Alla voce autenticità

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Inizia sempre con un disagio, una punta di spillo in mezzo al petto che si trasforma in un’ondata di calore, a tratti piacevole, a tratti no e si apre come un cerchio nell’acqua quando lanci un sasso. È così che il cuore manda un messaggio al corpo e questo alla mente. La mente all’inizio può anche fare finta di niente, ma poi se il corpo è presente, sarà lui a prendere il sopravvento con segnali inequivocabili e sempre più insistenti: è arrivato il momento di fermarsi, di scegliere, di cambiare. C’è qualcosa che non gira come vorresti, c’è qualcosa che tenta di uscire, c’è qualcosa che non hai voluto vedere ma ora è un gigante grande e non sempre gentile che si è piazzato davanti al tuo orizzonte.

F.Pessoa, Il poeta è un fingitore

F.Pessoa, Il poeta è un fingitore

Prima è arrivata l’angoscia: credevo fosse parente – unicamente – di quanto accaduto a mia figlia a novembre e invece no. Ho passato giorni confusi, dentro a una pozza di paura e senso di incertezza, una pozza in cui rabbia, amore, sollievo e disperazione si mischiavano l’uno nell’altra. Poi mi è parso di stare meglio, non piangevo più tutti i giorni, il mondo era tornato in posizione orizzontale. È stato in quel momento che la gamba sinistra ha deciso di cominciare a urlare: andavo a correre e non riuscivo a terminare 5 km senza zoppicare. All’inizio succedeva solo in fase premestruale, poi quel dolore alla coscia ha cominciato a farsi più insistente: non riuscivo più neanche a camminare. Chi mi conosce sa quanto correre sia la stella polare del mio equilibrio, guardavo a chi lo faceva – mentre per me era diventata una sofferenza – come a dei fortunatissimi esseri viventi. 

Sono andata dal fisioterapista e ho scoperto di avere una forte infiammazione al muscolo piriforme: oltre a esercizi e manipolazioni, mi ha obbligato a non correre fino a pasqua. Piano, piano mi sto riprendendo ma l’assenza della corsa mi è costata grande fatica. Quando me lo ha detto, mi sembrava che il mondo mi crollasse addosso. Oggi so che questo muscoletto bastardo mi ha voluto, solo, lanciare un messaggio: occupati delle emozioni, non sfuggire a te stessa correndo a Parco Talon, non cercare nel corpo la sola risposta, perché lui non è niente se tu non sei AUTENTICA.

È stata la prima volta che ho sentito la mia voce interiore (quella saggia, non quella sabotante) usare questa parola: autenticità e ho cominciato a chiedermi perché: non lo ero forse già, autentica?

La pozza nel cuore intanto si allargava, come se la mano lanciasse molti sassi e questi cominciassero a fare cerchi nell’acqua. Ogni nuovo incontro, ogni persona mi portavano a quei cerchi, come se ci fosse un messaggio nella bottiglia da trovare: il mio mondo era pieno di simboli ma ancora non capivo bene cosa significassero. Ho cominciato ad annegare in emozioni che non riconoscevo, che mi prendevano alla gola, mi portavano su e giù come una ruota panoramica. Ho capito che c’erano delle cose che non avevo voluto vedere, che c’erano dei sentimenti che avevo nascosto sotto il tappeto, che c’erano dei pezzi della mia vita che non avevo voluto interpretare. Ecco che allora, mentre il fisioterapista, manipolandomi, faceva scricchiolare la mia schiena e non sapevo ancora se fosse un bene o un male, se sarei stata meglio o mi avrebbe fatto sentire peggio, ho deciso di chiamare una psicologa e cominciare un percorso archeologico di scavo che mi era diventato necessario.

Oggi sono immersa testa e piedi nella mia melma per cercare piccoli monili nascosti nel fango, ripulirli, nominarli, riconoscerli: ci sono bambole vecchie che ho molto amato, lettere, cartoline, c’è una villetta a schiera con una ginkobiloba in giardino e c’è una mountain bike parcheggiata davanti. C’è una piscina, l’odore del cloro, c’è un giorno di luglio e un soffitto alto, c’è una via azzurra e dei giardinetti in mezzo ai palazzi, c’è un viaggio in Jugoslavia e le estati a Cesenatico, ci sono gli attacchi di ansia, la corsa per vomitare tutto, le torte ingurgitate di nascosto, gli uomini da cui mi sono fatta stropicciare, il sesso, l’amore, la rabbia, la noia, la solitudine, la paura, la mia inclinazione a svilirmi sempre, l’obesità, la bambina di vetro, il buio, la depressione, la paura di nuovo, la rabbia di nuovo, il sentirsi abbandonata e c’è anche quel coraggio, quel coraggio incosciente che mi ha sempre mosso verso l’autenticità, che mi ha sempre portato a fare non quello che avrei potuto – la via facile per risolvere le cose – ma quello che consideravo giusto, da cui non riuscivo a scappare. Da ragazzina ero la pasionaria, quella che difendeva “i deboli”, “i principi”: quante volte sono stata lo scudo umano, quella eletta a dire, a fare emergere. Sono diventata una donna passionale, coraggiosa, attiva, ho sempre creduto nell’etica dei gesti concreti, nel seguire il proprio credo, la propria strada, con correttezza nei confronti degli altri, quando si può. Questo afflato verso una vita AUTENTICA ha sempre viaggiato a braccetto con la paura di essere VULNERABILE e VISIBILE e la paura di essere VISIBILE è sempre stata il rovescio di un’altra fottuta paura, ancora più profonda, un ganglio che si attacca alle mie viscere, di essere INVISIBILE.

Quando queste due paure hanno fatto corto circuito, ho scelto l’obesità, ho scelto di sparire come donna, come femmina, come essere umano degno di essere visto. Ho creduto che nella mia grassezza potesse risolversi la paura, ma la paura ha anestetizzato tutto, fin quando non mi ha bloccato a terra, come un piombo pesantissimo e ho deciso di RINASCERE. Mi sono denudata di 40 chili, mi sono scoperta, smascherata: ho avuto giorni che mi sembrava di viaggiare con l’ultimo strato di pelle e questo fatto mi procurava un brivido, come quando sei sull’orlo di un burrone e ti viene voglia di buttarti di sotto per provare cos’è il vuoto, ma allo stesso tempo hai una fottuta voglia di vivere. La voglia di vivere mi ha fatto creare, scrivere, diventare la professionista che volevo essere, la madre che volevo essere. La voglia di vivere mi ha spinto a correre, a potenziare il mio corpo, a trarne vitalità. Ho cominciato anche a provare gusto nel truccarmi, vestirmi, prendermi cura di me. Ho tagliato i capelli cortissimi per non scappare più, per essere me stessa, la mia essenza. Ma ancora il percorso non era terminato, ora lo so. Ancora mancava un pezzo della storia, mancava un pezzo di questa storia, mancava la parte dello scavo e mancava la parte del riconoscimento e dell’AUTENTICITÀ, quel coraggio un po’ malandrino che ti spinge a essere, fare, dire solo quello che vuoi essere, fare e dire.

Oggi sono un elefante alla mostra dei Lego, un elefante che si muove con poca grazia e tira giù piccoli palazzi costruiti con cura certosina, mondi di finzione in cui immergere la fantasia, in cui giocare ad essere altro da noi.  Sono un elefante alla mostra dei Lego, non ho ancora capito bene come muovermi ma so che questo tirare giù piccoli mondi è inevitabile. D’altronde, se mandi un elefante alla mostra dei lego, cazzo, devi pur immaginare che combinerà un casino!

Oggi so che sta succedendo qualcosa, che succederà qualcosa, che non sono più quella che ero, non sarò quella che sono. In mezzo ci sono emozioni, persone, c’è la mia vita ma non solo.

In mezzo c’è questa autenticità che mi impone di fare le scelte giuste, ciò che sento, ciò che voglio essere. In mezzo c’è la consapevolezza che quando tiri un sasso nell’acqua, ecco che l’acqua cambia, da quei cerchi non si torna più indietro. La schiena scricchiola, l’assetto cambia, tornerò a correre, ma sarà un giorno nuovo.

Autentico in Treccani

Nella filosofia esistenzialista, esistenza a., la vita vissuta nella consapevolezza della propria vocazione.

 

 

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