Donne e lavoro: il sottile confine che separa dalla discriminazione

Scritto da Francesca Sanzo   // giugno 9, 2010   // 19 Commenti

lavoro_donnaQuella che pubblico oggi è una testimonianza che ha inviato Stefania, emblematica di una situazione purtroppo molto diffusa in Italia. Vi chiedo di leggerla per comporre un quadro che è quello specifico di Stefania ma è anche un caso riconoscibile, una realtà che grazie alla Rete può emergere.

Innanzitutto Stefania ha il coraggio di fare nomi e cognomi dell’azienda per cui lavorava e questo significa che ogni persona che leggerà forse, domani, al supermercato, prima di acquistare un prodotto di questa multinazionale, ci rifletterà un poco (e abbiamo la speranza di credere che nel tempo la forza della rete nel rafforzare la credibilità delle aziende nei confronti dei consumatori avrà importanza anche per le aziende).

Questo significa anche che possiamo TESTIMONIARE con le nostre storie: ridare voce a quella fetta di persone ZITTITE dalla burocrazia che credono di essere sole e rimangono in silenzio.

La rete sta attuando una silenziosa rivoluzione culturale: possiamo usarla come strumento per proporre alternative, segnalare discriminazioni e condizionare il mercato dicendo quello che le pubblicità non dicono.

E non sempre la realtà “ti mette le ali”.

La parola a Stefania:

Ho 39 anni e vengo dal mondo delle aziende.

Dopo una laurea in economia aziendale ed un paio di stage, comincio la mia avventura prima in una multinazionale americana e poi, a 28 anni, in Red Bull, l’azienda produttrice dell’omonimo energy drink.

E’ il 1999 e la filiale italiana è appena stata costituita. Siamo 12 persone e tutto da creare. Mi butto in quest’avventura con passione ed entusiasmo, passo 10 anni molto belli ed intensi. L’azienda cresce, le cose vanno bene. Credo che molto sia anche merito mio.

Dopo aver accantonato l’idea per un po’, perché non era mai il momento giusto, a 37 anni io e mio marito decidiamo di provare ad avere un bambino.

Resto incinta a marzo 2008 e continuo a lavorare fino all’ottavo mese senza sosta. Sono fatta così, il lavoro mi piace e la gravidanza mi dà un’energia senza eguali.

Anzi, a dirla tutta dovrei entrare in maternità il 24 novembre, ma poi nei giorni successivi partecipo ad una riunione aziendale, nell’ultimo mese (il nono) lavoro da casa e il 18 dicembre presenzio ad un altro meeting (avendo il termine il 25 dicembre).

Lo faccio senza problemi; è il mio lavoro, mi piace.

E poi non riesco a restare con le mani in mano.

Mia figlia nasce il 4 gennaio 2009.

Anche dopo la sua nascita resto in contatto con i miei collaboratori e con la direzione di Red Bull; ricevo report periodici, partecipo alle riunioni. In agosto interrompo la maternità per lavorare, su esplicita richiesta del mio capo.

Rientro a tutti gli effetti il 30 settembre.

Dopo neanche un’ora vengo convocata dal direttore generale, il quale mi dice che per motivi di budget la mia posizione non è più prevista.

Peccato si fossero dimenticati di dirmelo prima, quando pur pagata dall’INPS lavoravo per loro…

Non sono licenziabile: mia figlia non ha neanche 9 mesi ed io sono un impiegato quadro.

Quindi mi fanno un’offerta economica per convincermi ad andarmene.

Io rifiuto. Per orgoglio.

Sono sempre stata un po’ naif sotto alcuni punti di vista.

Ingenuamente ho sempre pensato che essere una persona onesta ed una gran lavoratrice mi avrebbe messo al riparo dalle intemperie. Non avendo fatto niente di male, voglio tornare a svolgere il mio lavoro. Peccato non sia possibile.

Mi trasferiscono in un locale al pianterreno, a cinque piani di distanza dal resto dell’azienda, riadattato per l’occasione ad ufficio.

Mi affidano un progetto inesistente, già realizzato in precedenza da un’agenzia esterna.

Resisto poche settimane: 5 kg in meno, un attacco di panico con conseguente “gita” al pronto soccorso e relativo colloquio con lo psichiatra mi convinco a dare le dimissioni e scambiare la mia libertà con una buonuscita.

Ad un certo punto ho scelto di raccontare la mia storia, perché in questi mesi ho conosciuto molte donne che, una volta rientrate al lavoro, sono state gentilmente (e spesso non gentilmente) accompagnate alla porta.

Oppure hanno visto il loro ruolo ridimensionato, le loro scrivanie spostate, vivendo un disagio quotidiano proprio a causa della maternità. Credevo che le discriminazioni fossero episodi sporadici, più unici che rari.

E invece ho scoperto che in Italia è un vero e proprio problema sociale.

Io, nella sfortuna di aver perso il lavoro, sono stata fortunata: ad un certo punto ho potuto chiamarmi fuori, decidere di dare le dimissioni e lasciare l’azienda. Ci sono moltissime donne, invece, che si trovano in situazioni decisamente peggiori, perché magari hanno un mutuo da pagare, oppure il loro stipendio è l’unico che entra in famiglia, e quindi devono restare a lavorare, a subire senza poter denunciare, sperando che un giorno le cose cambino…

Un’altra testimonianza che riguarda una collega di Stefania la troviamo qui: http://www.ilsalvagente.it/Sezione.jsp?titolo=La+Red+Bull+fa+male+alla+famiglia:+licenziata+un’altra+mamma&idSezione=7159

Segnalateci situazioni analoghe nei commenti, se volete


Tags:

dignità

discriminazioni

femminismi

Pari Opportunità

società


Articoli simili

19 COMMENTS

  1. Pingback : La storia di Stefania che ha lasciato il lavoro dopo la gravidanza : Panzallaria – blog di panza

  2. per Jane Cole, giugno 9, 2010

    Un grazie di cuore a Stefania per la sua coraggiosa testimonianza.

  3. per Luca, giugno 9, 2010

    E’ intollerabile una cosa del genere! Purtroppo però accade, e a farne le spese, di solito, sono le donne… A ben guardare, episodi come questi, si verificano spesso; anzi, penso siano quelli che accadono più frequentemente… Non c’è modo di denunciare tali atteggiamenti?

  4. per Sara Salvarani, giugno 9, 2010

    Schifo. Sempre più schifo.

  5. per arianna, giugno 9, 2010

    Mia mamma più di uindici anni fa subì lo stesso trattamento al rientro dall’intervento e cura per un tumore al seno. L’azienda era molto piccola e poco dopo chiuse. Essere trattata così le fece molto male, soprattutto dopo aver subìto un intervento così delicato.
    Che schifo!!

  6. Pingback : Donne e lavoro: il sottile confine che separa dalla discriminazione « Una vita da Part time

  7. per Sara, giugno 9, 2010

    A un’amica di 31 dottoressa, specialista e dottoranda rifiutano il posto perchè dopo “quella se ne sta a casa tre anni in maternità”, poi leggi che anche se la assumessero e aspettasse i 37 per vivere la sua vita, probabilmente le toccherebbe la stessa sorte di Stefania (grazie per la testimonianza a proposito).
    Da questo paese oramai mi aspetto di tutto, e a volte non capisco perchè continuo a sperare che le cose possano cambiare.

  8. per Stefania, giugno 9, 2010

    Luca, sono la Stefania del post.
    Il problema è che sulla carta la legge tutela il lavoratore ed in questo caso la lavoratrice madre. In pratica però i tempi della legge sono lunghissimi, e nel frattempo tu devi continuare ad andare a lavorare subendo le vessazioni dell’azienda. Oppure ti licenziano e resti per lunghi mesi senza stipendio, come sta succedendo alla mia ex collega.
    Ai tempi chiamai il Centro Donna della CGIL qui a Milano e mi dissero chiaramente: “Lasci perdere, perché se le va bene sarà davanti al giudice tra 10 mesi, un anno”.
    Ed io che speravo in un aiuto concreto mi sono sentita spiazzata…
    Sono giunta alla conclusione che parlare delle discriminazioni che accadono nelle aziende è l’unico modo per sensibilizzare l’opinione pubblica e sperare che pian piano le cose cambino.

  9. per mara, giugno 9, 2010
  10. per mammanonlosa, giugno 10, 2010

    cia Panz. io ho scritto tutto sul post “il mabbing una tappa quasi obbligata dopo la maternità” pultroppo è un fenomeno sociale esteso e ancora non ben tutelato
    Grazie per quello che scrivi è sempre di grande interesse

  11. per Olvido, giugno 10, 2010

    Spero avrai contemplato un’azione giudiziaria nei confronti dell’azienda.
    Far conoscere la tua sroria agli altri serve, ma è solo quando le aziende devono mettere mani al portafogli che hanno dei ripensamenti, (chiamiamoli così,) etici

  12. per Mari, giugno 10, 2010

    Grazie Stafania per la tua testimonianza. E’ agghiacciante quello che hai raccontato e mi ribolle il sangue a pensare che un simile comportamento resti impunito. Io sto per finire l’università e presto mi troverò a cercare lavoro. Vorrei lavorare in una multinazionale e fare carriera. So però che un giorno vorrò anche farmi una famiglia e avere dei figli e non posso pensare di poter essere trattata in quel modo se nel frattempo avrò svolto il mio lavoro con il successo che tu hai raccontato. Vorrei dirti che in barba ai tempi lunghi chi già vive questa esperienza dovrebbe proseguire per vie legali. Posso immaginare che sia estremamanete difficile e dispendioso ma è tempo che le donne si ribellino.. se non per loro stesse almeno per quelle che seguiranno.
    Questo non vuole essere un giudizio ma uno spunto di riflessione. Finchè la storia rimane confinata in un blog la realtà rimarrà sempre la stessa.

  13. per Stefania, giugno 10, 2010

    Anch’io inizialmente avevo pensato a vie legali. Il mio avocato mi aveva detto che avrei sicuramente vinto la causa, perché sussitevano la discriminazione, il demansionamento ed anche un principio di mobbing. Tempi di attesa: 8/12 mesi.
    In cui ogni santo giorno sarei dovuta andare a lavorare (visto l’inquadramento da impiegato quadro e non da dirigente non ero licenziabile) per un’azienda che non mi voleva, e quindi avrebbe fatto di tutto per farmi stare male. L’attacco di panico è stato il primo sintomo… Cosa mi sarebbe successo dopo non lo so… Così ho preferito mollare.
    Sono abbastanza sfiduciata per quanto riguarda la legge. Come scrivevo sopra, sulla carta il lavoratore è tutelato, ma poi la realtà è diversa. Sono giunta alla conclusione che parlarne ed attirare l’attenzione dell’opinione pubblica sul problema, facendo nomi e cognomi, è l’unico modo per cercare di cambiare le cose.
    Spesso penso che accanto ai premi per le aziende virtuose, occorrerebbe prevedere delle multe salatissime per chi discrimina. Sai, con penali da 1 milione di euro, credo ci penserebbero più di una volta prima di adottare comportamenti discriminatori…

  14. per Valérie Donati, giugno 16, 2010

    La testimonianza di Stefania è coraggiosa e importante perchè fa emergere un problema che le donne si trovano a dover affrontare purtroppo sempre più spesso al loro rientro dalla maternità.
    A volte si tratta di “pressioni” sottili, impercettibili, ma mirate a minare la tua identità professionale e a far crescere in te il senso di inadeguatezza che ci portiamo dentro in modo così trasversale. Altre volte, come nel caso di Stefania, le azioni volte ad allontanare il soggetto indesiderato sono esplicite e sfacciatamente indifferenti alle problematiche di conciliazione che le donne gestiscono quotidianamente.
    Il tema del lavoro e degli stereotipi sessisiti sul posto di lavoro è sicuramente un’altro nodo centrale sul quale le attività di Donne Pensanti trovano ampio spazio di discussione e con l’aiuto di tutti, la prospettiva di ragionare su iniziative concrete. Grazie a Stefania per la testimonianza così preziosa.

  15. per supermamma, giugno 16, 2010

    è uno scandalo che le donne vengano trattate così per aver fatto un bambino come se fosse una colpa magario se avessero rubato sarebbero state trattate meglio

  16. per paola, giugno 17, 2010

    grazie Stefania per la tua testimonianza!
    io ho vissuto la stessa situazione nel 2003 quando da responsabile dell’area web e elearning di una multimazionale francese sono rientrata dalla maternità di cui avevo goduto solo il periodo obbligatorio.
    Al rientro ho subito un mobbing terrificante, a partire dal neo amministratore delegato & direttore marketing, per passare dai vari altri responsabili di area fino ai colleghi che io stessa coordinavo.
    Mi hanno controllato la posta, spiato, tentato di screditarmi, spostata di mansione, di ufficio, di scrivania, di piano….
    Ho passato dei momenti molto difficili ma tenevo duro, perchè ingenuamente pensavo che le cose sarebbero cambiate.
    Ho resistito fino al 2007, quando sono stata licenziata, senza nemmeno una proposta di buona uscita, per una fintissima “riorganizzazione” aziendale.
    Ovviamente ho fatto causa e ottenuto non senza fatica un risarcimento.
    MA NON BASTA!!! Bisogna cambiare le cose!!!
    In Italia per noi donne è difficile trovare posto nel mondo del lavoro in certe posizioni e si ha un figlio è davvero impossibile!!

  17. per Stefania C, giugno 17, 2010

    Anche tu eri a Milano vero Paola? Ne ho sentite diverse su Milano, addirittura ancora la vecchia lettera di dimissioni in bianco! E dire che dovrebbe essere una città moderna ed europeizzata! La nostra capitale morale! E poi una multinazionale francese, mentre in Francia le donne sono supertutelate…si ha l’impressione che in fin dei conti le multinazionali non siano tanto contente delle leggi francesi…

  18. per lucida follia, giugno 27, 2010

    Nell’azienda per la quale lavoro la “crisi” e la conseguente riorganizzazione hanno avuto quali vittime soprattutto le donne. Esemplare l’abolizione della possibilità di accedere al tempo parziale, con conseguenti inevitabili dimissioni di numerose colleghe con figli.
    Sull’argomento “maternità e lavoro” vi segnalo, se non lo conoscete, il documentario di Silvia Ferreri, “Uno virgola due”, davvero molto interessante:
    http://www.unovirgoladue.com/index.htm

  19. per gloria, giugno 29, 2010

    in italia ci si lamenta perche’ le donne non fanno abbastanza figli e poi le aziende si comportano cosi’…questo perche’ lo stato sociale e’ ormai inesistente e vige solo la legge di chi ha il potere ed i soldi! nel nord europa non sarebbe mai successa una cosa simile!grazie per la testimonianza ed il corfaggio di fare nomi!

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *