentieri e arrivavano prima degli altri nei posti dove dovevano andare
  • tagliavano le torte in maniera talmente perfetta che li chiamavano a tutte le feste
  • amavano tagliare i fili di ogni tipo, quindi se c’era da liberare qualche pesce catturato nel mare, andavano lì con le loro forbici da pesca e tagliavano reti in quantità.

Quando i Tagliani arrivarono in Filandia, voi capite che fu come lasciare un bambino davanti a un cestino di gelato: videro fili di filati e li tagliarono. C’era una fila di persone che guardava un tramonto spettacolare e loro tagliarono anche quella per piazzarsi proprio davanti.

Alla fine della giornata i Tagliani erano temuti da nord a sud della Filandia e il Presidente Filetto da Salmòn (che quando si arrabbiava non riusciva più a mettere in fila i pensieri per bene) era saltato alla conclusione che bisognava dichiarare GUERRA alla Itaglia e forse al mondo intero!

Il capo degli Tagliani, un ometto piccolo che per sembrare un po’ più alto indossava i tacchi (ma i pantaloni strisciavano per terra lo stesso), quando vide arrivare per posta la dichiarazione di guerra, senza pensarci due volte disse alle sue guardie:

Tagliate la fila e preparatevi: si parte per andare a combattere i Filandesi! Non lasceremo nemmeno una tagliatella intatta e dopo di noi le auto faranno lo slalom e le strade diventeranno serpentine!

La guerra sarebbe iniziata il giorno seguente ma una bambina tagliana – che credeva nella pace e nella collaborazione –  decise di tentare una mediazione: davvero Filandesi e Tagliani non potevano proprio andare d’accordo?

Pacifica, di nome e di fatto, andò dal grande Capo del suo paese per cercare di riportarlo alla ragione. Lui però era molto impegnato perché stava partecipando al summit dei Trampolieri da circo e non le prestò molta attenzione (sopra i trampoli non riusciva a sentire cosa lei dicesse).

Ormai la guerra era avviata, i carri armati pronti al confine, costava troppo tornare indietro!

Pacifica allora prese i suoi pattini e corse in Filandia (che era proprio molto vicina) e arrivò fin dentro la casa del grande Filetto. Filetto era in fila davanti al bagno e attendeva il suo turno per fare la pipì. Prima toccava a sua moglie, poi ai suoi 4 figli e infine sarebbe arrivato il suo turno.

Pacifica provò a farsi ascoltare ma Filetto saltellava a gambe chiuse, a destra e sinistra per trattenersi, che tra un po’ se la faceva addosso dal gran che gli scappava!

Allora a Pacifica venne un’idea:

Filetto, se ti accompagno in un posto dove potrai fare pipì un po’ prima di mezzora, mi prometti che mi darai udienza?

Ovviamente il Presidente era disperato e così annuì immediatamente.

Pacifica lo prese per mano e lo portò nel bagno del primo piano, dove nessuno stava attendendo il proprio turno. Filetto non ci aveva nemmeno pensato, in Filandia è normale mettersi in fila per fare qualunque cosa.

Qualcuno racconta che esplose in un:

Ma da quando abbiamo un altro bagno  in casa?

Eppure ce n’erano almeno 6!

Dopo essersi liberato, con la mente sgombra e i pensieri allineati, Filetto dovette ascoltare Pacifica che gli fece una proposta:

Ma se voi Filandesi siete tanto bravi a filare e noi così astuti nel tagliare, perché non uniamo le forze e ci mettiamo a filare, tagliare e cucire per confezionare gli abiti più graziosi di tutto il Uaperù? Non serve fare la guerra per risolvere questa contesa, se uniamo le forze, potrebbe essere un gran sorpresa!

Filetto ci pensò un po’ su e poi telefonò al Capo dell’Itaglia che stava tornando a casa (in treno) dalla gran competizione trampoliera. Lui – che di affari se ne intendeva – pensò subito che potevano diventare davvero un gran potenza insieme e che forse non serviva fare la guerra.

I Filandesi e i Tagliani si misero allora a lavorare insieme vestiti bellissimi, amati da re e regine e ricercati in tutto il globo. Oggi vivono felicemente nella pace.

Sono diversi, è vero, e ogni tanto qualcuno si azzuffa perché c’è sempre un tagliano che vuole entrare prima degli altri al cinema e un filandese che si mette in fila anche per guardare il tramonto (mentre di tramonto ce n’è abbastanza per vederlo tutti insieme), ma nessuno ha lanciato bombe e cannoni e le uniche pistole sono quelli che pensavano davvero che per risolvere le cose servisse mettere a fiamme e fuoco il mondo intero!

 

La mamma telecomandata

C’era una volta una bambina di nome Viola.

La sua mamma le diceva sempre quello che poteva o non poteva fare.

Viola era un po’ distratta e così la mamma ripeteva sempre le stesse frasi.

Viola devi mangiare le verdure!

Viola devi tenere in ordine i tuoi giochi!

Viola è ora di andare a letto: domani devi andare a scuola!”

Viola non ne poteva più e un giorno espresse un desiderio:

Vorrei un telecomando speciale per cambiare canale e trovare una mamma che mi fa fare quello che voglio!.

Quella sera Viola si era già dimenticata del suo desiderio così quando trovò un TELECOMANDO sul suo tavolino, pensò che doveva essere quello della televisione e andò a portarlo alla sua mamma.

Mamma, hai lasciato in camera mia il telecomando della tv!” disse Viola, puntandolo verso di lei.

La mamma non fece in tempo a dire: “Ma no, quello non è il telecomando della tv!” che Viola aveva già cambiato canale, anzi, aveva già cambiato mamma.

Quella infatti era una sera magica, in cui i desideri dei bambini si avverano.

Al posto di quella solita, era arrivata una mamma telecomandata che faceva tutto quello che voleva lei.

“Vorrei mangiare solo cioccolata stasera!” disse Viola e la nuova mamma si presentò con un tortino di nocciola, una crostata alla crema di cioccolato e una mousse calda.

Lei mangiò tutto.

Adesso voglio mettere in disordine i miei giochi fino a che mi va!

disse Viola.

La nuova mamma la aiutò a tirare fuori dai cassetti tutti i giochi che possedeva fino a quando in camera non si riuscì più a passare.

Adesso voglio stare sveglia tutta la notte davanti ai cartoni animati!

esclamò felice la bambina. Fu accontentata, non si mise nemmeno il pigiama.

La mattina dopo Viola aveva gli occhi che giravano come 2 trottole, era stanca perché non aveva dormito e le era venuto un gran mal di pancia per la troppa cioccolata.

Doveva vestirsi per andare a scuola perché quello era il giorno della gita e sarebbe dovuta andare allo zoo con le maestre.

Dove sono i miei vestiti?

chiese la bambina disperata.

La mamma telecomandata non sapeva cosa dire: a causa dei troppi giochi nella stanza, nessuno riusciva più ad arrivare all’armadio!

Quando finalmente riuscì a vestirsi, ed era già molto tardi, a Viola venne un gran bisogno di andare al bagno: la troppa cioccolata stava facendo il suo effetto.

Finalmente Viola e la mamma riuscirono ad uscire di casa e fecero una corsa per raggiungere la scuola.

Che tristezza quando videro che il pulmino con le maestre e i suoi compagni era già partito!

Viola cominciò a piangere e a battere i piedi per terra.

La nuova mamma, che faceva tutto quello che voleva, non la consolò, ma anzi la lasciò piangere un sacco di tempo, perché era quello che voleva la bambina.

Rivoglio la mia mamma! Prendete quello stupido telecomando e ridatemi la mia mamma!!!

cominciò ad urlare la bambina.

Allora le venne un’idea, prese il telecomando e cambiò canale.

Prima arrivò una mamma a forma di giostra, che l’avrebbe fatta divertire tutto il giorno. CLIC! Viola voleva la sua mamma.

Nel canale successivo c’era una mamma pasticcera, che cucinava leccornie da mattina a sera, ma non era la sua mamma e Viola si ricordava ancora bene del mal di pancia che aveva avuto!

CLIC! Cambiò di nuovo canale

Dopo aver cambiato molti canali, finalmente arrivò la sua mamma, quella vera, quella che lei amava moltissimo. Viola la abbraccio così forte che quasi, quasi la soffocò.

Da quel giorno non sbuffò più quando lei la sgridava e a dire la verità divenne tanto brava a rispettare le regole di casa, che la mamma non ebbe più bisogno di ripetere troppo spesso le cose!.

Il telecomando è stato seppellito dentro un vaso di basilico: quando a Viola viene la tentazione di usarlo, corre dalla sua mamma che le da un grande bacio sulla fronte e subito se ne dimentica!

 

Il maglione con la cerniera bloccata

C’era una volta una bambina – di nome Susanna – che voleva vestirsi sempre allo stesso modo.

Lei amava moltissimo un maglioncino che le aveva fatto la nonna prima di trasferirsi a vivere su una stella. La nonna, tutti lo sapevano, era magica: riusciva a trasformare un gomitolo di lana, buono solo per fare giocare i gatti, in qualcosa di sempre diverso e bellissimo, come il maglioncino preferito da Susanna.

Questo maglioncino, pieno di colori più dell’arcobaleno, non aveva bottoni ma una cerniera davanti, per chiuderlo ben bene quando faceva freddo e tenerlo aperto quando stava arrivando la primavera.

Susanna lo indossava talmente spesso che la cerniera non faceva altro che fare su e giù, fino a quando, un giorno, si ruppe.

Rimase incastrata e non riusciva più ne’ a scendere, ne’ a salire. Dentro al maglioncino c’era ancora Susanna.

Non potete immaginare la gioia della bambina!

Finalmente avrebbe potuto rimanere sempre con lo stesso maglione che – ogni tanto – la mamma le costringeva a togliersi, per lavarlo.

Passavano i giorni e lei era molto felice. Andava a scuola con il maglione arcobaleno, al parco non se lo toglieva e anche quando si doveva fare il bagno si lavava così com’era, tutta vestita.

Le cose andarono abbastanza bene fino a quando Susanna non cominciò a crescere e il maglione iniziò a tirare. Lei diventava grande, ma il maglioncino di lana restava uguale.

Le braccia cominciavano a fare male e la pancia si scopriva sempre, così di inverno le veniva spesso la cacca a ruscello e il raffreddore, perché non riusciva a scaldarsi abbastanza.

La mamma e il papà consultarono allora una potente e saggia maga, di nome Sbriciolina,  che abitava dalle loro parti.

“Susanna deve trovare il pomodoro verde e giallo di città” disse la vecchia ” se vuole riuscire a sbloccare la zip!”

Susanna allora –  anche se le dispiaceva un po’ doversi togliere il maglioncino –  visto che ormai faceva fatica persino a respirare, si mise alla ricerca del pomodoro verde e giallo, con cui la vecchia maga avrebbe potuto confezionare la pozione giusta per il suo problema.

Non sapeva però dove iniziare. Si ricordò che la nonna, poco prima di di andare sulla stella, le aveva detto che se avesse preso il cannocchiale in una notte di luna piena, dalla finestra più alta, avrebbe potuto vederla in mezzo al cielo e aiutarla a risolvere qualche problema.

Susanna, insieme alla mamma e al papà, andò in soffitta con il cannocchiale, si sporse dalla finestra  e lo puntò in alto, verso la sera. Fu quella la prima volta che riuscì a vedere la nonna a  cavaluccio di una stella, che confezionava maglioni per tutti gli astri e faceva ginnastica saltando sui materassi dei pianeti.

La nonna – con uno dei due ferri con cui lavorava la lana- le indicò un punto preciso del suo giardino, in mezzo all’orto. Susanna andò a vedere e trovò che sotto a una foglia che aveva resistito al rigido inverno, stava crescendo una piantina: attaccata alla piantina si vedeva spuntare un pomodoro, grande come un chicco di riso verde e giallo.

Decise di aspettare un po’ la saggia Susanna: il pomodoro doveva crescere e maturare. Quando arrivò l’estate coi raggi caldi del sole, ecco che un bel frutto maturo e bellissimo penzolava dalla pianta, ormai più alta. Susanna lo staccò e lo portò alla maga Sbriciolina che ne fece una salsa con cui condire i maccheroni.

“Mangia!” disse la maga. La bambina non capiva: cosa c’entrava una pasta al pomodoro con una cerniera bloccata?

Ma Sbriciolina, di rado si sbagliava e così Susanna inforcò il primo maccherone.

Fu solo dopo poco che si accorse che il pomodoro, quel furfante, le aveva macchiato tutto il maglioncino. La pasta era talmente buona che se l’era mangiata di gran gusto! La maga Sbriciolina allora si avvicinò e con cura sbloccò la cerniera del maglione di Susanna.

Che strano: le braccia non tiravano più e poteva respirare molto meglio. Poi non sentiva nemmeno caldo: anche se era estate, finalmente si era tolta il maglione che d’inverno era stato tanto comodo, ma ora cominciava a farla sudare non poco.

Era un po’ contenta –  perché si era liberata – e un po’ triste perché sapeva che non si sarebbe potuta più mettere il suo maglione preferito, l’ultimo regalo della nonna.

Poi si ricordò che l’ultimo regalo della nonna non era stato proprio quello, a essere precisi era lei che le aveva indicato la strada verso il pomodoro magico. Forse, se avesse avuto bisogno, sarebbe successo ancora, tanto lei il cannocchiale lo teneva sempre in soffitta no?

La mamma lavò il maglione e Susanna lo mise addosso a Silvietti, la sua bambola preferita.

La bambina divenne grande, la nonna continuò a guardarla  dalla stella e la bambola Silvietti divenne la più elegante di tutto il quartiere!

Il lupo ballerino

Lupo e capretti

fonte: http://www.paroledautore.net

Si chiamava Ernesto ed era un giovane lupo che abitava nel bosco della contea di Fabularia.

Tutte le mattine si infilava la cartella e andava a scuola di luperie. Il maestro Lupastro De Lupis cercava di insegnare ai cuccioli come inseguire i maialini, le tecniche per far crollare le case di mattone e i travestimenti più adatti ad ingannare Cappuccetto Rosso e  a disarmare i cacciatori. Una lezione importante era costituita dal saper riconoscere le zone sassose: pericolosissime durante eventuali battute di caccia di capretti. Bisognava fare molta attenzione perché – come narra la “Lupina Commedia”-  i sassi possono essere davvero indigesti!

Al lupo Ernesto però importava poco: mentre i suoi compagni di classe scodinzolavano felici, seguendo tracce e entusiasmandosi per qualche setola che faceva venire in mente le salsicce che avrebbero presto mangiato, lui pensava solo alla musica. Ernesto amava ballare e gli bastava sentire un uccellino cinguettare perché le sue zampe cominciassero a muoversi e gli venisse voglia di piroettare ovunque. La danza classica era la sua preferita, ma non disdegnava nemmeno la Samba o il Liscio.

Tutti però lo prendevano in giro e la sua mamma provava molta vergogna.

Insomma Ernesto,  ma è possibile che tu non voglia fare le cose che fanno i lupetti della tua età? Invece di studiare per acchiappare i maialini o allenare la voce per imitare le bambine ingenue che vanno a trovare la nonna, tu passi il tuo tempo a muovere le zampe come se stessi scivolando sull’olio, fai salti, capriole e ascolti quella musica che ti fa sembrare buono e per nulla terribile e malefico!

gli diceva ogni pomeriggio, quando lo sorprendeva a muoversi come un matto al ritmo dei Cra Cra delle rane dello stagno!

Ernesto non sapeva mai cosa rispondere. A lui piaceva molto ballare.

I compagni di scuola si erano inventati anche una filastrocca per canzonarlo un po’:

Che denti, che paura

arriva il lupo ballerino

 

a lui interessa la postura

e rinuncia al maialino

per danzar nella natura!

 

Che malefiche zanne, che unghie affilate

servono solo a titillar

vecchie chitarre accordate!

A Ernesto non importava molto. Lui sentiva la musica, non certe sciocchezze!

Una mattina tutta la classe partì per una gita. Per essere sinceri, si trattava più di un esame che una gita: bisognava seguire le tracce dei tre porcellini, raggiungerli e provare ad acchiapparli.

Ernesto stava in fondo alla fila, mentre tutti gli altri ringhiavano e si affilavano i denti, pronti a rincorrere la preda.

Quando la classe arrivò in prossimità delle case dei porcellini (tutte rigorosamente in mattone!) il maestro Lupastro de Lupis chiese a tutti di fare silenzio per non essere scoperti. Dalle finestre di una casetta si sentiva però uscire una musica bellissima, fatta di trombe e pianoforte.

Ernesto tentò di trattenersi, ma proprio non ci riuscì: la musica lo travolse e si mise a ballare in mezzo all’Aia. Di solito era abituato a danzare al ritmo delle rane, di qualche chitarra di fortuna, al canto dei grilli alla sera. Una musica come quella, così coinvolgente, proprio non l’aveva mai sentita. Era Jazz e si spandeva nell’aria come un profumo di torta.

I piedi e i fianchi e le braccia non riuscivano proprio a smettere!

I suoi compagni di classe si erano dimenticati dei maialini: non lo avevano mai visto ballare così ed erano tutti incantati. Il maestro Lupastro de Lupis, stava già tirando fuori il suo “libretto nero” per dargli un bel 4 in condotta, ma anche lui era rimasto immobilizzato dallo spettacolo.

Anche i maialini, distratti dal rumore, uscirono sull’aia a vedere quello che stava succedendo. Non poteva essere un lupo quello che ballava nel loro giardino! Le zanne sembravano corde d’arpa, gli artigli pennarelli con cui disegnare nell’aria note di colore.

Non riuscivano ad avere paura del lupo ballerino!

La magia della danza di Ernesto travolse tutti: a un certo punto, senza accorgersene, anche il maestro pestava le zampe ritmicamente. I maialini sculettavano, i lupetti danzavano in cerchio, Ernesto piroettava nell’aria.

Nessuno pensò più a chi dava la caccia a chi. I maialini prepararono polenta al formaggio per tutti e si mangiò e bevve e suonò e ballò per tutto il giorno.

Gli amici ormai non prendevano più in giro Ernesto, la voce aveva fatto il giro del bosco e anche la mamma lupa era corsa a vedere le meraviglie del suo bambino. Da ogni angolo, da ogni città, arrivavano persone che volevano assistere allo spettacolo dei lupi che ballano con i porcellini.

Nel giro di pochi mesi la strana compagnia artistica divenne famosa in tutto il mondo e da quel momento, nei boschi di Fabularia, risuona sempre buona musica, si mangia polenta e i maialini hanno abbandonato  le case di mattoni per vivere nelle tende con i lupi, girare il mondo insieme e portare gioia e buon umore a tutti.

Ernesto finalmente può ballare liberamente.

Babbo Natale sotto stress

foto di Pandora Creazioni

foto di Pandora Creazioni

Una mattina Babbo Natale si svegliò molto stanco. Non riusciva nemmeno a infilarsi i pantaloni o a pettinarsi la barba: le sue braccia non ne volevano sapere di lavorare anche quel giorno!

Babbo Natale era molto stanco perché negli ultimi anni il suo lavoro era diventato più impegnativo: in alcuni Paesi del mondo, i bambini desideravano sempre più giocattoli e sempre più grandi e strani.

Lui e gli gnomi dovevano lavorare molto per accontentare tutte le richieste!

Babbo Natale quella mattina sentita mal di pancia e una grande debolezza in tutto il corpo e così decise di andare a casa della Befana per chiederle un consiglio: la vecchietta – che lavorava da molti più anni di lui – era anche molto saggia e qualcuno sosteneva che da giovane avesse perfino fatto la dottoressa, tanto ci azzeccava con le sue diagnosi.

La Befana, anche lei, era molto stanca come Babbo Natale: la casa straripava di carbone perché ormai di bambini cattivi non ce n’era più nessuno e invece di dolcetti e piccoli pensieri, in quegli stessi Paesi dove Babbo Natale doveva arrivare carico di balocchi, anche lei aveva un gran da fare per esaudire tutte le richieste!

Le calze erano diventate troppo piccole per contenere i giocattoli e il suo sacco troppo pesante, tanto che la scopa volante deragliava ogni 5 minuti, per la difficoltà di rimanere nell’aria.

Alla Befana bastò uno sguardo per capire la malattia di Babbo Natale:

E’ stress, stanchezza, troppo lavoro: chiamalo come vuoi Babbo, ma tu ti devi fermare se no rischi di ammalarti gravemente!

 

Ma come faccio Befana? Tra una settimana è Natale e devo ancora finire di preparare i regali per tutti i bambini, lo sai che ogni anno ne chiedono sempre di più!

rispose il vecchietto preoccupato.

La Befana ci pensò un po’ su. Il problema era serio. La questione sembrava grave.

Ma la salute di Babbo Natale era molto importante e non si poteva scherzare.

Ci penso io!

disse lei, convinta.

Mise a letto l’amico, gli preparò un bicchiere di latte e miele e chiamò le renne e gli gnomi a consulto.

Bisognava trovare una soluzione!

Ad un certo punto, dopo essersi grattata ben bene i bitorzoli che aveva sul mento e quelli sul naso, dopo aver spazzato con la sua scopa ogni preoccupazione dai suoi pensieri, alla Befana venne un’idea:

E’ molto semplice: parleremo con i bambini!”. Tutti gli gnomi e le renne spalancarono tanto di bocca, consultarono il libro delle regole natalizie e non trovarono scritto niente che potesse in qualche modo supportare la decisione della Befana: “Parlare coi bambini? Ma Befana, lo sai che non possiamo assolutamente svelare i nostri segreti, che è VIETATISSIMO raccontare che cosa sta facendo Babbo Natale nella settimana prima del suo arrivo, possono solo i genitori!.

La Befana però aveva deciso. Inforcò la sua scopa e volò alla sede della “Gazzella del Mattino”, il giornale più letto sul Pianeta.

Devo pubblicare un annuncio!

disse la nonnetta.

L’annuncio della Befana diceva più o meno così:

Cari bambini, quest’anno Babbo Natale è molto stanco e voi avete chiesto davvero troppi regali: per prepararli tutti quanti, lui potrebbe ammalarsi gravemente, vi chiedo di pensare insieme a me a una soluzione. Ci incontriamo sulla Piazza Grande stasera e ascolterò tutti i vostri suggerimenti!

La Befana

Tutti i bambini si fecero trovare, puntuali, sulla piazza della città e quando arrivò la Befana si sentiva un gran baccano. La notizia della malattia di Babbo Natale aveva fatto il giro del mondo e la preoccupazione stava salendo.

La discussione con la Befana ebbe inizio. Ci fu chi propose di chiedere aiuto a Super Man, Ben Ten e l’Ape Maia: magari per quest’anno avrebbero potuto portare loro i regali! Qualcuno suggerì di far fare alla Befana anche il Natale, ma lei giustamente disse che era troppo vecchia per il doppio turno.

E i puffi? I puffi sono tantissimi: potrebbero aiutare le renne e gli gnomi e condurre la slitta! Erano troppo piccoli, la slitta era pesante.

Ad un certo punto, in mezzo alla confusione e al panico generali, fu una bambina di 5 anni e la faccia tonda come una piadina romagnola a prendere la parola:

E se quest’anno fossimo proprio noi bambini ad aiutare Babbo Natale? Lasciamolo riposare in modo che il 25 dicembre possa fare il suo giro, ma nel frattempo cominciamo a farci venire delle idee per fare un bel regalo ai nostri amici! Abbiamo tante cose in casa, sono sicura che potremmo preparare dei piccoli doni per tutti, senza che lui debba affaticarsi troppo.

L’idea piacque molto alla Befana e anche a tutti gli altri bambini, che avevano ricevuto talmente tanti regali gli anni passati, che adesso erano molto annoiati e non sapevano più cosa desiderare.

Matilde trovò in casa dei vecchi pezzi di stoffa e insieme alla sua mamma preparò dei pupazzi per la sua amica Sofia, che amava molto i peluche.

Francesco costruì un garage per Giovanni usando molte scatole da scarpe, un po’ di colla, i colori e tanta fantasia.

Stefano preparò delle palle di pasta di sale per il suo amico Hassan, in modo che potesse giocare insieme alla sua sorellina.

Hassan costruì burattini di carta pesta per Matilde, usando rotoli di carta igienica e vecchi fogli di giornale.

I bambini si diedero davvero un gran da fare. La Befana passava a controllare che tutto filasse liscio e loro progettavano, fantasticavano, si facevano venire idee da realizzare, insieme alla loro mamma e al loro papà.

Babbo Natale, che nel frattempo dormiva, leggeva, beveva latte caldo e cercava di riposare il più possibile, ora stava davvero meglio. Ogni tanto si preoccupava un po’, perché temeva che l’idea della Befana non riuscisse, ma poi si rimetteva a letto perché doveva recuperare le forze.

Il giorno della vigilia, la Befana riunì di nuovo i bambini nella piazza Grande. Ognuno di loro aveva preparato un regalo e tutti i regali venivano infilati nel suo sacco magico.

Quando Babbo Natale vide come erano stati bravi i bambini, fu molto felice e fece tutte le sue consegne, sicuro che anche questo Natale sarebbe andato benissimo!

Sotto a ogni regalo c’era la firma dell’amico che l’aveva realizzato, e tutti i bambini furono molto contenti di sapere che qualcuno aveva pensato a loro e che per loro aveva messo in moto la fantasia e creato qualcosa di nuovo, usando quello che aveva in casa.

Da quel giorno il Natale divenne ancora più bello! Babbo Natale non soffrì più di stress e in molti posti del mondo furono fondati dei veri e propri laboratori di riciclaggio, dove i bambini, insieme ai loro genitori, andavano a inventare nuovi regali, usando le cose dimenticate nelle case!

La nostra storia tra le vincitrici del Concorso Storytelling!

La frollina ed io abbiamo partecipato a un concorso di favole raccontate in famiglia promosso dal Comune di Bologna e indetto da RiEsco, Biblioteca Sala Borsa e Coop Adriatica. Lei ha fatto un disegno molto bello, l’anno scorso, che mi ha ispirato una storia. Succede spesso così: è lei che con i suoi racconti, fantasie, fa volare per aria le favole, io le acchiappo solamente e le incollo ai bit di Fabularia.

Ieri c’è stata la premiazione e indovinate un po’? La nostra storia è tra le 6 vincitrici! Non solo abbiamo avuto il piacere di leggerne un pezzetto durante la premiazione, ma farà parte di una pubblicazione a cura di Sala Borsa che girerà per le scuole della città.

Coop Adriatica ci ha regalato un buono da 50 € che spenderemo in libri alla Libreria Ambasciatori dove spesso passiamo intere giornate a leggere storie.

Siamo felicissime! Grazie a tutti quelli che ci hanno votato.

Ecco qua la storia.

Il Sole ha una malattia infettiva!

Una mattina il Sole si svegliò che si sentiva strano, come se avesse il torcicollo, come se avesse preso freddo. Gli sembrava di non riuscire a rotolare tanto bene nel cielo e aveva come l’impressione di avere un aspetto diverso.

Pensò che forse era stata quella birbantella di sua sorella Luna a fargli uno scherzo mentre dormiva.

Pensò che forse aveva solo sonno visto che si doveva sempre svegliare molto presto per lavorare.

Pensò che aveva proprio dormito male, che era più stanco di quando era andato a letto.

Come tutte le mattine, si guardò allo specchio per pettinarsi i lunghi raggi biondi.

“Ma, ma, ma cosa mi è successo???” esclamò a bocca aperta mentre osservava la sua faccia.

 

Gli occhi erano sempre lì.

Il naso rosso era ancora al suo posto.

I raggi erano spettinati come tutte le mattine, ma sciolti i nodi, sarebbero stati lunghi e fluenti come sempre.

 

Si stropicciò gli occhi due o tre volte.

 

Forse non aveva ancora bevuto il suo latte? Forse stava ancora sognando?

 

Era diventato QUADRATO!

Non tondo come una ciliegia.

Non tondo come una palla e nemmeno come sua cugina, la Signora Terra o sua sorella: quella dispettosa della Luna!

Era quadrato come uno steccato e dietro un giardino ben curato.

Era quadrato come un tombino in mezzo al prato.

Era quadrato come tante stanghette tutte uguali che fanno il girotondo.

 

Bisognava fare qualcosa, chiamare l’ambulanza, la guardia medica, i carabinieri a cavallo!

In tanti anni di attività non gli era mai capitata una cosa del genere.

Mai un giorno di malattia, mai un inconveniente!

Qualche volta sua sorella lo aveva fatto arrabbiare, avevano discusso un po’ e scatenato un’eclissi, ma poi, vedendo tante persone (i piccoli abitanti della Terra) a faccia in su e bocca spalancata, guardare la meraviglia della loro baruffa universale, avevano subito fatto pace per godersi lo spettacolo di quegli esserini pieni di stupore e meraviglia.

Una cosa così non se la sarebbe mai aspettata.

Che figura ci faceva di fronte le stelle?

 

Il dottore arrivò in fretta, perché la notizia aveva fatto il giro di tutta la galassia. Gli fece spalancare la bocca e tutto era a posto. Gli misurò la temperatura e il termometro si spaccò così che entrambi tirarono un sospiro di sollievo perché voleva dire che anche quella era normalmente altissima.

 

L’esimio professore, specialista in medicina universale, si grattò la testa senza capire cosa stava succedendo.

 

Dopo aver osservato la situazione e preso tutte le misure, confermò che i lati del sole erano uguali e chiamò in suo aiuto una famosa Stella del Cinema che oltre a recitare tutte le sere nel cielo, era anche una artista, molto conosciuta per i suoi quadri astrali.

L’artista e Stella del Cinema arrivò con il pennello, il cavalletto e la tela e dipinse lo strano fenomeno.

Il tempo passava e il Sole era molto in pena perché si vergognava a farsi vedere così da tutti i suoi amici.

L’artista si consultò con il medico e decisero di interpellare le 12 costellazioni dello Zodiaco che in quanto a stranezze erano quelle più abituate.

Lo Scorpione scosse la testa e disse:

“Sto valutando tutti i dati a nostra disposizione e mettendoli sulla Bilancia, a occhio e croce qui c’è di mezzo un piccolo umano!”

“Un piccolo umano?” chiese spaventato il Sole.

I Gemelli, che erano due marmocchi birichini, cominciarono a ridere e confermarono che entrambi si erano consultati anche con l’Ariete ed erano arrivati alla stessa conclusione.

Il Sagittario, esploratore dei mondi, andò a casa a prendere il cannocchiale e in effetti videro che sulla Terra c’era un Paese chiamato Italia dove c’era una regione chiamata Emilia Romagna dove c’era una città chiamata Bologna e una casa con le finestre verdi e dentro alle finestre verdi una stanza con i muri azzurri e tra quei muri azzurri un tavolino con sopra le figure e seduta su una seggiolina, appoggiata a quel tavolino, una bambina di nome Frollina che aveva disegnato un sole QUADRATO e poi aveva riposto il disegno nella sua scatola della fantasia e il disegno, per la magia della fantasia e il vento che alla notte soffiava forte, era volato nel cielo ed era arrivato in alto e aveva contagiato il Sole mentre dormiva.

Perché la fantasia può essere contagiosa più del morbillo!.

 

E così, ecco svelato il mistero: al Sole gli era presa la QUADRATERIA che era una malattia che i piccoli umani passano agli Astri e non esistono vaccini, bisogna solo aspettare che passi.

Nel frattempo ci si può sempre godere la vita che certe volte avere degli angoli aguzzi come quelli che ti escono fuori con la QUADRATERIA non è mica un peccato mortale e dopo tanti anni, cambiare forma aiuta a vedere le cose in modi nuovi e inaspettati!.

 

Leggere favole sui luoghi di memoria

Chiesa di Caprara di Montesole

Chiesa di Caprara di Montesole

Cosa sono i luoghi di memoria?

I luoghi di memoria sono posti in cui un evento tragico ha segnato indelebilmente la geografia delle emozioni, la storia dell’uomo e la simbologia collettiva. Il word trade center è un luogo di memoria, così come la stazione di Bologna, Piazza Fontana, Capaci, il cielo sopra Ustica, Auschitz, Montesole di Marzabotto, le fosse Ardeatine, le Foibe e mi fermo qui, perché tanti e troppi sono.

Recentemente sono stata un’intera settimana a Montesole di Marzabotto, dove tra il 29 settembre e il 5 ottobre 1944 furono uccisi dai tedeschi 800 civili, tra donne, vecchi e bambini.

A Montesole, insieme ad Archivio Zeta e alla Scuola di Pace abbiamo riflettuto sulla zona grigia e su come si sta nei luoghi di memoria.

E vi giro la domanda che loro hanno fatto a tutti noi che partecipavamo al seminario.

Come si sta nei luoghi di memoria?

 

Il modo a cui siamo abituati è fatto di contrizione silenziosa. Ma siamo sicuri che non ci siano anche altre alternative “costruttive”?

Forse la parola può diventare anche AZIONE e RIFLESSIONE per esplorare proprio quella zona grigia che è l’agguato dell’essere umano, dietro ad ogni nostro angolo.

Io penso che si possa stare sui luoghi di memoria anche con le favole.

Con le risate dei bambini. Con parole lette a voce alta, perché si mischino al suono della natura e al tempo che corre e insieme è fermo.

Si può imbracciare un libro di Gianni Rodari, come per esempio Le favole al telefono , nate per essere raccontate “a distanza” – collegati dal filo invisibile dei cavi telefonici – e farne un modo attivo e consapevole per essere lì con i bambini.

Si prende una coperta larga e la si stende per terra. Ci si siede.

Si apre il libro, ci si abbandona in un momento di silenzio e concentrazione e si comincia a leggere.

Ascoltando il vento. Le domande di tuo figlio. I rumori della natura che va.

La lettura a voce alta conferisce un peso specifico alle parole e alle pause. Invita a prendere posto ad un immaginario désco a cui partecipano convitati che attraverso l’intonazione della voce prendono corpo.

E così la magia e la potenza della parola si dischiude.

E ci si può riempire i polmoni di aria e parole e voci.

E una favola come Il paese con l’esse davanti diventa un mondo che inizia e finisce, vive e rivive.

Giovannino Perdigiorno era un grande viaggiatore. Viaggia e viaggia, capitò nel paese con l’esse davanti.

– Ma che razza di paese è? – domandò a un cittadino che prendeva il fresco sotto un albero.

Il cittadino, per tutta risposta, cavò di tasca un temperino e lo mostrò bene aperto sul palmo della mano.

– Vede questo?

– E’ un temperino.

– Tutto sbagliato. Invece è uno «stemperino», cioè un temperino con l’esse davanti. Serve a far ricrescere le matite, quando sono consumate, ed è molto utile nelle scuole.

– Magnifico, – disse Giovannino. – E poi?

– Poi abbiamo lo «staccapanni».

– Vorrà dire l’attaccapanni.

– L’attaccapanni serve a ben poco, se non avete il cappotto da attaccarci. Col nostro «staccapanni» è tutto diverso. Lì non bisogna attaccarci niente, c’è già tutto attaccato. Se avete bisogno di un cappotto andate lì e lo staccate. Chi ha bisogno di una giacca, non deve mica andare a comprarla: passa dallo staccapanni e la stacca. C’è lo staccapanni d’estate e quello d’inverno, quello per uomo e quello per signora. Così si risparmiano tanti soldi.

– Una vera bellezza. E poi?

– Poi abbiamo la macchina «sfotografica», che invece di fare le fotografie fa le caricature, così si ride. Poi abbiamo lo «scannone».

– Brrr, che paura.

– Tutt’altro. Lo «scannone» è il contrario del cannone, e serve per disfare la guerra.

– E come funziona?

– E’ facilissimo, può adoperarlo anche un bambino. Se c’è la guerra, suoniamo la stromba, spariamo lo scannone e la guerra è subito disfatta.

Che meraviglia il paese con l’esse davanti.

 

 

 

 

La colla Fantasina e l’altalena

Frollina sull'altalena

Frollina sull'altalena

C’erano una volta due bambini di nome Ciccio pasticcio e Frollina pasticcina. Ciccio pasticcio e Frollina pasticcina amavano molto andare in altalena.

Tutti i giorni uscivano dall’asilo e correvano verso il parco: appena seduti sull’altalena cominciavano a dare spinte fortissime per toccare il cielo e contavano i passi che mancavano per arrivare alla casa del Sole.

Un giorno Ciccio e Frollina presero una decisione:

Vogliamo vivere in altalena! Vogliamo stare sempre qui!.

Le loro mamme pensavano scherzassero: non sapevano che i due bambini avevano usato la colla Fantasina che fa fare ai bambini tutto quello che vogliono e con quella colla magica e speciale erano rimasti incollati al sedile dell’altalena.

Avrebbero potuto staccarsi solo quando lo decidevano loro. Passarono le ore e loro dindolavano su e giù:

una spinta verso il cielo azzurro del pomeriggio

una spinta verso la terra piena di fiori colorati

una spinta verso il cielo della sera

una spinta verso la terra piena di fiori addormentati

una spinta verso il cielo della notte

una spinta verso la terra brulicante di grilli

una spinta verso il cielo dell’alba

una spinta verso la terra profumata di rugiada

Passarono così molti giorni e loro – felici – continuavano a spingere.

Passarono le stagioni e le loro mamme gli portavano i cappotti per l’inverno e i cappellini per l’estate.

Passarono gli anni e i bambini avevano imparato a mangiare al volo, a dormire continuando a spingere con i piedi e a lavarsi grazie alla pioggia del mattino.

Furono assunte due maestre che sapevano insegnare l’italiano e la matematica al volo: erano due saltatrici professioniste e acchiappavano i quaderni di Cicciopasticcio e Frollinapasticcina mentre ancora roteavano nell’aria.

Il dentista che doveva curare le carie dei bambini si procurò una scala e uno specchietto allungabile per guardare dentro alla loro bocca e le mamme e i papà si costruirono una casetta su un albero lì vicino per poter stare sempre con i loro bambini.

Ciccio e Frollina all’inizio erano davvero felici: grazie alla colla Fantasina avevano realizzato uno dei loro sogni.

Quando furono passati 3 anni però, il sedere cominciò a fargli un po’ male e i loro amici avevano imparato ad andare in bicicletta senza ruotine, potevano leggere i libri senza che il vento scompigliasse le pagine a ogni spinta e di inverno potevano andare in biblioteca, al cinema, alle feste di compleanno, a trovare gli amici e d’estate al mare.

Alcuni ingegneri avevano provato a costruire una piscina speciale in modo che i due bambini potessero nuotare continuando a fare l’altalena, ma a causa delle fortissime spinte delle gambe – ormai erano i bambini più bravi del mondo a fare l’altalena – le onde erano talmente alte che innaffiavano tutti gli altri compagni che frequentavano il parco e così avevano dovuto desistere.

La fila alle altalene raggiungeva ormai l’autostrada e il primo della fila – che alla sera tornava a casa, alla mattina andava a scuola e al pomeriggio si presentava puntuale per pretendere il suo posto sul dondolo comunale – era ormai l’unico bambino che frequentavano Ciccio e Frollina.

Fu così che i due piccoli dondolatori un giorno decisero di scendere.

Erano gli unici che potevano sciogliere l’incantesimo della Colla Fantasina.

E quando scesero si guardarono intorno e dissero:

Che ne dici se ora facciamo un giro sullo scivolo?

La storia come la conosco io, finisce qui.

Ora sta a voi raccontarmi se Ciccio e Frollina usarono di nuovo la loro colla magica o se finalmente tornarono a casa, andarono al mare, alle feste, in bicicletta senza ruotine, nel loro lettino ad ascoltare le favole, all’asilo, a scuola, in piscina e in tutti gli altri posti del mondo che piacciono molto ai bambini!

Il paradiso delle crocchette: storie di gatti che non ci sono più

Mamma, ma i gatti dove vanno quando muoiono?

I gatti quando muoiono vanno nel paradiso delle crocchette che è un posto scoppiettante. Hai presente quelle macchine che al cinema fanno i pop corn?

Si, quelli che si mangiano e sembrano nuvole?

Esatto, proprio quelli. I gatti vanno in un posto in cima alle nuvole dove scoppiettano crocchette puzzolenti che però a loro sembrano profumatissime e gli fanno venire l’acquolina in bocca. Dalle nuvole escono le loro crocchette preferite e loro saltellano tutti insieme. E poi questo paradiso è pieno di gomitoli di lana che ai gatti piacciono molto, cos’ ci giocano un sacco e fanno le fusa. Il paradiso delle crocchette è un posto pieno di fusa. Loro pensano ai loro amici umani e fanno tante, tante fusa d’amore.

Si, e poi un giorno prendono una nuvola con le zampette e la aprono come fosse una valigia. Le nuvole sono le valigie, nel paradiso dei gatti. Ci mettono dentro dei pezzettini di cielo che hanno ritagliato con-le-forbici-dei-piccoli-per-fare-i-collage e di notte partono.

E dove vanno Frollina?

Di notte loro vanno a trovare i loro amici umani. Scendono le nuvole scala e si infilano dalla finestra, mentre i bambini e gli altri umani che li hanno amati dormono. Prima, se hanno degli amici animali, come per esempio le tartarughe che a me stanno molto simpatiche, vanno a salutare gli amici animali perché parlano la stessa lingua e poi si infilano in casa.  Vanno a dormire in mezzo ai loro amici umani, oppure fanno delle piccole birichinate così quando loro si svegliano, si accorgono che è passato il gatto che adesso vive nel paradiso delle crocchette.

Si, e secondo me dormono a siluro tra le gambe dei loro amici umani.

Si, passano lì con la loro valigia e lasciano sparsi per casa dei pezzettini di cielo. In cambio sai cosa prendono?

No, non lo so. Cosa prendono?

Prendono l’amore e i bei ricordi insieme ai loro amici umani, li mettono nella valigia nuvola e se li portano nel paradiso delle crocchette.

E perché?

Perché così quando vanno nella “fuseria” che è il posto delle nuvole dove fanno le fusa, tirano fuori i ricordi di amore dei loro padroni umani e possono fare le fusa pensando a loro.

E noi ogni tanto possiamo pensare ai nostri amici animali che hanno lasciato pezzettini di cielo nelle nostre vite umane.

Una storia scritta a 4 mani con la mia bimba, dedicata al gatto Tommaso e al gatto Raul